13 Giugno 2024

10.7. AUSTERITÀ E BISOGNI INDOTTI

«La nostra economia incredibilmente produttiva ci richiede di elevare ilConsumunismo consumismo a nostro stile di vita, di trasformare l’acquisto e l’uso di merci in rituali, di far sì che la nostra realizzazione personale e spirituale venga ricercata nel consumismo […]. Abbiamo bisogno che sempre più beni vengano consumati, distrutti e rimpiazzati ad un ritmo sempre maggiore. Abbiamo bisogno di gente che mangi, beva, vesta, cavalchi, viva, in un consumismo sempre più complicato e, di conseguenza, sempre più costoso. Gli utensili elettrici domestici e l’intera linea del fai-da-te sono ottimi esempi di consumo costoso».
(Victor Lebow, economista americano degli anni ‘50)135

«La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L’alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui, che però ti tolgono il tempo per vivere».
(José “Pepe” Mujica, ex presidente dell’Uruguay)136

«Che cos’è che ha trasformato i proletari e i sottoproletari italiani, sostanzialmente, in piccolo borghesi, divorati, per di più, dall’ansia economica di esserlo? Che cos’è che ha trasformato le “masse” dei giovani in “masse” di criminaloidi? L’ho detto e ripetuto ormai decine di volte: una “seconda” rivoluzione industriale che in realtà in Italia è la “prima”: il consumismo che ha distrutto cinicamente un mondo “reale”, trasformandolo in una totale irrealtà, dove non c’è più scelta possibile tra male e bene. Donde l’ambiguità che caratterizza i criminali: e la loro ferocia, prodotta dall’assoluta mancanza di ogni tradizionale conflitto interiore. Non c’è stata in loro scelta tra male e bene: ma una scelta tuttavia c’è stata: la scelta dell’impietrimento, della mancanza di ogni pietà». (Pier Paolo Pasolini)137

«Sotto il governo di un tutto repressivo, la libertà può essere trasformata in un possente strumento di dominio. Non è l’ambito delle scelte aperte all’individuo il fattore decisivo nel determinare il grado della libertà umana, ma che cosa può essere scelto dall’individuo. Il criterio della libera scelta non può mai essere un criterio assoluto, ma non è nemmeno del tutto relativo. La libera elezione dei padroni non abolisce né i padroni né gli schiavi. La libera scelta tra un’ampia varietà di beni e di servizi non significa libertà se questi beni e servizi alimentano i controlli sociali su una vita di fatica e di paura - se, cioè, alimentano l’alienazione. E la riproduzione spontanea da parte dell’individuo di bisogni che gli sono stati imposti non costituisce una forma di autonomia: comprova soltanto l’efficacia dei controlli».
(Herbert Marcuse)138
Ricordiamo che Marx affrontò la questione dei bisogni socialmente indotti (i quali sono da distinguere rispetto ai bisogni naturali) con elevato approfondimento scientifico. A tale questione diede risposte diverse nelle opere giovanili rispetto a quelle della maturità, rendendo la questione problematica e non banalizzabile in poche righe. Il presente va considerato quindi come uno spunto di riflessione su una questione estremamente attuale, specie nella disputa tra seguaci delle teorie della “decrescita” (i quali spesso propongono teorie rozze e immemori delle conquiste marxiane, a partire dalla differenza tra valore d’uso e valore di scambio di una merce) e marxisti fautori dello sviluppo ad oltranza delle forze produttive (che talvolta dimenticano o sottovalutano le conseguenze psicologiche alienanti e anti-umanistiche dell’eccesso di consumismo sull’individuo). La questione resta irrisolta perché non è possibile fissare una volta per sempre i bisogni sociali, né distinguerli da quelli indotti non necessari. La questione va affrontata in maniera storica e dialettica, ma intanto tre considerazioni si devono porre:
1) l’austerità non è un valore in sé, specie se diventa una richiesta politica fatta solo alle classi più svantaggiate, senza diventare un fenomeno sociale collettivo determinato da ragioni politiche; in questo senso Berlinguer aveva ragione nel porre l’accento sulla necessità di slegare il progresso dalla mera accumulazione di merci, ma torto nel porre la questione strumentalmente in una fase storica (il 1977) in cui il suo PCI era impegnato a far pagare il prezzo di una crisi capitalistica alle classi popolari per ragioni politiche tattiche (il superamento del fattore K);
2) la determinazione dei bisogni sociali in un sistema fondato sulla giustizia e sull’uguaglianza non può che essere collettiva, e quindi come tale un atto politico. Una delle ragioni per cui è stata criticata la società socialista reale è stata la sua incapacità di realizzare prodotti variegati per l’industria leggera. Ciò è dipeso primariamente da una serie di condizioni storiche ben precise (in primo luogo lo scarso sviluppo dei mezzi di produzione), che hanno determinato la necessità di sviluppare altri prodotti il cui bisogno per la collettività era più urgente (tra questi anche lo sviluppo dell’industria militare e nucleare per ragioni difensive); si può constatare che tuttora, mentre nella gran parte del mondo rimangono insoddisfatti i bisogni sociali primari, si sviluppa un mercato opulento nelle società imperialiste occidentali, in cui i sistemi produttivi consentirebbero una riduzione della produzione di bisogni indotti secondari e il raggiungimento, attraverso il ricorso ad una pianificazione adeguata, della piena occupazione e della soddisfazione dei bisogni sociali primari, oltre che di una buona parte di quelli “secondari”;
3) nel ricordare il fattore ambientale, la determinazione dei bisogni sociali “secondari”, ma anche una parte di quelli “primari”, non può esulare nella loro pianificazione dalla considerazione che una particolare attenzione andrà posta a quei settori in cui le risorse pongano maggiormente il tema del proprio rinnovamento.
135. Citato in A. Strozzi, Consumismo, bioeconomia e decrescita: rimettiamo i puntini sulle ‘i’, Il Fatto Quotidiano (web), 5 dicembre 2014.
136. Citato in L. Bruschi, Verba Woland: sobrietà non significa austerità, L’Espresso (web), 24 novembre 2013.
137. P. P. Pasolini, Abbiamo la tv e la scuola dell’obbligo, Corriere della Sera, 18 ottobre 1975.
138. H. Marcuse, L’uomo a una dimensione, cit., pp. 27-28.

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