30 Ottobre 2020

3.3. LA RISPOSTA ANTIMPERIALISTA DEL “TERZO MONDO” A BANDUNG (1955)

Leggiamo direttamente da una dispensa dell'università di Pisa67:
«Nel 1941 la Carta Atlantica proclama solennemente il diritto di tutti i popoli a scegliere autonomamente la propria forma di governo, e gli americani incoraggiano con decisione, in Asia e in Africa, lo sviluppo di movimenti nazionalistici. A sua volta l’URSS considera da sempre la liberazione dei popoli oppressi come uno dei principali obiettivi della lotta contro l’imperialismo, e nel dopoguerra appoggia, in sede ONU, le rivendicazioni delle colonie. L’insieme di questi fattori politici, economici e socio-culturali è all’origine della nascita e della diffusione, in numerosi paesi, di agguerriti movimenti politici che contestano il dominio coloniale e rivendicano una piena indipendenza. La guida di questi movimenti viene assunta ovunque da minoranze di formazione europea, che riconoscono la validità di valori occidentali come il principio di autodeterminazione dei popoli, il progresso economico e il benessere sociale. A questa impostazione di matrice razionalistica, si affiancano in certi casi elementi religiosi. L’obiettivo principale dei nazionalismi è in primo luogo la modernizzazione dell’economia e la formazione di strutture politiche ispirate al modello occidentale e per questo motivo, al di là delle differenti inclinazioni (dal nazionalismo autoritario a un generico democraticismo, sino all’aperto richiamo alle idee del movimento comunista internazionale), tutti condividono l’idea che spetti allo Stato promuovere lo sviluppo economico e tecnico, estromettendo il capitale straniero e sostituendosi ad esso con la nazionalizzazione delle risorse, creando un’industria nazionale e diversificando la produzione agricola.
Dal canto loro le potenze coloniali prendono coscienza dell’impossibilità di sopportare ancora a lungo i gravami militari e finanziari della dominazione coloniale diretta e dell’irresistibile ascesa delle idee favorevoli al processo di indipendenza. Tuttavia, le grandi potenze liberali hanno più che mai bisogno di conservare i propri possedimenti, soprattutto dopo che il loro spazio economico si è bruscamente ridotto in seguito alla semi-chiusura di un mercato di quasi un miliardo di persone (URSS, Cina e democrazie popolari europee). Questa necessità impone dunque la trasformazione della vecchia politica coloniale di controllo diretto, cercando di fare leva sui movimenti nazionalisti conservatori. Questa nuova politica consiste nel riconoscere l’indipendenza o l’autonomia dei governi, conservando però basi militari e vantaggi economici, e mantenendo sul posto missioni di consiglieri e di tecnici che, di fatto, continuano a governare indirettamente il paese. Rinunciando al rapporto coloniale si fa ricorso a metodi di espansione meno evidenti, come l’esportazione di capitali e investimenti nei settori-chiave dell’economia. E siccome i territori coloniali che passano all’autonomia o all’indipendenza mancano effettivamente di tecnici e di capitali – che possono essere forniti solo dalle vecchie potenze – la contropartita di questi aiuti consiste spesso in concessioni che permettono di continuare a esercitare un certo controllo sulla vita economica del paese. […]
Le popolazioni dominate, mano a mano che prendono coscienza delle possibilità di reale indipendenza, oppongono rifiuti sempre più decisi ad essere “rappresentati” dalle grandi potenze “bianche”: questo risveglio della piena coscienza della propria forza e delle proprie possibilità è l’elemento dominante e più importante della Conferenza afro-asiatica riunitasi a Bandung in Indonesia dal 18 al 24 aprile 1955, la prima conferenza internazionale dei popoli di colore nella storia dell’umanità. A tale conferenza – alla quale non è stata invitata nessuna potenza bianca – prendono parte i rappresentanti di 29 paesi asiatici e africani, abitati da più della metà della popolazione della terra, che sino a dieci anni prima erano colonie o semicolonie dipendenti da Stati europei. I protagonisti dell'incontro furono l'indonesiano Sukarno, lo jugoslavo Tito, l'indiano Nehru e il cinese Zhou Enlai. Il più prestigioso leader del mondo arabo che prese parte alla conferenza fu l'egiziano Nasser. Il ruolo di Zhou Enlai nella Conferenza fu rilevante, poiché la Cina dettò l'agenda di questi incontri; introdusse e rafforzò l'idea di neutralismo come principio ispiratore di questo movimento, insistette perché il dibattito della Conferenza non fosse subordinato a prospettive ideologiche. Obiettivi prioritari furuno definiti la dissoluzione del colonialismo e la tutela della pace. Altro attore importante fu Nehru, che con Zhou Enlai ebbe un ruolo guida, sottolineando la necessità di adottare il pacifismo come principio fondante nelle relazioni tra Stati. Le risoluzioni della Conferenza di Bandung – tappa importantissima sulla strada della decolonizzazione – tracciano una ferma condanna del colonialismo, del razzismo e della politica di segregazione e discriminazione tra le razze, che hanno gli stessi doveri e gli stessi bisogni».
Sentiamo cosa dice su Bandung l'intellettuale franco-egiziano Samir Amin68, inventore del concetto di “eurocentrismo”:
«Le tendenze politiche ed ideologiche che rappresentavano, le visioni delle società a cui aspiravano a costruire o a ricostruire, ed anche le loro relazioni con l’Occidente, marcavano grosse differenze. Ciononostante, c’era un progetto comune che li convocava e forniva un senso a quella conferenza. Non era ancora finita la storica battaglia per l’indipendenza; il loro programma minimo comune includeva la decolonizzazione politica di Asia e Africa. Inoltre, tutti erano di accordo sul fatto che l’indipendenza politica appena recuperata era solo un mezzo per ottenere la liberazione economica, sociale e culturale. Era su come ottenerla, che i partecipanti alla conferenza di Bandung si dividevano in due gruppi: c’era chi aderiva all’opinione dominante, secondo cui lo “sviluppo” era possibile all’interno dell’economia mondiale; i dirigenti comunisti, invece, proponevano di uscire dall’ambito capitalista per formare - con l’URSS, o dietro la loro leadership - un fronte socialista mondiale. I dirigenti del Terzo Mondo capitalista che non erano a favore di questa “uscita dal sistema”, per altro, non condividevano nemmeno la stessa visione strategica e tattica dello sviluppo. Ma tutti, chi più chi meno, erano coscienti che una società sviluppata indipendente - sebbene nell’interdipendenza globale - implicava qualche tipo di confronto col dominio occidentale. La tendenza più radicale era a favore di mettere un limite al controllo dell’economia nazionale da parte del capitale monopolista straniero. Inoltre, per mantenere la conquistata indipendenza, si rifiutava di partecipare all’ingranaggio militare mondiale e di servire da base per l’accerchiamento dei paesi socialisti che pretendeva di imporre il dominio statunitense. […] Le politiche di sviluppo applicate in Asia, Africa ed America Latina sono state identiche nella sostanza, al di là dei vari progetti ideologici che le hanno accompagnate. A dispetto delle loro differenze, tutti i movimenti di liberazione nazionale avevano le stesse mete: l’indipendenza politica, la modernizzazione dello Stato, l’industrializzazione dell’economia. L’intervento dello Stato si considerava assolutamente decisivo per lo sviluppo. Non si faceva quella contrapposizione, oggi tanto frequente, tra l’intervento statale - sempre negativo, contrario in essenza alla supposta spontaneità del mercato - e l’interesse privato - legato alle tendenze spontanee del mercato. Non se ne parlava neanche. Al contrario, tutti i governi condividevano il principio che l’intervento statale era un elemento fondamentale della creazione del mercato e della modernizzazione. Chiaro, la sinistra radicale, con la sua interpretazione ideologica tendente al socialismo, associava l’espansione dello statalismo all’eliminazione graduale della proprietà privata. Ma la destra nazionalista, senza avere la stessa meta, non era da meno in materia d’interventismo e statalismo: la costruzione e la difesa degli interessi privati, richiedeva uno statalismo vigoroso».
In un altro articolo Samir Amin69 inquadra ancora meglio la situazione:
«Immediatamente dopo la II Guerra Mondiale la leadership americana non solo fu accettata ma anche sollecitata dalla borghesia in Europa e in Giappone. Anche se la minaccia di un'invasione sovietica poteva convincere solamente degli ottusi, la sua evocazione rese dei buoni servizi alla destra così come ai social-democratici, inseguiti dai loro cugini-avversari comunisti. Si potrebbe quindi credere che il carattere collettivo del nuovo imperialismo potesse dipendere solo da questo fattore politico e che, una volta superata la loro arretratezza nei confronti degli Stati Uniti, l’Europa ed il Giappone avrebbero cercato di liberarsi dalla dipendenza da Washington, divenuta ingombrante quanto ormai inutile. Ma questo non è successo. Perché? L’argomento è inerente al sorgere dei movimenti di liberazione nazionale in Asia e in Africa - durante i due decenni che seguirono la Conferenza di Bandung del 1955, che generò il movimento delle nazioni non allineate - e l'appoggio che loro godettero dall'Unione sovietica e dalla Cina (ognuna a suo proprio modo). Da questi sviluppi l’imperialismo fu costretto non solo ad accettare una coesistenza pacifica con una grande area (il mondo socialista) che si era ampiamente sottratta al suo controllo ma anche a negoziare i termini della partecipazione dei paesi asiatici ed africani al sistema imperialista mondiale. L'allineamento collettivo della triade sotto comando americano sembrò utile per governare le relazioni Nord-Sud dell'epoca; per questo le nazioni non allineate si trovarono a confrontarsi con un blocco Occidentale praticamente indivisibile».
Quel che emerge chiaramente da questi testi è che, nonostante le dichiarazioni formali fatte di buoni principi, le potenze capitaliste occidentali intendono mantenere uno stato di asservimento del “Terzo Mondo”, in forma coloniale o neocoloniale. Il neocolonialismo non è altro che una parola inventata per non usare il termine “imperialismo”, ma scorrendo le caratteristiche descritte da Lenin si noterà che i fenomeni sono sostanzialmente coincidenti. A cercare di appoggiare concretamente e non falsamente la lotta dei popoli coloniali o “neocoloniali” sono invece tra le grandi potenze solo i paesi socialisti: Cina e URSS.
67. M. Della Pina (a cura di), Materiali di studio per l’insegnamento di “Europa e mondo dall’età moderna all’età contemporanea”, Università di Pisa-Unipd.it, Corso di Laurea di Scienze per la Pace, cap. 19 - La conferenza di Bandung. Il resto dei materiali di studio messi a disposizione dal prof. Della Pina è disponibile su Unipd.it.
68. R. Herrera, 50 Anni fa: La Conferenza Di Bandung. Intervista A Samir Amin, Patriaroja.org.pe-CCDP, 26 maggio
69. S. Amin, Imperialismo US, Europa e Medio Oriente, CCDP, 17 dicembre 2004 [1° edizione originale U.S. Imperialism, Europe and the Middle East, Monthly Review, vol. 56, n° 6, novembre 2004].