26 Maggio 2024

19.3. DEMOCRAZIA, DITTATURA DEL PROLETARIATO E BUROCRATIZZAZIONE

Strettamente collegato al tema precedente è quello della “democrazia” delle società socialiste. Sappiamo bene come le “democrazia liberali” non siano realmente democratiche. Diamo per assodata a tal riguardo la critica fatta da Marx in Per la critica della filosofia del diritto di Hegel (1843). Non si può eludere però il tema del rapporto tra democrazia e dittatura del proletariato. La dittatura del proletariato si è configurata storicamente come una sovrastruttura adeguata a garantire lo sviluppo delle forze produttive, riuscendo a migliorare le condizioni materiali popolari senza far ricorso ad alcuna forma di dominio su altri popoli e nazioni. Tale forma di regime si è rivelata necessaria per sconfiggere le forze controrivoluzionarie e i tentativi di destabilizzazione imperialista che si sono verificati ovunque si sia manifestato nel mondo un governo progressista. Laddove organizzazioni e governi di stampo socialdemocratico o marxista hanno provato ad avanzare verso il socialismo per mezzo di riforme rimanendo nell'ambito della democrazia liberale, strutturata sul multipartitismo, il risultato è stato fallimentare (Cile) o estremamente contradditorio e dall'esito incerto (Venezuela). Occorre partire da un assunto, dimostrato dalla Storia del '900: la democrazia per essere tale deve fondarsi su un sistema in cui il popolo abbia realmente la libertà di decidere senza condizionamenti esterni ed in piena e tranquilla coscienza quale forma di Governo e quali politiche si debbano realizzare. Questa democrazia non è mai storicamente esistita. Il peso dell'imperialismo, della struttura economica, della destabilizzazione, si sono rivelati troppo forti a tal riguardo, impedendo che si sviluppasse un reale processo decisionale dal basso. Quel che è stato concesso ai popoli nell'ambito delle democrazie liberali è stato di poter scegliere quali partiti fossero i più adatti ad accompagnare e gestire il dominio della borghesia, lo sviluppo delle forze di produzione capitalistiche ed in una certa misura (assai contenuta) anche le modalità di redistribuzione di una parte dei suoi utili. La democrazia liberale si è configurata insomma storicamente come la dittatura della classe borghese sul proletariato, dando in questo ragione alle accuse del marxismo. Ogni volta che si è verificata l'ascesa di una forza politica che intendesse programmaticamente porre il superamento del sistema di produzione capitalistico, la democrazia è stata dissolta, distrutta, destabilizzata, con tattiche a volte brutali (golpe militari, invasioni militari, “strategie della tensione”, ecc.), a volte più sottili e nascoste (è il caso più recente delle “rivoluzioni colorate”). Ciò non deve soprendere, dato che il liberalismo, come abbiamo visto, ha accettato la democrazia solo in tempi recenti, e solo come compromesso subìto a causa della forza delle organizzazioni comuniste e dei blocchi socialisti. Di tutto ciò non c'è diffusa consapevolezza popolare, motivo per cui è d'obbligo per i comunisti partecipare ancora alla finzione delle democrazie liberali, salvo casistiche estremamente particolari, al fine di svelare tali contraddizioni profonde e inconciliabili. Questa partecipazione “tattica” non significa fare della democrazia liberale un feticcio, l'obiettivo “strategico”, ma attrezzarsi nuovamente per contendere l'egemonia alla borghesia sul piano culturale e politico, organizzando delle casematte sul territorio capaci di comprendere laddove possibile anche organizzazioni economiche, associative e sindacali di ampio respiro, ma sempre strettamente subordinate all'istanza della direzione del Partito. La conquista del potere politico deve tornare ad essere il tema dominante del movimento operaio, ed in tal senso il rispetto delle regole “liberali borghesi” ha senso solo fino a quando la parte preponderante, più attiva e cosciente del proletariato sia convinta della sua necessità. I comunisti non devono però mai stancarsi di ribadire il carattere artificioso della democrazia liberale, dato che solo attraverso la loro esplicita propaganda e la loro azione concreta sarà possibile elevare la coscienza politica popolare su questo punto basilare. Può essere accettabile allora che i comunisti si propongano di prendere il potere democraticamente, sapendo però che solo la mobilitazione popolare e la formazione di nuclei organizzati di Resistenza anche militare potranno consentire la sconfitta delle inevitabili reazioni controrivoluzionarie atte a impedire l'attuazione di un programma realmente rivoluzionario. La violenza è insita nella società capitalistica. I comunisti non amano la violenza ma devono tornare a considerarla un'arma da prendere in considerazione per la conquista e la difesa dei diritti conquistati, per la salvaguardia delle difese rivoluzionarie. In tal senso diventa necessario e attuale riscoprire il paradigma della dittatura del proletariato: non una degenerazione totalitaria del socialismo, ma una necessità storica atta a garantire la sconfitta delle forze più reazionarie, privilegiate e retrive della società. Solo la dittatura del proletariato può consentire di affrontare con efficacia le inevitabili destabilizzazioni messe in atto dalla borghesia e dall'imperialismo internazionale. Solo la dittatura del proletariato è in grado di mettere in atto ed eseguire praticamente e concretamente i decreti e le leggi messe in atto da un governo rivoluzionario sostenuto dalla maggioranza del proletariato. Solo la dittatura del proletariato in ultima istanza si configura come un governo del popolo, dal popolo, per il popolo. Solo la dittatura del proletariato, svincolata per una fase più o meno lunga dalle problematiche del pluripartitismo e dalle esigenze elettorali, può avviare quella trasformazione radicale dell'economia in senso socialista, che si pone all'ordine del giorno nella realtà occidentale. Solo la dittatura del proletariato potrà provvedere ad affrontare con fermezza, risolvendole, le grandi questioni poste all'Umanità dal XXI secolo: la sconfitta della fame nel mondo e la risoluzione della questione ecologico-ambientale. Non è un caso peraltro che proprio la Cina sia il paese che stia ottenendo i maggiori successi su entrambi i fronti. Occorre però capire anche come presentare adeguatamente la dittatura del proletariato in Occidente, un'area geografica e culturale ben diversa dal “mondo asiatico”. In Cina il modello è rimasto cristallizzato sul modello sovietico, con una sostanziale accettazione, più o meno passiva, da parte della stragrande maggioranza del popolo, all'esercizio del potere politico da parte del Partito Comunista. Tale sistema, in mancanza di una severa vigilanza ed educazione ideologica costante, si apre a rischi molto pericolosi di burocratizzazione e infiltrazione di elementi anticomunisti, come già più volte ribadito. È il motivo principale per cui tale sistema è sostanzialmente fallito nell'URSS, dove alla crescita culturale media degli strati popolari non è seguita una parallela compartecipazione alle istanze del processo decisionale. La negazione della pluralità interna, verificatosi per contigenze storiche e politiche particolari durante l'epoca sovietica, si sarebbe potuta superare nel contesto della distensione internazionale degli anni '70? Difficile dare una risposta a questo quesito. Certo è che il progressivo distacco tra la classe lavoratrice e la sua “avanguardia” si accentua enormemente durante il periodo brèžneviano, avviando una divaricazione che non si è riusciti a sanare nel corso degli anni '80. Occorre dividere i piani: nella fase della lotta politica per la conquista del potere un Partito non può che essere fondato sul centralismo democratico; nella prima fase della dittatura del proletariato, tesa a costruire il socialismo, il Partito, visto dall'esterno, deve rimanere un monolite, continuando però a sviluppare la necessaria ampia discussione interna, in ossequio ad una corretta modalità di intendere il centralismo democratico. Nel momento in cui le conquiste fondamentali del socialismo siano state ottenute e consolidate (per essere chiari: la situazione presente in URSS negli anni '50, ma non ancora presente nella Cina attuale), e le forze della Reazione definitivamente sconfitte, si deve ragionare sulla modalità di favorire un processo di democratizzazione maggiore che spartisca una fetta del potere decisionale (politico ed economico) con la classe lavoratrice, creando un sistema di contrappesi in cui il Partito Comunista mantenga un ruolo di guida e vigilanza della salvaguardia della Rivoluzione. La nuova dittatura del proletariato deve configurarsi come una forma di “liberalismo socialista”, capace di accettare e favorire la pluralità del dibattito pubblico e la critica interna ed esterna al Partito, pur mantenendo adeguati paletti: così come oggi è inammissibile (o dovrebbe esserlo) impostare un discorso pubblico apertamente fascista e razzista, ugualmente inammissibile deve diventare l'elogio sperticato del liberismo e del capitalismo. La libertà di critica vale solo fino al punto in cui questa sia utile all'intera collettività, e non solo ad una sua parte minoritaria. L'analisi storica, compresa quella limitata fin qui condotta, ha offerto sufficienti dati per confermare l'assunto che il capitalismo, in particolar modo nella sua versione liberista, non sia strutturalmente capace di garantire i bisogni presenti e futuri dell'umanità. La formula proposta del “liberalismo socialista” non è da confondersi con quella del “socialismo liberale”, un'ideologia tesa a lasciare di fatto la libertà alle organizzazioni borghesi di poter mantenere attivamente una propaganda antisocialista e filo-capitalista. Non si tratta di affermare un regime totalitario, ma di realizzare la più avanzata sintesi dialettica della tradizione espressa dal diritto giusnaturalista e giuspositivista, atta a garantire il rispetto di tutti i diritti umani con una “conventio ad excludendum” di alcuni aspetti attualmente presenti nella nostra società. Le costituzioni antifasciste sorte nel secondo dopoguerra ad esempio si sono fondate sull'esclusione formale del fascismo, vietando spesso per legge la riproposizione di un'organizzazione esplicitamente fascista e di certe sue pratiche tipiche (si pensi al razzismo). Le costituzioni antifasciste, che pure si sono configurate come documenti di eccezionale valore, non sono state rispettate né applicate integralmente. Ciò è dipeso dalla permanenza del dominio economico e politico borghese. La democrazia più avanzata possibile si può raggiungere solo riuscendo a porre termine alla vera fonte primaria di disuguaglianza e di deficit della libertà individuale: la matrice economica. Ossia il modo di produzione tuttora prevalente nel mondo: il sistema capitalista. Una democrazia integrale e pluralista non può quindi che fondarsi sull'accettazione di una dittatura del proletariato il più possibile “liberale” (nei termini sopra espressi) che garantisca un regime economico socialista consentendo a tutti i cittadini il godimento integrale dei diritti sociali, oltre che dei diritti civili e politici.

L'obiettivo deve essere quello di costruire un regime capaceproletari di tutto il mondo non tanto di fermare il tempo e le istituzioni, quanto di premunirsi contro i rischi sempre possibili di una degenerazione socio-politica interna. A tal riguardo una forte formazione politica, la diffusione di una cultura progressista fondata sui valori socialisti, l'affermazione di nuove strutture economiche e la crescita di un intellettuale collettivo sono fattori necessari su cui si deve fondare uno Stato di diritto socialista, avente come obiettivo esplicito, espresso in termini costituzionali, l'avanzamento verso la società comunista, possibile solo in un ipotetico futuro, in presenza di condizioni oggettive mondiali favorevoli. Queste righe indicano solo alcuni princìpi formali e non pratici, d'altronde è impossibile pensare di affrontare e risolvere teoricamente questioni che vanno ulteriormente verificate nella prassi concreta. Non esageriamo dunque nel cercare di costruire ricette per l'osteria dell'avvenire e continuiamo a lavorare anzitutto per la presa del potere e per il successo di una Rivoluzione socialista.

Oggi come cento anni fa.

Al lavoro e alla lotta.

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