13 Novembre 2019

7. STORIA DEI SIMBOLI COMUNISTI

[parlando della falce e martello]: «È un segno che fa muovere le masse popolari e non rappresenta solo un emblema, bensì un principio tecnico-costruttivo per le azioni degli uomini e per l'aspirazione della volontà. Abbiamo davanti a noi il simbolo dell'unione degli operai e dei contadini, l'emblema dello stato sovietico». (Aleksej Losev, filosofo russo)58
La stella a cinque punte (uno dei simboli più diffusi: si pensi alle bandiere nazionali di paesi estremamente diversi fra loro, dall'Australia al Marocco, dalle Filippine agli USA) indica la “stella polare” della rivoluzione, inevitabilmente destinata a travolgere i cinque continenti; rappresenta allo stesso tempo le cinque dita della mano del lavoratore. Più comunemente si fa risalire all'Uomo Vitruviano di Leonardo Da Vinci usato come simbolo di umanesimo e della centralità dell'uomo (e non di un ipotetico Dio) nell'universo. Dato che Karl Marx e Friedrich Engels la usavano come simbolo di umanismo radicale e lotta di classe, la stella rossa fu collocata insieme alla falce e martello nella bandiera rossa e negli emblemi ufficiali dell'URSS. Comparsa nei berretti e nelle uniformi delle guardie rosse bolsceviche durante la Rivoluzione d'Ottobre, indica più direttamente il ruolo egemone del Partito Comunista. Nella bandiera nazionale cinese, invece, la stella più grande rappresenta il ruolo-guida del Partito Comunista, mentre le quattro stelle piccole simboleggiano le classi sociali alleate nel processo rivoluzionario: gli operai, i contadini, la piccola borghesia e gli studenti.59
La falce e martello che i fascisti e gli anticomunisti vogliono bandire dall'Europa è il simbolo glorioso dei marxisti-leninisti di ogni epoca e di ogni paese. Insieme al rosso della bandiera è l'emblema della riscossa, dell'aspirazione del proletariato e delle masse sfruttate e oppresse all'emancipazione e al socialismo. è stato il simbolo della dittatura del proletariato instaurata per la prima volta nell'URSS di Lenin e di Stalin e poi nella Cina di Mao. è il simbolo che ha animato, incoraggiato e sostenuto milioni di combattenti antifascisti e antinazisti la cui vittoria è simboleggiata dalla bandiera rossa con falce e martello issata sul Reichstag dopo la caduta di Berlino per mano dell'Armata rossa di Stalin. Nessun paragone e assimilazione può esser fatta con la svastica nazista. Quanto questa è il simbolo della reazione, della dittatura borghese più feroce, della guerra imperialista e dello sterminio razzista e xenofobo, tanto la falce e martello è sempre stata il simbolo della libertà dallo sfruttamento, della giustizia sociale, dell'unità dei popoli e delle nazioni contro l'oppressione imperialista, il capitalismo e la reazione in genere. La rinuncia a tale simbolo ha sempre accompagnato l'abiura dell'ideologia, della storia e della pratica del movimento operaio internazionale e nazionale e l'abbandono della lotta di classe contro il capitalismo e per il socialismo. La falce e martello incrociati sono il simbolo dell'unità delle masse contadine, rappresentate dalla falce, e della classe operaia e dei lavoratori, rappresentati dal martello. All'inizio, il vessillo che rappresenta le lotte operaie e popolari è la bandiera rossa che simboleggia il sangue versato dai lavoratori e dal popolo. Un vessillo antichissimo. Sembra che la prima volta sia stato usato in Germania nel 1512. Nel 1848 il popolo di Parigi la innalzò sulle barricate. Lo stesso fecero i comunardi nel 1871. In seguito fu adottata da tutti i partiti socialisti e comunisti. Nel 1917 la adottò l'URSS come bandiera nazionale. Lo stesso fece la Cina di Mao nel 1949. Più recente è la storia del simbolo della falce e martello. Questi due emblemi del lavoro vengono già adottati dai partiti della seconda Internazionale fondata a Parigi nel 1889. Ma appaiono per la prima volta “incrociati” nel 1917 durante la Rivoluzione d'Ottobre. Nel 1918, quando viene varata la prima Costituzione, il simbolo della falce e martello è al centro dello stemma della Repubblica federativa socialista sovietica russa. Nel 1924, quando entra in vigore la Costituzione dell'URSS, esso campeggia anche nella bandiera rossa accompagnato dalla stella che indica la via del socialismo. Sotto la spinta del Partito e dell'Unione Sovietica di Lenin e Stalin diviene il simbolo principale dei partiti comunisti e socialisti che aderiscono alla III Internazionale.
In Italia il PSI di Turati adottò tale simbolo per la prima volta al congresso di Bologna nell'ottobre 1919 nella prospettiva di una possibile entrata, poi non avvenuta, nell'Internazionale comunista. Fu mantenuto per cinquantanove anni, accompagnato da un libro e dal sole, fino al congresso del 1978 quando Craxi, nel quadro del rigetto completo di ogni pur labile riferimento al socialismo di Marx ed Engels e di esaltazione del pensiero liberale di Proudhon, riuscì a far cambiare il vecchio simbolo del suo partito con il garofano. A dire il vero il vecchio simbolo, sempre più piccolo, continuò ad apparire ai piedi del garofano ancora per un po'. Fino al 1984, quando al congresso di Verona il simbolo scompare dalla scenografia allestita dal craxiano Filippo Panseca come una discoteca a specchi. Sparirà poi definitivamente il 19 giugno 1985.
Lo stesso percorso segue opportunisticamente il PCI revisionista. Questo simbolo era stato adottato fin dalla nascita di questo partito a Livorno nel 1921. Anche se a esso, per volere di Togliatti, fu aggiunto nel primissimo dopoguerra il tricolore, in ossequio alla “via italiana al socialismo”, e la stella viene trasformata nella stella della repubblica italiana. Al congresso di Rimini del gennaio '91, quando il PCI del rinnegato Occhetto viene liquidato e sostituito con il PDS, il nuovo partito relega il simbolo storico del PCI, assai ridotto, alla base della Quercia. Fino al '98, quando il rinnegato D'Alema scioglie anche il PDS e dà vita ai Democratici di sinistra, i quali alla base della quercia pongono ora la rosa socialista con la scritta PSE (Partito socialista europeo). Nel frattempo a seguito dello smantellamento dell'Unione Sovietica revisionista anche la gloriosa bandiera rossa con la falce e martello viene ufficialmente ammainata nel 1991 dall'allora presidente Boris Eltsin che al suo posto reintroduce due simboli zaristi: la bandiera bianca-rosso-blu e l'aquila a due teste dei Romanov che viene cucita sulle divise dei militari.60

Questa invece è la storia di come ci salutiamo: negli anni Trenta si consolida e si diffonde un nuovo gesto di opposizione e protesta, perfetta antitesi al saluto fascista sia dal punto di vista formale che da quello dei significati, il saluto a pugno chiuso in cui, com’è stato notato, «convergono più significati: l’organizzazione di classe, la volontà indomita di resistenza, la minaccia ai nemici». Sebbene abbia anch’esso, probabilmente, un’origine classica, sembra la sua iconografia inizi a definirsi solo durante i giorni drammatici della Comune di Parigi. Nel lento costruirsi di un’iconografia legata al pugno chiuso si sommano la riproduzione di un gesto spontaneo e “naturale” con una tradizione simbolica legata alla lotta politica e sociale; ma probabilmente sarà solo la sua trasformazione in saluto militare a codificare definitivamente il saluto a pugno chiuso come gesto di lotta. In un primo tempo, tra il 1923 e il 1924, esso verrà usato in questo modo dalla Rotfrontkämpferbund, una organizzazione paramilitare del Partito Comunista Tedesco che, riproducendolo sulle bandiere, ne farà anche il proprio emblema in contrapposizione al saluto romano adottato dai nazisti. Dunque è tra la fine del 1923 e l'inizio del 1924 che nasce il pugno chiuso come saluto militante. I combattenti del RFB si salutavano con il braccio destro ripiegato verso il fianco e il pugno piegato come fosse pronto a sferrare un colpo. Il saluto nel volgere di poco tempo si modifica e attorno al 1925 il pugno destro viene sollevato all'altezza della spalla con il gomito piegato. Il saluto comunista si estende dai membri della RFKB ai semplici militanti, verrà ulteriormente modificato nel periodo del Fronte Popolare in Francia e della Guerra di Spagna con il pugno destro che viene portato all'altezza delle tempia.
Il pugno chiuso diventa anche il simbolo delle Brigate Internazionali dei volontari che combattono contro il generale Franco. Nell’ottobre del 1936, infatti, la Gazzetta Ufficiale del ministero della Difesa prescriverà che il saluto militare venga fatto alzando «il pugno chiuso all’altezza della visiera, quando non si portino armi, e se si è armati, il pugno chiuso con il braccio ad angolo retto». Tuttavia, secondo il diario di viaggio di un pittore svedese che sarebbe scomparso a Siviglia durante l’insurrezione militare, il gesto era già ampiamente diffuso come forma di saluto: «dappertutto nella gentile Spagna del sud, – scriveva infatti Torsten Jovinge – per le strade, dalle colline e dalle case, mi salutano con il pugno chiuso i mulattieri e gli aquaioli, le bambine che giocano accanto ai pozzi e quel bambino di un anno in braccio a suo padre». Dunque, quando Mirò nel 1937 realizza il famoso manifesto Aidez l’Espagne, che, pubblicato dai Cahiers d’Art in Francia sarebbe poi stato stampato in forma di cartolina per finanziare la lotta antifranchista, quel «pugno ingigantito con una forte deformazione espressiva, messo in primo piano quale motivo preminente di tutta l’immagine» diventa il gesto iconico dell’antifascismo, appannando la sua origine militare a favore di un più ampio valore identitario che avrebbe mantenuto nei decenni successivi.
Il saluto con il pugno chiuso in Italia, resterà il braccio destro piegato fin verso la metà degli anni '60. I funerali di Togliatti, 1964, in cui molta parte dell'immensa folla distenderà il braccio destro piegato, indicheranno come il braccio disteso riprenda la sacralità del saluto militare iniziale. Proprio gli studenti, verso la fine degli anni '60 apportano un'altra modifica al saluto: sempre più spesso viene usato il braccio sinistro. L'uso del braccio sinistro si stabilizza alla metà degli anni '70 in Italia: oggi è decisamente il più diffuso. A partire da quell’anno tuttavia si può rintracciare un ulteriore, duplice e divergente percorso. Da una parte la “fratellanza”, il senso di unione e forza rappresentato dalle dita unite sembra essere scalzato dal pugno usato come simbolo di conflitto: il gesto viene cioè caricato di una violenza simbolica, sia dai gruppi della sinistra rivoluzionaria che dalla borghesia più conservatrice, sicuramente allarmata dalla ritmica scansione di slogan in cui la forte carica di violenza veniva rinforzata dai pugni mossi all’unisono. Dall’altra, il gesto del pugno chiuso teso verso l’alto assume un significato più universale di protesta e rivolta: in una delle immagini simbolo del ’68 internazionale, la premiazione dei 200 metri maschili alle olimpiadi messicane, i due atleti statunitensi Smith e Carlos salutano la bandiera a capo chino e con il pugno, guantato di nero, alzato, l’uno distendendo il braccio destro, l’altro il sinistro. In linea di massima, nei decenni successivi questa simbologia generale finirà per prevalere su quella strettamente politica, sganciando il pugno chiuso dalla ristretta cerchia delle immagini di partito.61 Noi però sappiamo bene come si debba fare il pugno chiuso.
58. Citato in V. Khutarev, Falce e martello, alle origini di un simbolo, Rbth.com, 22 luglio 2014.
59. Fonti usate: Simboli e segni rivoluzionari, Sitocomunista.it; Wikipedia, Stella Rossa (simbolo).
60. Partito Marxista-Leninista Italiano (PMLI), La storia della falce e martello, Pmli.it, 16 febbraio 2005.
61. M. Danesi, Storia del pugno chiuso, saluto di lotta, Il Calendario del Popolo, n° 727, febbraio 2008.