01 Dicembre 2020

6. LA LOTTA DI CLASSE CULTURALE DEGLI INTELLETTUALI BORGHESI

«So che dopo la mia morte sulla mia tomba sarà deposta molta immondizia. Ma il vento della storia la disperderà senza pietà». (1943. Iosif Stalin a colloquio con Vjačeslav Michajlovič Molotov)1
«Non ci si può permettere di essere non ortodossi […] la guerra totale, calda o fredda che sia, recluta ognuno di noi e chiama ognuno a fare la sua parte. Da questa obbligazione lo storico non è più libero del fisico». (il Presidente dell’American Historical Association, 1949)2
In una lunga guerra di logoramento, e tale si può considerare la lotta di classe mondiale nel XX secolo, diventa un obiettivo fondamentale la conquista delle menti e dell'opinione pubblica, cioè la conquista dell’egemonia culturale delle masse proletarie, oltre a quella dei ceti medi. Dal 1917 fino al 1956 è indubbio il prestigio mondiale dell'URSS, del socialismo e dei suoi leader, tanto che in tutta Europa si sono dovuti stroncare tentativi rivoluzionari e insurrezioni ispirati a quel modello. La denuncia dello stalinismo da parte di Chruščev nel 1956 ha invece offerto al nemico di classe un formidabile contributo per poter attaccare culturalmente e politicamente, con tutta la propria forza, il paradigma comunista. Intanto gli USA, capofila dell'imperialismo mondiale, avevano iniziato già da una decina di anni ad organizzare, tramite la CIA e il proprio immenso impero economico-finanziario, la mobilitazione totale degli intellettuali nella crociata anticomunista mondiale. Se la guerra fredda è una gigantesca, mondiale, manifestazione della lotta di classe tra il sistema della borghesia (capitalismo) e quello del proletariato (socialismo), tale conflitto non si è combattuto solo con gli eserciti, le spie e le alleanze geopolitiche, ma cercando anzitutto di disgregare la convinzione profonda che il sistema socialista fosse il più adeguato alle esigenze dell'Umanità. Per adempiere questo compito diventa inevitabile attaccare Stalin, simbolo della costruzione del socialismo nell'URSS. Per realizzare questo scopo vengono mobilitati anche gli storici e gli scrittori: dopo il 1956, mentre tutto il “Terzo Mondo” è asservito al colonialismo, l'URSS e Stalin restano coloro che sono riusciti ad indicare una via per l'emancipazione dal dominio imperialista, ma in Occidente vengono presentati come una dittatura opprimente, anzi un vero e proprio totalitarismo. La conseguente guerra di posizione gramsciana, portata avanti per conquistare l'egemonia culturale, diventa così impossibile da vincere a causa della forza del nemico, a cui si accompagna la sua capacità di mettere un freno agli istinti più rapaci del sistema capitalistico, dando luogo al periodo del cosiddetto “Trentennio glorioso” (1945-75) durante il quale le potenze imperialiste occidentali riescono, anche grazie alla prosecuzione dello sfruttamento intensivo del “Terzo Mondo”, a tenere il passo dell'altrettanto maestosa crescita economica dei sistemi socialisti, potendo però contare su una base economica più sviluppata che consente loro di vantare un miglior livello materiale medio delle condizioni di vita popolari. Il processo con cui la borghesia riesce ad auto-controllarsi, investendo nel Welfare State e in forme di keynesismo avanzato, consente a lungo un mantenimento di equilibri sociali che spingono gli stessi partiti comunisti a barricarsi sulle proprie posizioni con organizzazioni di avanguardia, oppure a moderarle nel momento in cui si trovino di fronte ad organizzazioni di massa di cui diventa difficile garantire la tenuta ideologica. Così si può spiegare il caso del PCF in Francia, rimasto per molto tempo fedele all'alleanza con l'URSS di fronte ad uno slittamento culturale sempre più anticomunista della società, con la conseguente progressiva perdita del consenso elettorale (dovuta chiaramente anche a molti altri fattori). Così si spiega anche il caso del PCI in Italia, che, invece, accoglie dopo il 1956 una propria via nazionale al socialismo tesa a “limitare i danni”, aumentando i propri consensi popolari in parallelo ad un'opportunistica graduale adesione ai contenuti delle campagne culturali anticomuniste, subendo un'accelerazione improvvisa durante gli anni '70 di Berlinguer. Torneremo in un apposito volume sul caso specifico del PCI. Per ora concentriamoci sul tema di questo capitolo: la costruzione di una grande narrazione storica anticomunista tesa a cancellare alla radice, fin dalle scuole, la possibilità di simpatizzare per quello che diventa nient'altro che un “totalitarismo” sanguinario, violento e distruttivo. Presentiamo di seguito alcuni esempi di come si sia svolta questa gigantesca storia della lotta di classe culturale giocatasi in Occidente negli anni della guerra fredda.
1. Wikiquote, Stalin, che riporta come fonte F. Cuev, 140 Conversations with Molotov, Terra, Mosca, 1991, p. 37.
2. D. Losurdo, Stalin, cit., p. 17.