07 Febbraio 2023

B.1. IL SOCIALISMO SCIENTIFICO DI MARX ED ENGELS

«La condizione più importante per l'esistenza e per il dominio della classe borghese è l'accumularsi della ricchezza nelle mani di privati, la formazione e la moltiplicazione del capitale; condizione del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato poggia esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro».
(Karl Marx & Friedrich Engels, dal Manifesto del Partito Comunista)
Il termine comunismo è sinonimo di “socialismo scientifico”, che va a contrapporsi a quello utopistico che era in voga prima di Marx. Il socialismo utopistico era fondato su uno sterile idealismo sulla base del quale si chiedeva giustizia, uguaglianza sociale, diritti: ci si illudeva di poter cambiare il mondo limitandosi alla critica dell’esistente, senza indicare una prassi rivoluzionaria e quindi autocondannandosi a rimanere un ideale astratto. Il lavoro di Marx ed Engels inizia dall’individuazione di una solida base scientifica tramite la quale sviluppare concretamente le idee socialiste. Il pensiero filosofico di Marx ed Engels nasce dalla sinistra hegeliana che si basa sul metodo dialettico. La dialettica è nota anche come “logica del movimento”: si tratta infatti di un metodo scientifico di interpretazione del mondo in cui viviamo, un mondo che non è un complesso di cose compiute ed eterne, bensì un complesso di processi in cui tutto è in perpetua evoluzione. La dialettica studia quindi le leggi del movimento e le forme che esso adotta. Ogni movimento è sempre causato: la causalità è una categoria fondamentale della dialettica, come di ogni scienza. La causa ultima di ogni cambiamento sono le contraddizioni interne all’oggetto che cambia. La dialettica viene infatti chiamata anche “scienza delle contraddizioni”. L’analisi scientifica di ogni fenomeno deve mirare ad individuare quali siano gli elementi costitutivi contradditori e quale sia la dinamica scatenata da queste contraddizioni.
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Hegel, il fondatore della moderna dialettica, era un idealista: pensava cioè che fossero le idee (politiche, religiose, ecc) a muovere il mondo. Marx ed Engels criticarono l’approccio idealistico adottandone invece uno materialistico, secondo cui sono le azioni dell’uomo che muovono il mondo. In generale il materialismo spiega la coscienza con l’essere (e non viceversa, come accade nell’idealismo); applicando il metodo materialista alla vita sociale dell’umanità, esso esige che si spieghi la coscienza sociale con l’essere sociale. I due filosofi analizzano quindi la Storia del mondo attraverso la lente della dialettica materialista, focalizzando l’attenzione sull’organizzazione sociale degli uomini. Osservano quindi che la prima condizione di cui necessitano gli uomini per fare la Storia è il potersi riprodurre (da un punto di vista materiale) soddisfacendo i propri bisogni vitali (nutrirsi, vestirsi, abitare, ecc). Questi bisogni non vengono soddisfatti individualmente, ma socialmente: gli uomini entrano in relazione tra loro attraverso la divisione del lavoro. Ogni tipo di organizzazione sociale è caratterizzata da un certo modo di produzione determinato dai rapporti di produzione che si stabiliscono tra gli uomini. Un modo di produzione è determinato da un particolare sviluppo delle forze produttive ed è il risultato di determinate conoscenze scientifiche e tecnologiche. Il modo di produzione muta storicamente: la causa di questa evoluzione è lo sviluppo delle contraddizioni interne ai meccanismi di funzionamento del modo di produzione stesso. La produzione è quindi la base reale della storia umana, infatti i progressi della civiltà sono determinati dall’aumento di produttività del lavoro. Il capitalismo non è insomma un ordine socio-economico “naturale” ma una costruzione umana figlia dello sviluppo economico-tecnologico, e come tale può essere superata verso ordini più avanzati.
Nella società capitalistica la manifattura sostituisce le corporazioni artigianali, con la rivoluzione industriale si sviluppano il capitale, il lavoro salariato, la proprietà mobiliare e immobiliare, la grande industria, il commercio e la finanza. Vengono promossi individualismo e concorrenza. Per Marx ed Engels la società comunista dev’essere caratterizzata dall’abolizione delle classi e dalla proprietà collettiva dei mezzi di produzione. Nei diversi modelli di società, i rapporti di produzione non sono stabiliti tra individui, ma tra classi sociali che si formano in base alla posizione occupata nella divisione del lavoro. È possibile individuare due macroclassi con interessi contrapposti (e in lotta tra loro): una dominante e l’altra subordinata. Secondo la concezione materialistica presente in sintesi fin dal Manifesto del Partito Comunista, «la storia di ogni società esistita fino a questo momento, è storia di lotte di classi. […] oppressori e oppressi, furono continuamente in reciproco contrasto, e condussero una lotta ininterrotta, ora latente ora aperta»: nella società antica tra proprietari e schiavi, nel Medioevo tra feudatari e servi della gleba, nel capitalismo tra borghesi e proletari, in generale tra oppressori e oppressi. Tutta l’evoluzione dell’umanità è quindi governata dalle lotte di classe scaturite dalle contraddizioni tra il livello raggiunto in certe epoche dallo sviluppo delle forze produttive (cioè il grado di dominio dell’uomo sulla natura, attraverso lo sviluppo della tecnologia) e i rapporti di produzione (organizzazione sociale).
«La nostra epoca, l'epoca della borghesia, si distingue però dalle altre per aver semplificato gli antagonismi di classe. L'intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l'una all'altra: borghesia e proletariato».

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