02 Ottobre 2023

2.3. I MORTI DEL TERZO MONDO VALGONO MENO DI QUELLI OCCIDENTALI

Oggi possiamo davvero dire che la società occidentale si sia liberata del razzismo?
In questo passo Canfora8 mostra bene l’enorme ipocrisia dei centri di potere occidentali: politica, media e imperialismo sono ancora intrisi di un razzismo sempre meno velato, che si coniuga con la volontà di rinnovare il dominio occidentale neocoloniale sul “Terzo Mondo” trattato nella sostanza come “inferiore”. È il principale motivo per cui quando c’è un attentato terroristico in Europa si assiste ad un’enorme mobilitazione mediatica, mentre non si riserva la stessa attenzione per le stragi dei popoli asiatici e africani. Leggiamo:
«due centri commerciali a Baghdad sono stati distrutti, all’inizio di luglio 2016, da un attentato suicida dell’ISIS, la potente organizzazione mistico-militare finanziata sottobanco dall’Arabia Saudita, pilastro dell’Occidente. Le dimensioni dell’enorme carneficina vennero rese note col contagocce. Dopo una settimana si era quasi a quota 300; moltissimi i minori tra le vittime. Finito il Ramadan, in tanti si erano precipitati a rifornirsi di generi di prima necessità. Il massacro era voluto ed è riuscito in pieno. Ultimo atto, peraltro, di una catena di attentati mortiferi scoccati dal momento stesso in cui la cosiddetta “coalizione” occidentale aveva terminato la missione di portare “la democrazia” (o, a piacer vostro, “la libertà”) in Iraq. Il bilancio da allora è di molte migliaia di vittime di tali attentati. L’11 settembre 2001 due centri commercial-finanziari furono colpiti a New York – le “torri gemelle” – a seguito di un attentato i cui contorni sono rimasti piuttosto e perciò molto inquietanti. Le vittime furono oltre 2000. L’attentato di New York è stato assunto, nella retorica occidentalistica, come tornante epocale della storia universale. È superfluo ricordare i dettagli. La retorica che si alimenta della cattiva coscienza suscita saturazione e rifiuto. Ma qui si vuol osservare che il diverso trattamento riservato ai due episodi – quello di New York e quello di Baghdad – discende certamente da molti fattori (immoralità e asservimento degli organi di stampa ecc.) ma anche, e non meno, dal presupposto, sottinteso, ma sempre operante, che il primo (anzi “primissimo”, trattandosi di New York) mondo è umanità primae classis e merita trattamento, venerazione ecc. conforme al rango. Gli altri mondi, specie quelli che stanno molto in basso nella piramide, ne meritano assai meno. Costituiscono quasi un fastidio. Specie poi quando si tratta di un paese, l’Iraq, che deve la sua cronica e sanguinosa infelicità proprio all’aggressione USA. Una volta diviso il mondo secondo gli strati della piramide, viene accantonato questo problema preliminare: se cioè l’Occidente, in particolare i suoi punti più alti e più ricchi, abbia di per sé e in quanto tali diritto al primato in ogni ambito (ivi compreso, per dirla con Ugo Foscolo, quello dell’“onore di pianti”). Quello che un tempo veniva chiamato – e non con intento elogiativo – “primo mondo” divora la fetta più grossa in tutti i campi; e nondimeno finge di auspicare l’estensione del proprio modello a tutto il pianeta: pur sapendo che, se tale eventualità di realizzasse, in tal caso la condivisione generalizzata abbasserebbe ipso facto lo standard di vita di chi sta in cima alla piramide».
Si dice che le morti di centinaia, a volte migliaia, di africani e asiatici non facciano notizia.
Non si ragiona molto spesso, invece, sul potere che rivestono i media nell’imporre all’attenzione degli spettatori la scaletta delle problematiche ritenute più importanti su cui occorra riflettere. Ne parleremo meglio più avanti affrontando il tema dell’agenda-setting.
Per ora constatiamo l’evidenza per cui i morti bianchi, non solo europei ma “occidentali” in senso ampio, valgano per i media molto più dei morti del “Terzo Mondo”. Il messaggio indiretto e quasi quotidiano è che un bambino bianco e caucasico valga molto più di migliaia di bambini “negri” e africani, segno del razzismo neanche troppo implicito propagandato dagli stessi media controllati dall’imperialismo. Alimentare un razzismo inconscio è una preziosa arma utilizzata in favore del Capitale, che in questa maniera può dividere meglio la classe degli oppressi per via etnica, favorendo il messaggio della necessità di una “missione civilizzatrice” tesa a portare “democrazia e libertà” ad un “Terzo Mondo” barbaro e selvaggio. Ritorna insomma per via inconscia e subdola un vecchio topos del colonialismo ottocentesco che si sta riprendendo a tramandare con maggiore forza dopo il 1991, nella crisi di un forte movimento comunista internazionale coerentemente antirazzista capace di ostacolarne il messaggio culturale con la propria proposta politica e una capacità egemonica quantitativamente ben maggiore sulla società.
Oggi, invece, vige un controllo sempre più totalitario dell’informazione e dei mezzi mediatici da parte dell’imperialismo.
8. L. Canfora, La schiavitù del Capitale, cit., pp. 75-77.

cookie