13 Novembre 2019

4. LA RIVOLUZIONE MANCATA IN ITALIA

«Quale deve essere l’atteggiamento di un gruppo politico innovatore verso il passato, specialmente verso il passato più prossimo? Naturalmente deve essere un atteggiamento essenzialmente “politico”, determinato dalle necessità pratiche, ma la quistione consiste precisamente nella determinazione dei “limiti” di un tale atteggiamento. Una politica realistica non deve solo tener presente il successo immediato (per determinati gruppi politici, però, il successo immediato è tutto: si tratta dei movimenti puramente repressivi, per i quali si tratta specialmente di dare un gran colpo ai nemici immediati, di terrorizzare i gregari di questi e quindi acquistare il respiro necessario per riorganizzare e rafforzare con istituzioni appropriate la macchina repressiva dello Stato), ma anche salvaguardare e creare le condizioni necessarie per l’attività avvenire e tra queste condizioni è l’educazione popolare. Questo è il punto». (Antonio Gramsci, Quaderni dal Carcere, Quaderno 3 [XX], voce 62, Passato e presente)
Mai come nel 1919-20 in Italia si è andati più vicini ad una Rivoluzione Socialista. Le condizioni erano le migliori possibili. In reazione al rischio del contagio rivoluzionario nascono nuove organizzazioni politiche. Di fronte alla crisi dei Liberali, radunati attorno a Giolitti, e alla conquista del suffragio universale, la Chiesa decide di scendere in campo organizzando nel gennaio 1919 il Partito Popolare Italiano, portando a termine un percorso di ricucitura politica con le istituzioni italiane (e cioè con la monarchia dei Savoia) nel comune interesse di combattere il pericolo socialista, che rischia di distruggere anche in Italia come in Russia il dominio dei ceti e delle classi padronali. Nonostante ciò, il PSI mantiene il netto consenso della quasi totalità del proletariato industriale e del settore del mondo contadino conflittuale, vincendo le elezioni del novembre 1919 con il 32% dei consensi (1 milione e 800 mila voti) che vale la maggioranza relativa della Camera dei Deputati, con 156 seggi (tre volte più che nel 1913). I popolari si fermano a 100 deputati con a milione e 160 mila voti e riescono a formare con il frammentato campo dei Liberali una serie di deboli governi che devono fronteggiare la furibonda lotta di classe popolare.21
21. Vedi la seconda nota del paragrafo 1. Il biennio rosso in Europa e la grande paura della borghesia.