28 Febbraio 2024

5.4. SCUOLA BORGHESE E SCUOLA SOCIALISTA

Riportiamo ora alcuni spunti provenienti dall’ABC del Comunismo59 sulle differenze tra la scuola borghese e scuola socialista:
«Nella società borghese la scuola persegue tre scopi principali: educare la giovane generazione dei lavoratori a uno spirito di devozione e di rispetto verso il regime capitalistico; preparare, fra la gioventù, delle classi dirigenti di ammaestratori “istruiti” per il popolo lavoratore; servire la produzione capitalistica, utilizzando la scienza per perfezionare la tecnica industriale ed aumentare il profitto dei capitalisti […]. L’insegnamento nelle scuole primarie borghesi viene impartito seguendo un certo programma, conforme ai fini di “ammaestramento capitalistico” degli allievi. Tutti i libri scolastici sono scritti nello stesso spirito. La borghesia si serve, con il medesimo fine, di tutta la letteratura borghese, opera di uomini che considerano il sistema capitalistico naturale, eterno e migliore di ogni altro possibile ed immaginabile sistema. Così gli allievi erano impercettibilmente impregnati di psicologia borghese e pieni di ammirazione per tutte le virtù borghesi, imbevuti di rispetto verso la ricchezza, la gloria ed i titoli onorifici, desiderosi di far carriera e bramosi di diventare dei bravi egoisti […]. La società borghese persegue il suo secondo scopo rendendo l’istruzione secondaria e quella superiore inaccessibile alle classi lavoratrici. Questa istruzione (soprattutto quella superiore) comporta grosse spese che gli operai non possono permettersi. Gli insegnamenti secondari e superiori durano dieci anni e più e sono, anche per questa ragione, inaccessibili al lavoratore, obbligato per venire incontro ai bisogni della sua famiglia a mandare i propri figli ancora molto giovani in fabbrica o nei campi, o a farli lavorare in casa. Le scuole secondarie e superiori si trasformano, in realtà, in istituti d’istruzione per la gioventù borghese. Quest’ultima viene qui preparata a prendere il posto dei genitori, sfruttatori, funzionari e tecnici dello Stato borghese. L’insegnamento, in queste scuole, rivela nettamente un carattere di classe. Se questo carattere non si manifesta in modo tanto esplicito nell’insegnamento della materia o delle scienze naturali, appare, invece, molto chiaramente in quello delle scienze sociali, proprio quelle che formano la mentalità degli alunni. L’economia politica viene insegnata alla maniera borghese, con mezzi perfezionati per confutare la dottrina economica di Karl Marx.
Anche la sociologia e la storia sono impartite con uno spirito prettamente borghese. La storia del diritto è coronata dal diritto borghese, considerato il diritto naturale “dell’uomo e del cittadino”, ecc. Riassumendo, nelle scuole secondarie e superiori (le Università) i figli della borghesia apprendono tutto ciò che è necessario alla società borghese per conservare il suo sistema di sfruttamento. Se, eccezionalmente, qualche figlio di lavoratore arriva all’Università, l’organismo sociale borghese lo distacca dalla sua classe originaria e gli somministra una psicologia borghese: così gli ingegni migliori dei lavoratori servono, in definitiva, ad opprimere la loro classe. Il suo terzo scopo la borghesia lo persegue in questo modo: in una società divisa in classi la scienza si allontana dal mondo del lavoro. Non solo essa è proprietà delle classi possidenti, ma diventa anche la professione di gruppi assai ristretti.
L’insegnamento e le ricerche scientifiche sono nettamente separati dal lavoro. Per applicare alla produzione i progressi della scienza, la società borghese è costretta a fondare istituti destinati ad utilizzare per la tecnica le scoperte scientifiche e le scuole tecniche che permettano di mantenere la produzione al livello del progresso della “scienza pura”, cioè separata dalla vita economica. I politecnici forniscono inoltre alla società capitalistica, non solo un personale tecnicamente istruito, ma anche dei sorveglianti e dei direttori della classe operaia. Per assicurare lo scambio dei prodotti, la borghesia crea anche delle scuole di commercio, degli istituti commerciali, ecc. Nella società comunista, gli istituti d’istruzione, legati alla produzione in generale, continueranno ad esistere. Ogni cosa che si collega alla produzione borghese dovrà fatalmente scomparire. Conserveremo tutto ciò che contribuisce allo sviluppo della scienza, e sopprimeremo tutto ciò che separa la scienza dal mondo del lavoro. Manterremo l’insegnamento tecnico, ma elimineremo ciò che lo divide dal lavoro manuale. Proteggeremo la scienza e svilupperemo la sua applicazione alla produzione, ma rimuoveremo gli ostacoli che il regime capitalistico innalzava, contro questa applicazione, quando la riteneva per lui svantaggiosa […].
La società borghese considera il bambino come proprietà dei genitori. Quando i genitori dicono “mio figlio” o “mia figlia” essi non attribuiscono a questa parola solo un senso familiare, ma vogliono esprimere anche il loro diritto d’educare i figli a proprio piacimento. Dal punto di vista socialista, questo diritto è infondato. Nessun essere è di per sé indipendente. Egli appartiene alla società, al genere umano. Solo grazie all’esistenza della società ogni individuo può vivere e svilupparsi. Perciò il bambino non appartiene soltanto ai suoi genitori, ma anche alla società, grazie alla quale può vivere. Quest’ultima possiede un diritto primordiale e fondamentale sull’educazione dei bambini. Bisogna dunque biasimare duramente ed eliminare la pretesa dei genitori di servirsi dell’educazione familiare per trasmettere le proprie ristrette vedute ai loro figli. La società resta libera d’affidare l’educazione dei bambini ai genitori, ma quanto prima potrà intervenire essa stessa, tanto meno ci sarà bisogno di lasciare questo compito educativo ai genitori, dal momento che la capacità d’educare i figli è molto meno diffusa di quella necessaria per metterli al mondo. Su cento madri, una o due soltanto sono capaci d’essere delle buone educatrici. L’avvenire è dell’educazione sociale. Questo sistema educativo permetterà alla società comunista di formare nel modo migliore la generazione futura, con il minimo dispendio di tempo e d’energie.
L’educazione sociale non è necessaria solo dal punto di vista pedagogico. Essa offre anche vantaggi economici. Centinaia, migliaia, milioni di madri saranno così disponibili per la produzione e potranno sviluppare la loro cultura personale. Verranno pure dispensate dal degradante lavoro domestico e dall’infinita quantità di occupazioni che l’educazione familiare dei loro figli comporta. Per queste ragioni il potere sovietico intende creare tutta una serie di istituti destinati al continuo miglioramento dell’educazione sociale, che, poco a poco, verrà impartita in comune. Tali sono i giardini d’infanzia, dove danno i loro figli a specialisti dell’educazione prescolastica; i focolari (o asili infantili), specie di giardini d’infanzia, ma concepiti per un soggiorno più lungo; le colonie, dove vivono e sono educati i bambini separati per molto tempo, o per sempre, dai loro genitori. A questi bisogna aggiungere i nidi d’infanzia, cioè gli istituti in cui vengono educati i bambini fino all’età di quattro anni, o nei quali sono custoditi mentre i loro genitori si trovano al lavoro […].
Gli istituti prescolastici sono creati per i bambini di età inferiore ai sette anni. Bisogna che l’educazione e l’istruzione siano entrambe impartite dalla scuola. L’istruzione dovrà essere obbligatoria, ciò rappresenta un enorme progresso rispetto all’epoca zarista; essa deve essere anche gratuita, costituendo così un notevole passo in avanti persino nei confronti dei paesi borghesi più progrediti, dove solo l’istruzione primaria è gratuita. L’insegnamento deve, naturalmente, essere uguale per tutti: in tal modo verranno aboliti i privilegi di certi gruppi della popolazione in questo campo ed in quello dell’educazione. L’istruzione universale, uguale per tutti ed obbligatoria, deve essere impartita a tutta la gioventù fra gli otto e i diciassette anni. Bisogna che la scuola sia unica. Ciò significa, in primo luogo, che si deve abolire la separazione per sesso. Occorre poi eliminare quella divisione della scuola in istituti superiori, secondari e primari, i cui programmi non sono affatto adatti gli uni agli altri. È necessario sopprimere pure la distinzione fra istruzione generale ed istruzione professionale, la divisione in scuole accessibili a tutti e scuole riservate alle classi privilegiate. La scuola unica deve rappresentare un’unica scala che ogni allievo possa salire, cominciando dal gradino più basso, il giardino d’infanzia, per arrivare al più alto, l’Università. La cultura generale e l’istruzione scientifica saranno obbligatorie per tutti. È evidente che la scuola unica è l’ideale di ogni accorto pedagogista, essa rappresenta pure la sola scuola possibile nella società socialista, cioè in una società senza classi che miri al futuro […]. La scuola della repubblica socialista deve essere la scuola del lavoro, cioè il luogo dove l’insegnamento e l’educazione vengono collegati al lavoro e s’appoggiano ad esso. Ciò è importante per molte ragioni.
Innanzitutto, per la buona riuscita dell’insegnamento stesso. Il bambino apprende con più facilità, serietà e soddisfazione, non quello che gli viene esposto dal libro o dalle spiegazioni del maestro, ma ciò che acquisisce con la pratica del lavoro manuale. Si comprendono più facilmente le scienze naturali cercando di servirsi della natura circostante. Nelle scuole borghesi più moderne si è già cominciato a collegare l’insegnamento al lavoro, ma quest’opera non può essere portata a termine perché il regime borghese educa coscientemente degli elementi parassiti, e separa, secondo un principio insormontabile, il lavoro manuale da quello intellettuale.
Il lavoro manuale favorisce lo sviluppo fisico del bambino e quello intellettuale le sue attività mentali. È provato dall’esperienza che il tempo impiegato nel lavoro manuale all’interno della scuola non riduce, ma al contrario accresce il progresso intellettuale dei bambini. Insomma, la scuola unica del lavoro rappresenta una realtà necessaria nella società comunista, dove ogni cittadino deve conoscere, almeno in modo elementare, tutte le professioni. In questa società non esisteranno né corporazioni chiuse, né professioni inaridite, né gruppi dediti alla loro sola specializzazione. Anche lo scienziato più geniale deve essere, nello stesso tempo, un abile operaio. All’alunno che esce dalla scuola comunista del lavoro la società dice: “Tu non sei costretto a diventare uno scienziato, ma hai il dovere d’essere un produttore”. Partendo dai giochi nel giardino d’infanzia, il bambino deve passare, poco a poco, al lavoro, quasi fosse il naturale proseguimento dei suoi giochi, in modo d’abituarsi, fin dall’inizio, a non considerarlo una spiacevole necessità o una punizione, ma una manifestazione naturale e spontanea delle sue attitudini. Bisogna che il lavoro divenga un bisogno, come il bere o il mangiare. È necessario, dunque, che la scuola comunista diffonda e sviluppi questo bisogno […].
Prescindendo dalla lotta contro l’ignoranza, è necessario che il popolo sovietico compia grandi sforzi per dare alla popolazione, soprattutto adulta, la possibilità d’istruirsi con i propri mezzi. Perciò si sono create biblioteche per soddisfare i bisogni del lettore operaio, vengono organizzati dappertutto circoli popolari, case del popolo e club, e sono state fondate Università popolari. Il cinema, che sotto il regime borghese serve solo ad arricchire i suoi proprietari e a demoralizzare le masse popolari, gradualmente si trasforma, benché, secondo noi, troppo lentamente, in un efficace strumento d’istruzione e d’educazione delle masse allo spirito socialista e materialista dialettico. Ogni specie di corso gratuito è accessibile a tutti ed è, grazie alla diminuzione delle ore di lavoro, al servizio dei lavoratori. In futuro organizzeremo viaggi per i lavoratori durante le loro ferie, al fine di far loro conoscere il proprio paese e quelli stranieri. Questi viaggi avranno un valore educativo e rafforzeranno molto i legami fra i lavoratori di tutti i paesi».
59. N. Bucharin & Y. Preobrazenskij, L'A.B.C. del Comunismo, cit., capp. 76-84.

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