28 Maggio 2020

2. IL SOCIALISMO IN UN SOLO PAESE NELLA CONTINUITÀ CON LENIN

Richard Pipes è uno storico statunitense di tendenza smaccatamente liberale e anti-marxista eppure, leggendo le sue opere, evitando i giudizi morali e politici lapidari improntati all'antisovietismo, emerge una verità inconfutabile: la sostanziale continuità tra Lenin e Stalin. Se si difende il comunismo bisogna difendere tanto Lenin quanto Stalin. Qui un estratto di una sua opera che spiega alcune ragioni della successione da Lenin a Stalin e della scelta già leninista di costruire l'URSS:
«Entro il 1921 era diventato chiaro a tutti eccetto che ai più incorreggibili ottimisti che non ci sarebbe stata altrove nessuna ripetizione dell'ottobre 1917 e che per un periodo indeterminato la rivoluzione sarebbe rimasta confinata in Russia e nei suoi domini. Il concetto di “socialismo in un solo paese” non fu lanciato da Stalin nel suo conflitto con Trockij ma prima, dallo stesso Lenin. Ora questo cambio di linea comportò certe implicazioni inesorabili che Lenin articolò e cui Stalin successivamente si attenne. Lenin, sembra, decise che proprio come in Russia il comunismo aveva trionfato sulla scia di una guerra mondiale, così avrebbe trionfato globalmente solo dopo un'altra guerra mondiale. Naturalmente si sarebbe dovuta sfruttare ogni situazione rivoluzionaria all'estero qualora si fosse presentata, ma in primo luogo occorreva affidarsi alla costruzione, nella Russia sovietica, di una macchina combattente moderna e invincibile come preparazione a tale conflitto globale. […] Il collasso degli sforzi per esportare la rivoluzione significò dover costruire uno stato stabile e una burocrazia professionale per amministrarlo. Il compito richiedeva personalità molto differenti da quelle che avevano speso la maggior parte delle loro vite adulte nell'ambiente rivoluzionario. Di fatto, le stesse regole del Partito bolscevico facevano in modo che i suoi membri non avessero alcuna competenza oltre a quella di saper fare la rivoluzione, poiché il partito richiedeva loro una dedizione totale all'attività rivoluzionaria. I compagni di Lenin non erano capaci di guidare uno stato normale, ordinario, di fare i conti con le montagne di lavoro d'ufficio, di dare istruzioni alle cellule disperse del partito, di nominare ufficiali di basso livello - essi trovavano tale routine mortalmente noiosa. Stalin era l'unico bolscevico dei livelli alti che si interessasse a tali compiti e che mostrasse del talento per essi. Fu un fattore decisivo nella sua ascesa al potere».15
Vediamo anche il giudizio di Luciano Canfora sulla questione della continuità tra Lenin e Stalin all'insegna della medesima cultura bolscevica e delle politiche messe in atto:
«L.C. - Lenin, nel 1923, scrisse un articolo che s’intitolava Meglio meno, ma meglio: teorizzava che, appunto, nel mondo ricco e industrializzato la rivoluzione era stata stoppata, come dimostravano le repressioni nel sangue delle rivolte comuniste in Germania, Ungheria, Italia, ma che il suo futuro stava nella rivoluzione mondiale dei popoli oppressi, il che avvenne in Cina, Medio Oriente, Turchia e, dopo la II guerra mondiale, Asia e Africa. I movimenti di liberazione post-coloniale furono giganteschi quanto la fine degli imperi coloniali europei. Certo, poi nacque il neo-colonialismo che sfruttò e controllò le classi dirigenti dei paesi ex coloniali, ma le rivoluzioni e le lotte d’indipendenza furono tante e incredibili, coronate da parziale o duraturo successo, come fu in Congo o in Vietnam.
Giornalista - Ma il teorico della “rivoluzione mondiale” non era il comandante dell’Armata rossa e poi campione del trotzkismo Trockij? E se avesse vinto lui, una visione più “liberal”?
L.C. - Trockij si sarebbe offeso moltissimo a sentirsi dare del liberale! Era molto più dispotico di Stalin, anche se uomo di grande cultura e raffinato polemista: avrebbe esercitato un governo di estrema durezza in attesa di una rivoluzione mondiale che, tuttavia, non ci sarebbe mai stata. Le rivolte operaie in Europa erano già state sconfitte e solo Stalin sarebbe stato, come è stato, il vero prosecutore dell’opera di Lenin. Persino un trockijsta come Deutscher, biografo di entrambi, scrisse nel 1953, alla morte di Stalin, che Lenin avrebbe fatto e si sarebbe comportato come lui».16
15. R. Pipes, I tre perché della rivoluzione russa, Rubbettino, 2006, pp. 81-83.
16. Un secolo dalla rivoluzione russa (1917), la culla del Pcd’I e poi del Pci italiano. Intervista allo storico Luciano Canfora, Quotidiano Nazionale-Ettorecolombo.com, 21 gennaio 2017.

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