24 Settembre 2020

3.2. TEOLOGIA DELLA DONNA

«La Chiesa romana, per conferire alla donna un ruolo inferiore e inibire la sua liberazione, s’ispira al Vecchio Testamento, sperando di ritrovare lo spirito dei profeti. La sua dottrina è semplice: “l’uomo e la donna sono uguali nell’ordine sovrannaturale, ma l’uomo è superiore alla donna su un piano naturale”. Ma l’uguaglianza davanti a Dio non provoca l’uguaglianza naturale: essa non sopprime né le classi sociali né le “classi di sepoltura”. Non avendo percepito la sfumatura, alcuni cristiani della prima ora pensarono di emanciparsi, ma San Paolo li ricondusse alla gerarchia divina: “La testa del Cristo è Dio, la testa dell’uomo è il Cristo, la testa della donna è l’uomo” (I Cor. 11: 3). E l’apostolo fissa regole pittoresche e futili, ordinando alla donna di coprirsi la testa in chiesa. “L’uomo non deve coprirsi il capo”, dice San Paolo, “perché egli è l’immagine della gloria di Dio, ma la donna non è che la gloria dell’uomo” (I Cor. 11: 7). Il canone 1262 vieta sempre alla donna di entrare a testa scoperta nei luoghi santi. Attribuendo al velo un simbolo di sottomissione e d’umiltà, Roma lo impose a tutte le credenti di qualunque condizione, alle vergini, alle sposate, alle vedove, alle comunicande, alle monache e alle suore; nessuna sfugge. Molte comunità cristiane lo imposero ancora alle loro pie donne: simbolo di sottomissione, il velo o la cuffia evocano per alcuni il giogo che incurva la fronte del bue al lavoro.
San Paolo riconosce al padre il diritto di disporre della figlia a suo gradimento: fin dalla nascita può votarla alla verginità o maritarla “come vada ma sempre a modo suo: egli non pecca mai. Colui che fa maritare la figlia fa bene, ma colui che non la fa sposare fa meglio” (I Cor. 7: 36 seg.). La ragazza passerà dalla tutela del padre a quella dello sposo. La prima epistola di San Pietro ricorda che “Sarah obbediva a Abramo e lo chiamava mio signore”. Per San Paolo, “la sposa deve obbedire in tutto al marito” (Efes. 5: 24).
Come unica eredità dell’Impero romano la Chiesa ne ha custodito il senso autoritario e giuridico. Conservatrice per la sua teologia e le sue tradizioni, essa vuole un mondo strutturato a proprio piacimento nel quale Dio semina e ciascuno raccoglie. Ai nostri giorni ancora, la gerarchia ecclesiastica è un modello di minuziosità, è un interminabile decrescendo di gradi e di onori dal Sovrano Pontefice fino al basso clero della Svizzera primitiva o della bassa Limousin. Le poche donne ammesse al Concilio Vaticano II dovevano tacere e ascoltare: il loro attributo ufficiale di uditrici definiva perfettamente il loro ruolo.
Ora, la donna ha una incontestabile capacità per gettare lo scompiglio in tutto questo bell’ordinamento. Dal Paradiso terrestre ella saggia le sue forze. Per l’errore di Eva, Adamo si ribella contro Dio e la creazione intera contro Adamo. La donna provoca disordine anche nel cielo dove i nuovi cuori cantano saggiamente le lodi di Dio. Ma un giorno fatale i figli di Dio vedono “che le figlie degli uomini erano belle” (Gen. 6: 2). Addio Signore, eccoli sulla terra. Da questa conquista folgorante nacque una razza di giganti. E da quel tempo in poi, arricchite dalle loro esperienze, le figlie di Eva sono in sedizione permanente. Non accendono più la guerra di Troia come la bella Elena o non dissipano regni per qualche bacio come Cleopatra. Ma i casi estremi illuminano gli altri: la Grandissima Vergine, oggetto d’un culto onanista, è indispensabile alla continenza del prelato. La silfide del prete è Maria. Questo amore per l’eccitante madre di Gesù ha il suo chiaro di luna: l’amore platonico per una donna, oggetto vergognoso del desiderio maschile».4
4. Ibidem.