23 Ottobre 2020

4. LE ULTIME LOTTE

Non è stato concesso un giorno di riposo a Stalin. Fino all'ultimo giorno ha lavorato per difendere l'URSS dagli attacchi dell'imperialismo. Tante falsità sono state dette sulla politica internazionale di Stalin negli anni del dopoguerra. Da un lato chi ha parlato di “imperialismo sovietico” guidato da un dittatore affamato di potere, dall'altro di “tradimento dell'internazionalismo”, tema su cui abbiamo già in parte risposto ma su cui torneremo ulteriormente. Per ora si può constatare la difficoltà di ragionare secondo una dialettica concreta: non volere la guerra con l'Occidente imperialista non significa tradire la Rivoluzione. Continuare a supportare i partiti comunisti di tutto il mondo con varie modalità non vuol dire volere la guerra. La dialettica... cosa difficile da comprendersi per i digiuni della filosofia. Vedremo più avanti anche la genesi dettagliata della guerra fredda e la responsabilità primaria di Churchill e degli USA in ciò. Per ora vogliamo riportare un episodio significativo (e facilmente comprensibile) dello stato d'animo e della personalità di Stalin, così come raccontato dalla destra statunitense:
«Il 9 aprile 1947 Harold E. Stassen, candidato repubblicano alla presidenza, si incontrò al Cremlino con Stalin e gli rivolse la domanda che era nel cuore di tutti gli statunitensi. “Mi interesserebbe sapere”, chiese, “se ritiene che questi due sistemi economici possono coesistere in reciproca armonia nello stesso mondo moderno”. “Certamente”, rispose Stalin. “Se durante la guerra hanno potuto collaborare, perché non potrebbero farlo in pace?” Tuttavia Stalin aggiunse che non bastava la possibilità di una collaborazione, ma occorreva anche volerla: “È necessario distinguere fra la possibilità di collaborare e il desiderio di collaborare. La possibilità di collaborare esiste sempre, ma non sempre c'è il desiderio. Se una delle parti non desidera collaborare, ne risulterà un conflitto, una guerra... Desidero garantirvi che la Russia desidera collaborare”.
E il capo sovietico aggiunse: “Non critichiamo i nostri rispettivi sistemi. Ognuno ha il diritto di seguire il sistema che desidera conservare. Quale sia il migliore, lo dirà la storia. Per collaborare, non è necessario avere gli stessi sistemi, ma rispettare il sistema altrui quando ha l'approvazione del popolo. Soltanto su questa base si può garantire la collaborazione. […] Quando ci incontrammo con Roosevelt a discutere sui problemi della guerra, non ci siamo chiesti quali fossero i nostri regimi, ma abbiamo stabilito di collaborare e siamo riusciti a sconfiggere il nemico”.
“Mentre sedevo davanti a Stalin”, riferì in seguito Jay Cooke, banchiere ed ex presidente repubblicano di Philadelphia, che accompagnò Stassen nel suo viaggio in Europa, “pensavo fra me: può esser questo l'uomo che è stato definito un mostro e una minaccia per il mondo? Era difficile immaginarlo sotto questo aspetto. Io sono ritornato dalla Russia con l'impressione che Stalin e il popolo russo aspirino all'amicizia con gli Stati Uniti, e riconoscano che nel mondo deve esserci la pace”.»31
31. M. Sayers & A. E. Kahn, La grande congiura, cit., cap. 25, paragrafo 4 – Dove va l'America?