24 Settembre 2020

7. DAL TESTAMENTO AL “MITO”

«Quali che siano le circostanze della mia morte, io morirò con la incrollabile fede nel futuro comunista. Questa fede nell'uomo e nel suo futuro mi dà, persino ora, una tale forza di resistenza che nessuna religione potrebbe mai darmi... Posso vedere la verde striscia di erba oltre la finestra ed il cielo limpido azzurro oltre il muro, e la luce del sole dappertutto. La vita è bella. Possano le generazioni future liberarla di ogni male, oppressione e violenza e goderla in tutto il suo splendore». (dal Testamento di Lev Trockij, 1940, pochi mesi prima di morire)
Fin dall'epoca dei processi di Mosca Trockij rifiuta il fatto compiuto di aver perso la gran parte della propria organizzazione clandestina in URSS e accoglie positivamente l'impegno di alcuni ambienti intellettuali ad accettarne le tesi. In un'ottica pienamente anticomunista e antisovietica viene infatti intrapresa una campagna internazionale a favore di Trockij. Alcuni fatti ricordati da Sayers e Kahn25:
«Il 26 gennaio 1937 Trockij pubblicò una dichiarazione firmata sulla stampa di Hearst negli Stati Uniti a proposito del processo a Pjatakov e Radek. “All'interno del Partito Stalin si è posto al di sopra di ogni critica e dello Stato”, scrisse a proposito delle testimonianze al processo. “È impossibile eliminarlo se non tramite l'assassinio”. A New York fu formato il Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij, guidato dai suoi seguaci negli Stati Uniti ma nominalmente coordinato da socialisti, giornalisti e intellettuali antisovietici. Il Comitato includeva anche numerosi liberali. Uno di loro, Mauritz Hallgren, giornalista e condirettore del Baltimore Sun, si ritirò appena gli fu chiaro il vero obiettivo del gruppo, la propaganda antisovietica. Il 27 gennaio 1937 Halgren dichiarò pubblicamente al Comitato: “Sono convinto, date queste circostanze, che il Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij è diventato, forse inconsapevolmente, uno strumento dei trockijsti per l'intervento politico contro l'Unione Sovietica. […] Vi prego quindi di cancellare il mio nome dai membri del Comitato”. Il Comitato per la Difesa di Lev Trockij svolse un'intensa campagna di propaganda che rappresentava Trockij come uno sfortunato “eroe della Rivoluzione” e i processi di Mosca come “complotti di Stalin”. Una delle sue prime azioni fu la creazione di una “commissione di inchiesta” per “indagare le accuse mosse contro Lev Trockij ai processi di Mosca dell'agosto 1936 e gennaio 1937”. I membri della Commissione erano l'anziano filosofo John Dewey, l'intellettuale Carleton Beals, l'ex membro socialista del Reichstag Otto Rühle, il giornalista antisovietico ex radicale Benjamin Stolberg e la fervente giornalista filo-trockijsta Suzanne La Follette. Con una considerevole copertura mediatica, il 10 aprile la Commissione Dewey iniziò le udienze a Coyoacan. Gli unici testimoni erano Trockij e uno dei suoi segretari, Jan Frankel, che era diventato un membro della sua guardia personale a Büyükada nel 1930. Il consulente legale di Trockij era l'avvocato statunitense Albert Goldman. Le udienze durarono sette giorni. La “testimonianza” di Trockij, largamente pubblicizzata dalla stampa europea e statunitense, consisteva principalmente in violente accuse a Stalin e al governo sovietico e in stravaganti elogi del proprio ruolo durante la Rivoluzione russa. Le prove dettagliate presentate contro di lui ai processi di Mosca furono per la maggior parte ignorate dalla Commissione. Il 17 aprile Carleton Beans rassegnò le dimissioni e dichiarò pubblicamente quanto segue: “L'adorazione incondizionata degli altri membri della Commissione nei confronti del signor Trockij per tutto il tempo delle udienze ha sconfitto ogni spirito di indagine onesta. […] Il primo giorno mi fu detto che le mie domanda erano inopportune. Il controinterrogatorio finale è stato organizzato in modo tale da impedire ogni ricerca della verità. Sono stato rimproverato per aver fatto domande a Trockij sui suoi archivi. […] Il controinterrogatorio consisteva nel permettere a Trockij di spargere accuse propagandistiche con eloquenza e accuse folli, con tentativi molto rari di fargli dimostrare le sue dichiarazioni. […] La Commissione potrà ingannare il pubblico se lo desidera, ma io non presterò il mio nome alla possibilità di ulteriori insulsaggini simili a quelle già commesse”.
Sotto gli auspici del Comitato Americano per la Difesa di Lev Trockij fu organizzata una campagna per portare Trockij negli Stati Uniti. Libri, articoli e dichiarazioni dei trockijsti circolavano ampiamente in tutto il paese, mentre la verità sui processi di Mosca restava chiusa negli archivi del Dipartimento di Stato o nelle menti dei corrispondenti da Mosca che credevano, come scrisse in seguito Walter Duranty, all'“estrema riluttanza dei lettori statunitensi a leggere qualcosa di positivo sulla Russia”.»
E ancora26:
«I seguaci e gli ammiratori di Trockij in Europa e America produssero un'interminabile sfilza di dichiarazioni, pamphlet, volantini e articoli che descrivevano i processi di Mosca come “la vendetta di Stalin contro Trockij” e il prodotto del suo “dispotismo orientale”. I trockijsti e i loro alleati avevano accesso a molte pubblicazioni illustri. Negli Stati Uniti le loro dichiarazioni apparvero sul Foreign Affairs Quarterly, sul Reader's Digest, sul Saturday Evening Post, sull'American Mercury, sul New York Times e su altri giornali e periodici molto letti e diffusi. Tra gli amici, seguaci e ammiratori di Trockij le cui interpretazioni dei processi furono ampiamente diffuse dai media statunitensi c'erano: Max Eastmann, ex rappresentante e traduttore ufficiale di Trockij negli Stati Uniti; Aleksandr Barmin, rinnegato sovietico ex membro del Ministero degli Affari Esteri; Albert Goldman, l'avvocato di Trockij che nel 1941 sarebbe stato condannato per aver preso parte a una cospirazione contro le forze armate degli Stati Uniti; il “generale” Krivitskij, avventuriero russo e testimone per la commissione Dies che si era finto un membro dell'OGPU e sarebbe morto suicida lasciando una nota che spiegava l'atto come un'espiazione per il suo “grande peccato”; Isaac Don Levin, propagandista antisovietico di lungo corso e firma di punta della stampa di Hearst; William Henry Chamberlain, anch'egli giornalista per Hearst, i cui articoli sui processi apparvero con il titolo La purga russa di sangue sul giornale propagandistico giapponese in lingua inglese Contemporary Japan. Il celebre trockijsta statunitense James Burnham, poi autore di The Managerial Revolution, descrisse i processi di Mosca come un insidioso tentativo da parte di Stalin di ottenere l'aiuto di Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti in una “guerra santa” contro l'Asse e per spingere a una “persecuzione internazionale” contro tutti coloro che “appoggiavano una politica di disfattismo rivoluzionario” (cioè i trockijsti). Il 15 aprile 1937, nella sua introduzione al pamphlet trockijsta sul processo Pjatakov-Radek, Burnham scrisse “Sì, i processi sono parte integrante e straordinaria della preparazione dello stalinismo per la guerra imminente. Lo stalinismo ha l'obiettivo di arruolare le masse di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti negli eserciti dei loro rispettivi governi imperialisti, in una guerra santa contro l'attacco che Stalin si aspetta sia lanciato contro l'Unione Sovietica da Germania e Giappone. Attraverso i processi che operano su scala mondiale, lo stalinismo cerca così di eliminare ogni possibile centro di resistenza al suo tradimento social-patriottico”.»
La seconda guerra mondiale, con l'azione delle “quinte colonne” sparse in giro per l'Europa, è però servita a far capire anche ai più ostinati il senso delle “Grandi Purghe”27:
«La Danimarca fu occupata in un giorno solo, senza resistenza. Entro la fine del mese la resistenza norvegese era stata schiacciata e le truppe britanniche, recatesi in aiuto dei norvegesi, abbandonarono le loro poche e precarie posizioni. Un regime fantoccio veniva istituito a Oslo sotto il maggiore Vidkun Quisling. […] Il panico invase tutta la Francia, mentre dappertutto la quinta colonna era all'opera. Le truppe francesi vennero abbandonate dai loro ufficiali e intere divisioni si trovarono senza rifornimenti militari. Paul Reynaud disse al Senato che i comandanti dell'esercito francese avevano commesso “errori incredibili” e denunciò “traditori, disfattisti e codardi”. Dozzine di ufficiali di massimo rango vennero improvvisamente arrestati. Ma era troppo tardi: ormai la quinta colonna aveva il controllo della Francia. […] Ora dopo ora la confusione aumentava e la débâcle si faceva più grave, mentre i soldati francesi combattevano disperatamente e il mondo guardava il tradimento di una nazione su una scala mai vista prima di allora. […] Attraverso la stretta Manica, il popolo britannico vide la quinta colonna all'opera. Il governo di Churchill agì rapidamente e con decisione. Scotland Yard e i servizi segreti spazzarono via gli agenti nazisti, i fascisti britannici e i leader della quinta colonna segreta. Durante un raid improvviso nella sede dell'Unione Britannica dei Fascisti, la polizia sequestrò importanti documenti e arrestò molti membri dell'organizzazione. Il leader del Partito Fascista Britannico, Sir Oswald Mosley, venne arrestato nel suo appartamento. Seguirono altri arresti sensazionali: John Beckett, ex membro del Parlamento e fondatore dell'antisovietico e filo-nazista Partito Popolare; il capitano A.H. Ramsay, membro del Parlamento per i tories; Edward Dudley Elan del Ministero della Salute; sua moglie Dacre Fox, e altri celebri fascisti e filo-nazisti furono arrestati. Venne approvata una legge speciale che puniva con la pena di morte i traditori. Mostrando di aver imparato bene la lezione della Francia e dei processi di Mosca, nel luglio 1940 il governo inglese annunciò l'arresto dell'ammiraglio Barry Domville, ex direttore dei servizi segreti navali. Domville, amico di Alfred Rosenberg e del generale Max Hoffmann, era coinvolto in tutte le cospirazioni antisovietiche dal 1918. Al momento del suo arresto era a capo di una società segreta filo-nazista inglese di nome The Link (“Il collegamento”), che era stata organizzata con l'aiuto di Heinrich Himmler. Prese le misure necessarie contro i tradimenti interni, i britannici affrontarono la dura prova degli attacchi aerei nazisti senza indietreggiare».
Questi eventi, uniti alla vittoria finale sovietica sulla Germania nazista, ottenuta a carissimo prezzo, all'epoca screditano completamente la figura di Trockij e il trockijsmo in generale, compresa la Quarta Internazionale.
La situazione cambierà anzitutto con l'avvento della guerra fredda:
«Gli amici di Trockij negli Stati Uniti fecero accordi per far pubblicare il libro dalla casa editrice Harper Brothers di New York. Benché il libro fosse pronto per la stampa, gli editori decisero all'ultimo momento di non distribuirlo e le poche copie diffuse furono ritirate dalla circolazione. Alcuni stralci del libro erano già stati pubblicati come articoli da Trockij. L'ultimo articolo pubblicato prima della sua morte apparve nell'agosto 1940 sulla rivista Liberty. Il titolo era Stalin avvelenò Lenin?. Nell'aprile 1946, nel mezzo di una nuova ondata di propaganda antisovietica negli Stati Uniti, la Harper Brothers cambiò idea e pubblicò la tirata di Trockij contro Stalin».28
Difficilmente i settori progressisti avrebbero però potuto abboccare se non dopo il profondo shock conseguito alla “destalinizzazione” del 1956.
Leggiamo al riguardo le considerazioni di Grover Furr29:
«La natura fraudolenta del Rapporto di Chruščev ci obbliga a ripensare gli anni di Stalin e Stalin stesso. Spogliata sia dell'adorazione cultuale che lo circondava, sia delle calunnie di Chruščev, la figura di Stalin e la forma delle politiche che egli cercò di mettere in pratica ritornano ad essere il tema centrale, il punto interrogativo più importante nella storia sovietica e dell'Internazionale. I successi e gli insuccessi di Stalin non devono solo essere riesaminati, devono ancora essere scoperti e riconosciuti. Per lo stesso motivo si impone anche la riconsiderazione di Trockij e del trockijsmo. Nell'essenziale la denuncia di Stalin fatta da Chruščev nel Rapporto Segreto riecheggia la demonizzazione di Stalin da parte di Trockij. Ma nel 1956 il trockijsmo era una forza marginale e il suo leader assassinato veniva generalmente liquidato come un megalomane fallito. Il discorso di Chruščev infuse nuova vita alla caricatura ormai moribonda che Trockij aveva fatto di Stalin. Comunisti e anticomunisti insieme presero a considerare Trockij come un “profeta”. Non aveva forse detto cose assai simili a quelle che Chruščev aveva appena “rivelato” essere vere? Le opere di Trockij, che pochi avevano letto, vennero rispolverate. La sua reputazione e quella dei suoi seguaci crebbe a dismisura. Che il Rapporto Segreto costituisse una “riabilitazione” implicita di Trockij fu subito chiaro alla vedova, Sedova, che all'indomani del Rapporto depositò al Presidium del XX Congresso la domanda di piena riabilitazione del marito e del figlio. Adesso però il ritratto assai partigiano che Trockij fece di Stalin e della società e politica sovietica dei suoi giorni, non essendo più “confermato” dalla testimonianza di Chruščev, deve essere riconsiderato con occhio critico».
25. Ibidem.
26. Ivi, cap. 20, nota 1.
27. Ivi, cap. 22, paragrafo 2 – La seconda guerra mondiale.
28. Ivi, cap. 21, nota 4.
29. L'estratto, preso da G. Furr, Krusciov mentì, cit., capitolo 12, pp. 192-217, è disponibile assieme all'intero capitolo su Associazionestalin.it.