13 Novembre 2019

5. IL BOLSCEVICO ANTONIO GRAMSCI, IL “LENIN DELL'OCCIDENTE”

«Chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l’eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo».
(Antonio Gramsci, dalle Lettere dal Carcere)26
Diceva Stalin che «la modestia è l'ornamento del bolscevico». Fin dalla propria autodescrizione Antonio Gramsci (Ales, 22 gennaio 1891 – Roma, 27 aprile 1937) non si smentisce. Gramsci è stato un politico, filosofo, giornalista, linguista e critico letterario italiano. Nel 1921 fu tra i fondatori del Partito Comunista d'Italia e nel 1926 venne incarcerato dal regime fascista. Nel 1934, in seguito al grave deterioramento delle sue condizioni di salute, ottenne la libertà condizionata e fu ricoverato in clinica, dove passò gli ultimi anni di vita. Importantissimo pensatore del XX secolo, nei suoi scritti, tra i più originali della tradizione filosofica marxista, Gramsci analizzò la struttura culturale e politica della società elaborando in particolare il concetto di egemonia, secondo il quale le classi dominanti impongono i propri valori politici, intellettuali e morali a tutta la società, con l'obiettivo di saldare e gestire il potere intorno a un senso comune condiviso da tutte le classi sociali, comprese quelle subalterne.
Chi era Antonio Gramsci? Affidiamone il ritratto ad Amedeo Curatoli27:
«leninista della prima ora, leninista nel senso di fautore della lotta armata come unico mezzo per rovesciare la dittatura borghese. In Cina nel 1983 la Casa editrice del Popolo ha pubblicato i Quaderni del Carcere. In una successiva antologia di scritti gramsciani (1992) si dice: “Gramsci fu il teorico della rivoluzione proletaria in Italia e applicò con reale impegno il marxismo-leninismo in Italia”. Sì, Gramsci fu questo. Egli capì immediatamente la rivoluzione russa, e capì profondamente la linea di Lenin prima che i bolscevichi prendessero il potere. Appoggiò e propagandò questa linea nei suoi articoli sul Grido del popolo e sull'Avanti (sezione torinese). Quando, il 13 agosto 1917 il governo provvisorio di Kerenskij inviò in Italia suoi rappresentanti, Gramsci organizzò a Torino una manifestazione di massa con 40.000 dimostranti che gridavano a gran voce lo slogan: VIVA LENIN! Lo stesso accadeva a Firenze, Milano, Bologna. La settimana successiva lo sciopero iniziato in alcune fabbriche si trasformò in sciopero generale insurrezionale. L'esercito dovette usare i carri armati e le mitragliatrici pesanti per domarlo. Rimasero sul terreno della battaglia 21 lavoratori uccisi. Gli operai insorti riuscirono ad abbattere solo tre poliziotti, vi furono centinaia di feriti e 1500 arresti. Gramsci aveva allora 26 anni e fu in quel grandioso clima rivoluzionario che si formò come dirigente leninista. La marea rivoluzionaria continuava a salire, fino a giungere, a Torino, all'occupazione generalizzata delle fabbriche dove gli operai si asserragliavano armati di tutto punto e pronti allo scontro finale contro il capitalismo e contro il dominio borghese. Il Primo Maggio del 1919 Gramsci fondò il settimanale L'Ordine Nuovo che gettava benzina sul fuoco. I riformisti del suo partito (militava nel Psi) lo temevano, e lo temeva anche il governo, che sottoponeva a censura i suoi scritti. Quello che passerà alla storia col nome di Biennio Rosso (1919-1920) fu contemporaneo all'instaurazione della Repubblica Sovietica in Ungheria e seguì di poco la Rivoluzione tedesca del 1918; c'era in Europa un fermento rivoluzionario dappertutto. Sulle cause della sconfitta del Biennio Rosso e dell'ascesa del fascismo citeremo fra poco un documento della III Internazionale Comunista. Il 16 maggio del 1925, in qualità di parlamentare, e già capo riconosciuto e temuto dalla reazione (aveva trentaquattro anni) Gramsci pronunziò alla Camera un discorso antifascista eroico e commovente. Tutti i deputati fascisti e lo stesso Mussolini lo interruppero continuamente per tentare di spezzare il filo del suo ragionamento, ma non vi riuscirono. Egli concluse questo suo primo intervento rivoluzionario dalla tribuna parlamentare (che fu anche l'ultimo) con le seguenti parole: “Ciò noi vogliamo dire al proletariato e alle masse contadine italiane da questa tribuna: che le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, che il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi”. Parole profetiche, che i marxisti leninisti considerano il testamento e l'impegno per la futura rivoluzione proletaria in Italia.
L'anno successivo (1926), le tesi politiche scritte da Gramsci per il Congresso clandestino tenuto a Lione (che fu il 3° dopo quello costitutivo di Livorno nel '21 e di Roma nel '22), raccolsero la quasi unanimità se si eccettua un 9,2% che andò ai bordighisti. Erano tesi integralmente marxiste leniniste. Gramsci intervenne contro l'estremismo dogmatico di Bordiga: “In nessun paese – disse – il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sue sole forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle nella lotta per l'abbattimento della società borghese”. Egli parlava da grande leninista. L'analisi più autenticamente vera, cioè marxista, delle condizioni storiche dell'Italia del primo dopoguerra e della mancata vittoria della rivoluzione la fece, nel 1922, al 4° Congresso dell'Internazionale Comunista. Riportiamo alcuni brani di quella meravigliosa analisi: “Verso la fine della guerra imperialista mondiale la situazione in Italia era oggettivamente rivoluzionaria. La borghesia aveva allentato le redini del potere. L'apparato dello Stato borghese era scosso, l'inquietudine s'era impossessata della classe dominante. Le masse operaie erano stanche della guerra tanto che in diverse regioni esse si trovavano già in uno stato insurrezionale. Considerevoli settori della classe contadina cominciavano a sollevarsi contro i proprietari terrieri e contro lo Stato, ed erano disposti a sostenere la classe operaia nella sua lotta rivoluzionaria. I soldati erano contro la guerra e pronti a fraternizzare con gli operai. Si erano dunque realizzate le condizioni oggettive per una rivoluzione vittoriosa. Mancava soltanto il fattore soggettivo; mancava un partito operaio deciso, pronto al combattimento, cosciente della sua forza, rivoluzionario, in una parola: un vero Partito Comunista. In generale, alla fine della guerra esisteva un'analoga situazione in quasi tutti i paesi belligeranti. Se la classe operaia non ha trionfato nei paesi più importanti, la cosa si spiega proprio a causa dell'assenza di un partito operaio rivoluzionario. È ciò che si è manifestato con maggiore evidenza proprio in Italia, paese che era il più prossimo alla rivoluzione e che ora sta attraversando un periodo di controrivoluzione. L'occupazione delle fabbriche da parte degli operai italiani, nell'autunno del 1920, ha costituito un momento decisivo nello sviluppo della lotta di classe in Italia. Istintivamente, gli operai italiani spingevano verso la soluzione della crisi in un senso rivoluzionario. Ma l'assenza di un partito operaio rivoluzionario decise le sorti della classe operaia, consacrò la sconfitta e preparò il trionfo attuale del fascismo. La classe operaia non ha saputo trovare forze sufficienti nel momento culminante del suo movimento per impossessarsi del potere: ecco perché la borghesia, nelle sembianze del fascismo, la sua ala più energica, è riuscita ben presto a far mordere la polvere alla classe operaia e a stabilire la sua dittatura. In nessun luogo, la prova della grandezza del ruolo storico di un Partito Comunista per la rivoluzione mondiale è stata fornita in modo così chiaro come in Italia dove, proprio per la mancanza di un tale partito, il corso degli eventi ha assunto una piega favorevole alla borghesia […]. All'inizio del 1921 ci fu la rottura da parte della maggioranza del Partito Socialista con l'Internazionale Comunista. A Livorno, il centro preferì separarsi dall'Internazionale Comunista e da 58.000 comunisti italiani, semplicemente per non rompere con 16.000 riformisti. Si costituirono due partiti: da una parte il giovane Partito Comunista che, malgrado tutto il suo coraggio e la devozione alla causa rivoluzionaria, era troppo debole per condurre la classe operaia alla vittoria, e dall'altra, il vecchio Partito Socialista nel quale, dopo Livorno, andava crescendo l'influenza corruttrice dei riformisti. La classe operaia era divisa e senza risorse. Con l'aiuto dei riformisti la borghesia consolidò le sue posizioni. Fu solo allora che cominciò l'offensiva del capitale sia in campo economico che politico. Occorsero quasi due interi anni di tradimento ininterrotto da parte dei riformisti perché anche i capi del centro, sotto la pressione delle masse, riconoscessero i loro errori e si dichiarassero pronti a trarne tutte le conseguenze”.
Al Congresso di Roma, nell'ottobre 1922 i riformisti furono espulsi dal Partito Socialista. Qual è l'estrema sintesi di tale documento?
Di questa triste ma istruttiva lezione degli avvenimenti d'Italia - prosegue il documento - devono trarre insegnamento gli operai coscienti di tutto il mondo.
1) Il riformista, ecco dove si annida il nemico.
2) Le esitazioni dei centristi costituiscono un pericolo mortale per un partito operaio.
3) La condizione più importante della vittoria del proletariato, è l'esistenza di un Partito Comunista cosciente e omogeneo. Tali sono gli insegnamenti della tragedia italiana
”.
E veniamo ora alle obbrobriose falsificazioni revisioniste di Gramsci. Paolo Spriano, storico del Pci (ma anche dirigente di quel partito) ha togliattianamente distinto il Gramsci pre-carcere (del quale non si poteva dire a cuor leggero che non fosse un rivoluzionario – a meno di non coprirsi di ridicolo) dal Gramsci prigioniero: “Ma è forse giusto prospettare un salto nell'elaborazione carceraria nella teoria della rivoluzione rispetto al periodo precedente” (prefazione a Scritti politici di Gramsci).
Quindi il rivoluzionario sardo, che scriveva tesi leniniste sulla lotta armata e sulla necessità della dittatura del proletariato, dopo che è piombato nel buco nero del carcere fascista (in cui è stato torturato per 10 anni, fino alla morte) avrebbe fatto un “salto”, avrebbe cioè superato il leninismo e fondato una nuova teoria della rivoluzione. Su che cosa poggerebbe questa presunta “nuova” teoria della rivoluzione? Sulle casematte, sull'egemonia, sulla distinzione fra “società civile” e Stato, cose che abbiamo sentito ripetere miliardi di volte, e che hanno fatto di Gramsci il nume tutelare della via togliattiana al “socialismo”. Orrenda falsità. Gramsci ha scritto in carcere 33 quaderni per un totale di 2400 pagine a stampa. Ha scritto di tutto, sui più disparati argomenti e in questo mare magnum di annotazioni hanno pescato a piene mani i togliattiani forzandone l'interpretazione, talvolta falsificandole, ed hanno avuto buon gioco (data l'immensità di questi appunti) a costringere il pensiero del grande rivoluzionario sardo nei limiti angusti (e miserabili) di una “nuova teoria della rivoluzione” che non era la “teoria” di Gramsci, ma quella di Togliatti, teoria che non aveva nulla di nuovo, ma era la riproposizione in termini nuovi rispetto alla vecchia socialdemocrazia, del tradimento del marxismo e della rivoluzione.
Prima o poi dovrà apparire una lettura marxista leninista dei Quaderni del Carcere per sbriciolare punto per punto tutti gli imbrogli che su quei Quaderni hanno intessuto Togliatti in primis e tutta la pletora di intellettuali che si sono messi al suo servizio. Una nuova rilettura dei Quaderni si impone non solo per ridare a Gramsci l'onore del grande marxista leninista italiano quale Egli è stato e che Togliatti gli ha tolto, ma anche per mettere finalmente in luce i suoi apporti innovativi ed originali alla teoria marxista leninista della rivoluzione. Nei Quaderni del carcere Gramsci parla spesso – non dando mai un carattere sistematico all'argomento – di guerra di movimento e guerra di posizione, del rapporto fra l'una e l'altra, di quali condizioni storiche concrete spingono un partito rivoluzionario ad adottare l'una tattica (guerra di movimento) rispetto all'altra (guerra di posizione). In una delle più significative note su tale argomento egli scrive: “Questa mi pare la quistione di teoria politica la più importante posta dal periodo del dopo guerra e la più difficile ad essere risolta giustamente. Essa è legata alle questioni sollevate da Bronstein, che in un modo o nell'altro, può ritenersi il teorico politico dell'attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta. Solo indirettamente questo passaggio nella scienza politica è legato a quello avvenuto nel campo militare, sebbene certamente un legame esista ed essenziale. La guerra di posizione domanda enormi sacrifici a masse sterminate di popolazione; perciò è necessaria una concentrazione inaudita dell'egemonia e quindi una forma di governo più 'intervenzionista', che più apertamente prenda l'offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l''impossibilità' di disgregazione interna: controlli di ogni genere, politici, amministrativi ecc., rafforzamento delle 'posizioni' egemoniche del gruppo dominante ecc. Tutto ciò indica che si è entrati in una fase culminante della situazione politico-storica, poiché nella politica la 'guerra di posizione', una volta vinta, è decisiva definitivamente”. […]
Che cosa dice in questo passo Gramsci? Che nel “dopoguerra” cioè dopo la Rivoluzione d'Ottobre, i bolscevichi, invece di lanciarsi in un avventuristico attacco frontale propugnato da Trockij (Bronstein) hanno ancora più concentrato nelle loro mani il potere e sostenuto “l'offensiva contro gli oppositori”. Parla anche del “rafforzamento delle posizioni egemoniche” del “gruppo dominante” (cioè della maggioranza del partito bolscevico alla cui guida c'era Stalin), posizioni egemoniche che non escludevano neppure controlli politici e amministrativi (cioè allontanamenti o anche espulsioni dal Partito). Questa nota di Gramsci sbugiarda in modo clamoroso Giuseppe Vacca che ha scritto (nella retrocopertina del 1° volume dei Quaderni del carcere) che Gramsci “fu l'iniziatore della critica più pregnante dello stalinismo”. È un'affermazione del tutto falsa perché Gramsci condivise la linea di Stalin proprio in quell'aspetto della sua azione politica che più di ogni altra è stata violentemente attaccata dalla borghesia, dalla socialdemocrazia e dai trockijsti: la lotta dura e intransigente contro l'opposizione interna che culminerà con i Processi di Mosca del '36, '37 e '38. Da questa nota si evince anche che mettere in contrapposizione, come fanno i revisionisti, “dominio” ed “egemonia” (quasi che Gramsci preferisse porre l'accento piuttosto sull'una che sull'altro) è una mistificazione. Ogni dominio (sia pure il più violento e terroristico come fu quello fascista) presuppone un'egemonia, altrimenti non si spiegherebbero le “adunate oceaniche” e il prestigio di cui godette il “Duce” che stimolò nel cuore di una piccola borghesia frustrata dalla guerra il sempre risorgente orgoglio per le imprese colonialiste ed imperialiste. Gramsci può aver detto, nel corso della sua prigionia, che essendo le società occidentali meno “gelatinose” e quindi più complesse di quelle orientali sarebbe occorso, preferibilmente, attuare una tattica di “guerra di posizione” fatta di “casematte” da conquistare progressivamente piuttosto che un “assalto armato” al potere borghese (“guerra di movimento”). Accogliere quest'idea come un dogma indimostrabile è antistorico, è anti-marxista, è avallare un Gramsci gradualista, riformista, in ultima analisi un Gramsci togliattiano. È comprensibilissimo che il grande rivoluzionario sardo in una condizione drammatica di crudele, totale isolamento dal mondo (quando le borghesie già affilavano i coltelli in preparazione della seconda guerra mondiale) sia potuto cadere preda del pessimismo.
Il Gramsci che lottava contro il degrado fisico e morale imposto dai carnefici fascisti non era il Gramsci dell'Ordine Nuovo e del Congresso di Lione: chi volutamente non tiene conto delle condizioni assolutamente eccezionali in cui piombò dopo l'arresto non è un marxista. Resta tuttavia il fatto che la Storia ha dimostrato che si trattava di un pessimismo infondato, perché da lì a qualche anno si sarebbe sviluppata in Europa – cioè nel luogo geopolitico in cui la rivoluzione socialista era erroneamente ritenuta più “difficile” rispetto all'Oriente – un'insurrezione popolare come conseguenza inevitabile della catastrofe della seconda carneficina mondiale e che portò all'instaurazione del socialismo in mezza Europa. Lo stesso Gramsci, se avesse resistito qualche anno in più alle torture che gli inflisse il fascismo, e avesse vissuto lo sfacelo della guerra e la rivoluzione armata antifascista, difficilmente sarebbe rimasto legato alla sua idea di guerra di posizione. Spriano dice che “tutto (tutto!!) il pensiero politico di Gramsci approda al principio dell'egemonia”. Ma che cos'è l'egemonia? Abbiamo letto che i volumi, i saggi e gli articoli su Gramsci costituiscono un insieme di diciannovemila documenti in 41 lingue che vanno a comporre la più vasta bibliografia dedicata ad un singolo autore! Ciò significa che Gramsci, “egemonicamente” parlando (ovviamente dal punto di vista dell'egemonia borghese), è stato accolto nell'empireo dei “classici” della letteratura mondiale al di là e al di sopra della politica, ma in particolare al di là della politica rivoluzionaria. Bisognerebbe indagare sul perché di questa straordinaria fortuna postuma del Gramscismo al di sopra delle classi. I primi in assoluto che si sono cimentati in quest'operazione di trasfigurazione sono stati i revisionisti che dovevano dare nobili natali alla via italiana al socialismo. Secondo Vacca il pensiero di Gramsci “trascende l'orizzonte storico-politico del suo tempo, e quanto più passano gli anni e le sue opere si diffondono in contesti culturali lontani da quello in cui furono originariamente concepite, tanto più la sua ricerca si afferma come un 'crocevia' delle maggiori 'quistioni' del nostro tempo: i dilemmi della modernità, la soggettività dei popoli, le prospettive dell'industrialismo, la crisi dello Stato-nazione, il fondamento morale della politica”. Tutte chiacchiere controrivoluzionarie, dove, in questa fraudolenta descrizione del Gramsci vacchiano c'è di tutto, dai “dilemmi della modernità” (?) ai “fondamenti morali della politica” (?) alla “soggettività dei popoli” (?), nel “crocevia delle maggiori 'quistioni' del nostro tempo” manca solo la rivoluzione.
La vera verità è che l'egemonia è divenuta un'accademia, un “lemma” che ha finito col perdere qualsiasi significato (o acquistarne un'infinità – che è la stessa cosa), un terreno di scontro ideale in sostituzione del campo di battaglia della lotta armata. Sembrerebbe anzi che l'egemonia sia la moderna (rispetto alla socialdemocrazia) chiave di volta per soppiantare la rivoluzione e sostituirla con l'opera di “convinzione” degli intellettuali organici. Vista alla luce dell'attuale società borghese, che è la società della TV, queste idee revisioniste dell'egemonia sono completamente ridicole se paragonate, appunto, alla TV, cioè all'egemonia schiacciante, intossicante, “instupidente” e “addormentante” che esercita la TV sulla “società civile” con i suoi canali (a decine e a centinaia).
È un'egemonia che grava come un macigno e intorpidisce i cervelli: i programmi di una TV borghese imperialista possono essere definiti veri e propri crimini culturali contro l'umanità, che hanno come sottofondo una furiosa propaganda contro il comunismo e contro la civiltà, che propagandano oscene falsità sulla giustezza delle aggressioni imperialiste a popoli indifesi e che penetrano in tutte le famiglie non risparmiano neanche i bambini. Non c'è più bisogno dei grandi intellettuali organici alla borghesia come Croce per diffondere valori antagonisti al marxismo: oggi basta un miserabile delinquente palazzinaro per mettere su reti televisive nazionali che esercitano egemonia mille volte più efficace e micidiale di un intellettuale organico. Aggiungeteci la stampa quotidiana, soporifera quando si tratta di mettere la sordina alle lotte sociali, guerrafondaia se deve avallare le menzogne del Grande fratello, dal Corriere della Sera a Repubblica via via fino all'Unità […]. L'egemonia o è proletaria o borghese, o alimenta l'odio, lo smascheramento e il disprezzo per lo Stato borghese, il parlamento borghese e la democrazia borghese oppure diffonde idee nefaste sullo Stato “di tutti” e sulla democrazia intesa (come disse Berlinguer) come “valore universale”. Abbiamo il diritto, dopo 57 anni dal fatidico 8° Congresso kruscioviano controrivoluzionario del Pci, di rigettare totalmente e integralmente quella politica e quella “teoria” che ha portato alla distruzione del comunismo nel nostro paese? Se, come diceva Gramsci, la filosofia della praxis è unità di filosofia e politica, è uguaglianza di pensiero e azione, non dobbiamo trarre dalla marcia realtà dell'attuale teatrino politico borghese l'incrollabile certezza che soltanto la lotta armata servirà ad abbattere questo Stato? Di egemonia rivoluzionaria proletaria Lenin e Stalin non solo ne hanno scritto, ma l'hanno anche esercitata per davvero sia all'interno della decrepita Russia zarista sia dopo aver condotto alla vittoria una rivoluzione armata, sia nell'arena internazionale. Il primo a riconoscerlo è Gramsci:
Il più grande teorico moderno della filosofia della praxis (parla di Lenin), nel terreno della lotta e dell'organizzazione politica… ha, in opposizione alle diverse tendenze 'economicistiche', rivalutato il fronte della lotta culturale e costruito la dottrina dell'egemonia come complemento della teoria dello Stato-forza…” […].
Secondo uno studioso cinese di Gramsci, il filosofo Tian Shigang “senza il leninismo e la rivoluzione d'Ottobre non ci sarebbe la teoria dell'egemonia di Gramsci”. Si può dire che il Che fare? scritto da Lenin (1902) è un monumento all'“egemonia”, nel senso che è il testo che più sistematicamente ed implacabilmente combatte e quindi smaschera ogni tipo di ristrettezza ed autolimitazione della lotta della classe operaia e del partito politico che la rappresenta. […] Gramsci […] è stato un grande leninista, che ha il merito storico imperituro di aver spaccato il Psi e fatto nascere anche nell'Italia rivoluzionaria di allora un partito marxista leninista sezione italiana della Terza Internazionale.
Quando all'interno del partito bolscevico gli oppositori, all'indomani della morte di Lenin, decuplicarono le loro energie scissioniste per impossessarsi del potere, Gramsci fu sempre dalla parte della maggioranza bolscevica che difese il leninismo e sgominò l'opposizione. Innalzare Gramsci al livello di Lenin apparentemente potrebbe sembrare una cosa lusinghiera per il grande rivoluzionario sardo. Ma egli stesso non avrebbe gradito tale accostamento. Sono i grandi sconvolgimenti nell'arena internazionale, sono le grandi rivoluzioni portate alla vittoria, sono i processi di costruzione del socialismo che si realizzano per la prima volta nella storia che producono i grandi teorici del comunismo. Altrimenti cadremmo vittime della miserabile teoria borghese del genio al di sopra della storia. E chi intende elevare Gramsci al livello di Lenin lo fa per dare maggiore autorità alla propria visione opportunista della rivoluzione attribuendola a Gramsci. I marxisti leninisti hanno il sacro dovere di tenere Antonio Gramsci al riparo da simili operazioni ciniche e immorali e di smascherarle e denunciarle instancabilmente».
Ci scuserà quindi l'autore se condividiamo solo in parte la conclusione del pezzo, dato che ci siamo permessi fin dal capitolo iniziale di parlare di Gramsci come il “Lenin d'Occidente”. Curatoli ha però ragione nel ricordare quanto meno il primato cronologico e politico di Lenin. È difficile dire quale sarebbe stata la carriera politica di Gramsci senza l'influsso della Rivoluzione d'Ottobre. È evidente infatti che la stessa Italia, con la sua classe operaia, si sarebbe trovata verosimilmente in una condizione del tutto diversa. La Storia, con i se e con i ma, non si fa, dice un noto detto. Quel che possiamo però constatare è che Gramsci è stato l'unico grande marxista occidentale capace di rimanere nel solco del leninismo, offrendo una lezione che rimane viva tutt'oggi in tutto il mondo, senza scadere mai in revisionismi di varia tipologia, come è successo a numerose altre personalità che, nell'ottica di “contestualizzare” e “aggiornare” la lezione leninista, ne hanno tradito gli insegnamenti più profondi. A conferma della tesi che conferma la piena continuità tra Lenin e Gramsci leggiamo ora un altro intervento28:
«Una prima considerazione di carattere generale che emerge dall’analisi diretta degli scritti di Gramsci – e non solo dallo studio di articoli, saggi e documenti politici del periodo che arriva fino al Congresso di Lione, ma anche degli stessi Quaderni – riguarda la forte consonanza tra molti aspetti del pensiero di Gramsci e quello di Lenin. Proprio questa consonanza, negli ultimi anni, è stata risolutamente combattuta, per legittimare in qualche modo un’operazione di rilettura in chiave “liberal” del pensiero “maturo” di Gramsci, una rilettura “neutra” che si articola almeno in tre livelli: la prima tende a presentare Gramsci come un semplice libero pensatore, affamato di cultura a prescindere dal suo ruolo di teorico ed organizzatore del movimento comunista internazionale; la seconda tende a farne un idealista hegeliano tutto assorto nell’indagare la natura sovrastrutturale del concetto di società civile; la terza, infine, cerca di rintracciare tra le pagine dei Quaderni e negli abusatissimi concetti di “egemonia” e “guerra di posizione”, la prova di una frattura tra il Gramsci pre e post 1926, per giustificare tramite essa la discontinuità, se non proprio l’incompatibilità, tra queste categorie del Gramsci “maturo”, e la strutturazione complessiva del pensiero di Lenin. Una delle ragioni di questa revisione va forse ricercata nel clima culturale e politico che si è creato con la fine “della spinta propulsiva” dell’esperienza del socialismo reale, che ha reso troppo ingombrante e imbarazzante la figura di Lenin per certi ambienti politico-intellettuali, e che in conseguenza ha portato questi al goffo tentativo di emanciparsi da quella esperienza, tramite un netto taglio d’accetta, che ripulisse Gramsci da tutto ciò che potesse risultare in qualche modo scomodo. In realtà così non si analizza la storia ma la si trasforma in una propria “biografia storico-politica”, e al contempo non si fanno neanche i conti con quell’esperienza che va semmai affrontata proprio tramite la piena valutazione delle fonti documentali, e dunque anche tramite il giusto riconoscimento alla profondità e fecondità storica del pensiero di Lenin, e quindi alla sua influenza su Gramsci, anziché tramite il suo occultamento o la sua mistificazione. Questa operazione di maniera, tutta ideologica e per niente scientifica, ha l’evidente scopo di giungere appunto alla definizione di un Gramsci liberale o al massimo socialdemocratico, ed è insomma una di quelle tipiche forme di degenerazioni storiografiche che Gramsci stesso definiva come “storia feticistica”, con la quale si pretende di rileggere la vastità dei processi storici passati in funzione delle compatibilità attuali, dunque un approccio che fa assurgere a principio guida della propria analisi un presupposto per sua natura antistorico, che inevitabilmente tende a piegare il passato in funzione dei propri interessi politici immediati e contingenti, trovando così in esso le ragioni delle proprie “svolte”. Affermare infatti che le categorie gramsciane di “guerra di posizione” e di “egemonia” sono politicamente autocefale, o comunque antitetiche rispetto al pensiero di Lenin, significa fare un torto non solo a Lenin e a Gramsci, ma alla verità storica. Così nel quaderno numero sette è lo stesso Gramsci ad affermare: “mi pare che Ilici aveva compreso che occorreva un mutamento della guerra manovrata applicata vittoriosamente in Oriente nel '17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in occidente […] questo mi pare significare la formula del 'fronte unico' […] solo che Ilici non ebbe il tempo di approfondire la sua formula, pur tenendo conto che egli poteva approfondirla solo teoricamente, mentre il compito fondamentale era nazionale, cioè domandava una ricognizione del terreno e una fissazione degli elementi di società civile”.
Ancora nel quaderno dieci si può leggere: “La proposizione contenuta nell’introduzione alla Critica dell’economia politica che gli uomini prendono coscienza dei conflitti di struttura sul terreno delle ideologie deve essere considerata un’affermazione di carattere gnoseologico e non puramente psicologico e morale. Da ciò consegue che il principio teorico pratico dell’egemonia ha anche esso una portata gnoseologica e pertanto in questo campo è da ricercare l’approccio teorico massimo di Ilici alla filosofia della praxis. Ilici avrebbe fatto progredire effettivamente la filosofia in quanto fece progredire la dottrina e la pratica politica. La realizzazione di un apparato egemonico, in quanto crea un nuovo terreno ideologico, determina una riforma delle coscienze e dei metodi di conoscenza, è un fatto filosofico”.
Ancora più esplicite e illuminanti, da questo punto di vista, sono le note che vanno sotto il nome di Posizione del problema, sempre nel quaderno sette: “Marx è un creatore di Weltanschauung ma quale è la posizione di Ilici? È puramente subordinata e subalterna? La spiegazione è nello stesso marxismo – scienza e azione –. Il passaggio dall’utopia alla scienza e dalla scienza all’azione. La fondazione di una classe dirigente (cioè di uno stato) equivale alla creazione di una Weltanschauung. […] Per Ilici questo è realmente avvenuto in un territorio determinato. Ho accennato altrove alla importanza filosofica del concetto e del fatto di egemonia, dovuto a Ilici. L’egemonia realizzata significa la critica reale di una filosofia, la sua reale dialettica. […] Fare un parallelo tra Marx e Ilici è stolto e ozioso: esprimono due fasi: scienza-azione, che sono omogenee ed eterogenee nello stesso tempo”.
Nel passaggio successivo Gramsci compie un curioso parallelo nel rapporto tra Marx e Lenin, con quello tra Cristo e S. Paolo, che chiarisce la sua opinione su una categoria, sorta dopo la morte di Lenin, che fu e che rimane ancora oggi, elemento di controversia all’interno dello stesso movimento marxista, quella di marxismo-leninismo. “Così, storicamente, sarebbe assurdo un parallelo tra Cristo - Weltanschauung, S. Paolo organizzazione, azione, espansione della Weltanschauung: essi sono ambedue necessari nella stessa misura e però sono della stessa statura storica. Il Cristianesimo potrebbe chiamarsi, storicamente, cristianesimo-paolinismo e sarebbe l’espressione più esatta (solo la credenza nella divinità di Cristo ha impedito un caso di questo genere, ma questa credenza è anch’essa solo un elemento storico, e non teorico)”.
Dopo la lettura di queste note, non sono necessari troppi giri di parole, per chiarire che ad un ipotetico allontanamento di Gramsci dal leninismo nelle riflessioni del carcere, così come sostenuto, avrebbe dovuto corrispondere il contemporaneo allontanamento di questi dal marxismo, ma essendo tale tesi ancora più difficile da dimostrare della prima, coloro che si dilettano in quest’opera revisionistica, non si rivelano abbastanza arditi da arrivare a tanto e in conseguenza decidono dunque, di fermarsi al primo gradino della revisione. Ma per dimostrare l’insussistenza di questo impianto teorico e per mostrare che la categoria egemonica e più in generale la consapevolezza delle differenze di contesto tra oriente e occidente, fossero tutt’altro che estranee a Lenin, avremmo potuto riportare alcuni passaggi da questo punto di vista assai significativi, come lo scritto leniniano del 1898 sullo sviluppo capitalistico in Russia, i suoi interventi al VII Congresso del PCB del 1918, al X del 1921, al III Congresso dell’Internazionale comunista del luglio 1921, e ad ulteriore sostegno avremmo potuto ancora citare gli scritti del periodo relativo al trattato di pace Brest-Litovsk, ed al paragrafo del Che fare? intitolato Denunce politiche e educazione dell’attività rivoluzionaria.
Con tutto questo non si vuole certo affermare che il pensiero di Gramsci sia una applicazione pedissequa e ortodossa del leninismo, perché anche questa sarebbe una visione manieristica scarsamente attinente con la realtà, oltre che un insulto all’intelligenza, ma semplicemente che Gramsci, sia sul piano teorico che politico, fa consapevolmente proprio sin dal primo momento, l’assunto più importante del pensiero di Lenin, cioè quello di far interagire dialetticamente la propria strategia con il mutare delle condizioni generali, storiche, culturali e territoriali, anziché rinchiudersi “in una dottrina come in un’armatura”, e rendere con ciò il marxismo una “dottrina esteriore di affermazioni dogmatiche ed indiscutibili”. Come già detto Gramsci ha fornito un contributo enorme ed originalissimo al marxismo, rendendolo una teoria viva e operativa tramite “un’accurata ricognizione nazionale degli elementi di trincea e di fortezza rappresentati dagli elementi di società civile”, ha cioè realizzato uno degli esempi di sviluppo del marxismo più organici e ricchi in assoluto, contestualizzando gli assunti teorici di Marx alle specificità economico-sociali, storiche e culturali dell’Italia, così come Lenin a sua volta contestualizzò questi alle peculiarità russe. Dunque, considerando l’insieme dell’attività sia teorica che politica di Gramsci – dagli anni dell’Ordine Nuovo, alla conferenza di Como, al Congresso di Lione, alle riflessioni del carcere –, la prima conclusione più logica è che sicuramente non si possa parlare di rottura o addirittura di ripudio (tra il Gramsci pre e post 1926), come qualcuno sostiene, ma semmai di una evoluzione, di una costante crescita in simbiosi dialettica con la realtà, che comunque anche nei suoi ultimi assunti, non va mai disgiunta da una strategia che ha come suo asse portante la lotta di classe e come suo obbiettivo il socialismo. La prima conclusione è in sostanza, che il goffo tentativo di rendere Gramsci ciò che non era, per mera piaggeria di corte, costituisce una pessima operazione di mistificazione storica.
Nei Quaderni Gramsci sviluppa organicamente, con una ampiezza sorprendente, alcuni degli spunti e delle riflessioni che segnarono non solo l’elaborazione teorica, ma più concretamente, le battaglie politiche di cui egli fu protagonista sin dalle sue prime esperienze torinesi. Dal libro di Domenico Losurdo, Antonio Gramsci dal liberalismo al comunismo critico, estrapoliamo una valutazione di ordine generale che probabilmente coglie in pieno l’importanza del contributo fornito da quest’ultimo al pensiero marxista mondiale, e cioè che nei Quaderni, ma più in generale in tutto il pensiero di Gramsci, la categoria di base del marxismo, vale a dire il passaggio dalla classe in sé alla classe per sé, l’acquisizione da parte del proletariato della propria coscienza e soggettività politica, assume una “configurazione nettamente più complessa e tormentata che in Marx e nello stesso Lenin”, che ha a monte un problema storico nodale, quello di rendere le classi subalterne realmente protagoniste della loro emancipazione, quello per il quale la coscienza di classe può essere raggiunta solo con l’assunzione di un pieno ruolo dirigente da parte del proletariato e con il rigetto di una partecipazione passiva, basata sulle deleghe “bonapartistiche” a bardature burocratiche ed a organismi dirigenti del movimento operaio. Un problema che mantiene drammaticamente la sua attualità in un’epoca come quella odierna, caratterizzata dalla sempre maggiore lontananza tra dirigenti e diretti, tra oligarchie e masse, tra una politica ad esclusivo beneficio delle classi privilegiate e le aspirazioni mortificate del resto della società, un’epoca nella quale l’emarginazione delle classi strumentali e l’aumento esponenziale di quelle private di qualsiasi ruolo nei processi produttivi, e di un effettivo diritto di cittadinanza sociale e politico, è sempre più evidente.
All’individuazione di questo problema Gramsci giunge, non per una semplice intuizione intellettuale e speculativa, come risultato di una ricerca condotta a tavolino, ma attraverso una esperienza politica vissuta a diretto contatto con la classe operaia, con le sue esigenze, i suoi bisogni. Nei confronti del proletariato Gramsci non ha mai assunto l’atteggiamento distaccato e freddo dell’intellettuale, non si limitava a “sapere” ma cercava di “comprendere e sentire”, e ciò emerge non solo da ciò che ci resta dei suoi scritti, ma anche dalle numerose ricostruzioni biografiche. In queste, infatti, la testimonianza più ricorrente e significativa, da parte degli operai che negli anni torinesi ebbero modo di conoscerlo e frequentarlo, era che a differenza degli altri dirigenti del movimento operaio, Gramsci sapesse non solo parlare, ma soprattutto ascoltare, che avesse un reale interesse, una “passione”, che lo spingeva ad informarsi su tutti gli aspetti della vita dei lavoratori, delle loro condizioni materiali di esistenza, delle loro conoscenze tecniche, della loro psicologia, delle concrete dinamiche dei processi produttivi. La teoria del partito inteso come “intellettuale collettivo” rappresenta il risultato più fecondo e originale di questa passione, senza il quale non è possibile comprendere alcune categorie importanti del pensiero gramsciano, come quelle relative al passaggio dalla “guerra manovrata” alla “guerra di posizione”. La questione della rivoluzione in occidente, e più concretamente in Italia, dopo il fallimento della “biennio rosso” e la fine della fase relativa alla guerra manovrata, l’affermazione per la quale in occidente lo Stato costituisce solo la trincea più avanzata dietro la quale si sviluppa una robusta catena di trincee e casematte, espressione dell’egemonia politica, culturale e sociale delle classi dominanti, e dunque il compito operativo della conquista egemonica di quelle trincee e casematte da parte della classe operaia italiana, prima di lanciarsi nell’assalto frontale alla trincea più avanzata, sono infatti strettamente intrecciate alla individuazione della forma organizzativa più adeguata a perseguire questo compito, cioè all’idea del partito che Gramsci elabora.
Gramsci vedeva nella concezione del partito di cui si faceva portatore Bordiga non solo la continuità con la tradizione della filosofia idealista italiana, ma anche una idea di partito che opera solo nel momento topico dello scontro sociale, solo nella fase più acuta della radicalizzazione politica, che mantiene costituzionalmente la sua distanza dalle masse, dunque uno strumento strutturalmente inidoneo ad un lavoro teso alla conquista egemonica della società civile, che richiede la presenza sistematica di un partito che aderisce organicamente con le masse, quelle masse, – come più volte sottolineato –, che non devono essere solo dirette, ma devono diventare esse stesse dirigenti per assumere un ruolo egemone nei confronti della maggioranza delle classi sfruttate, dei gruppi sociali oscillanti, degli intellettuali che si sottraggono agli assetti di dominio esistenti. In un’epoca come quella attuale, nella quale sul piano politico e storico si assolutizza una fase (per quanto importante comunque limitata) della Storia contemporanea, preconizzando con essa il futuro e proclamando in ultima analisi, con solennità, la fine della storia, la vastità del pensiero politico di Gramsci non deve essere relegata nell’ambito dell’archeologia politica, abbandonata al monopolio della vanità degli intellettuali e della “critica corrosiva dei topi”, ma deve necessariamente tornare ad essere viva ed operativa, per tutti coloro che continuano ostinatamente a non considerare la miseria un semplice problema di ordine “morale”, che rifiutano di accettare la bipartizione “naturale” tra privilegiati ed esclusi, e dunque in conclusione, per tutti coloro che non si rassegnano a considerare questo come il migliore dei mondi possibile».
26. Citato in L. La Porta, Gramsci, un autoritratto, La Città Futura, 3 giugno 2017.
27. A. Curatoli, L'obbrobriosa manipolazione ai danni di un grande comunista, CCDP, 2 dicembre 2013.
28. Gramsci, Lenin, l'egemonia, L'Ernesto-Marx21 (web), 1 maggio 2002.