27 Gennaio 2023

B.2. COSA SONO LA BORGHESIA E IL PROLETARIATO

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«Il proletariato è quella classe della società, che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi; benessere e guai, vita e morte, l'esistenza intera la quale dipende dalla domanda di lavoro, cioè dall'alternarsi dei periodi d'affari buoni e cattivi, dalle oscillazioni d'una concorrenza sfrenata». (Friedrich Engels, da Princìpi del comunismo)
La borghesia è la classe dei grandi capitalisti: una piccola élite che ha il possesso di tutti i mezzi di sussistenza, nonché delle materie prime e degli strumenti (macchine, fabbriche, ecc.) necessari per la produzione dei mezzi di sussistenza. Per la borghesia lo scopo della produzione è il profitto (l’accumulazione di un capitale sempre maggiore) e nel capitalismo la ricchezza della borghesia deriva dallo sfruttamento del proletariato. Il proletariato è la classe sociale che rappresenta la maggioranza del popolo, proprietario solo della propria forza-lavoro. Chi appartiene a questa classe trae sostentamento solo dalla vendita della propria forza-lavoro (che è costretto a vendere in cambio del salario necessario per sopravvivere); l’intera esistenza dei proletari dipende dalla domanda di lavoro (si alternano periodi d’affari buoni e cattivi). Il proletariato è nato in seguito alla rivoluzione industriale, provocata dall’invenzione di macchine molto costose che potevano essere acquistate solo da grandi capitalisti, che presero possesso dell’industria. Compare il fenomeno della divisione del lavoro per cui se prima l’operaio faceva un intero pezzo di lavoro, ora ne fa solo una parte in modo da velocizzare la produzione e diminuire i costi. L’attività dell’operaio quindi si riduce ad un semplice movimento meccanico che può essere svolto meglio da una macchina. Oggi il concetto di proletariato può sembrare anacronistico in considerazione della terziarizzazione delle economie caratteristico dei paesi più sviluppati. In realtà i precari, i disoccupati, i commessi, le partite IVA, i lavoratori dipendenti, in una certa misura perfino i piccoli commercianti e i piccoli proprietari rientrano benissimo nella definizione di quella classe della società che «trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro e non dal profitto di un capitale qualsiasi».
La forza-lavoro è una merce come tutte le altre e il suo prezzo è determinato secondo le stesse leggi delle altre merci. Sotto il dominio della grande industria e della libera concorrenza il prezzo è uguale ai costi di produzione; il costo di produzione della forza-lavoro consiste nella quantità di mezzi di sussistenza per impedire l’estinzione della classe operaia: questo vuol dire che l’operaio non riceverà più del minimo necessario. A differenza dello schiavo (venduto una volta per sempre) oppure del servo della gleba (che ha il possesso di uno strumento di produzione e di un appezzamento di terra), il proletario non ha l’esistenza assicurata e si trova nel mezzo della concorrenza. Il proletario perciò si può emancipare solo eliminando la concorrenza, abolendo la proprietà privata e tutte le differenze di classe. La grande industria ha collegato tutti i popoli del mondo con un mercato globale; la borghesia è diventata la classe dominante, annientando l’aristocrazia e i privilegi nobiliari e dando luogo alla libera concorrenza in cui (in teoria) tutti possono esercitare l’attività industriale (con l’unico impedimento della mancanza di capitale). La libera concorrenza è la pubblica dichiarazione che da quel momento in poi i membri della società sono ineguali fra loro nella misura in cui sono ineguali i loro capitali e che il capitale, essendo diventato potenza decisiva, porta i borghesi a diventare la prima classe nella società. La grande industria aumenta la produzione fino a più del necessario, il che provoca una crisi commerciale a cui segue uno stop nella produzione, fallimento delle fabbriche e disoccupazione degli operai. Quando vengono venduti i prodotti eccedenti, riparte il lavoro fino alla successiva crisi. Da queste crisi commerciali cicliche consegue che la grande industria è cresciuta troppo per la libera concorrenza e che finché sarà gestita sulla base attuale può reggersi soltanto cadendo periodicamente nelle crisi che mettono in pericolo l’intera civiltà, precipitando nella miseria i proletari e mandando in rovina i borghesi; dunque o bisogna rinunciare alla grande industria (il che sarebbe impossibile o reazionario) o essa rende necessaria un'organizzazione del tutto nuova della società in cui la produzione non sia più guidata da fabbricanti in concorrenza, ma da tutta la società secondo un piano determinato e secondo i bisogni di tutti. L’illimitata espansione della produzione, permessa dalla grande industria, è nel sistema capitalistico la causa di crisi e miseria, ma in una diversa organizzazione della società può diventare condizione per produrre tanto da porre ogni membro della società in grado di sviluppare e impiegare le sue forze e le sue attitudini in perfetta libertà. In pratica i mali sono intrinseci al capitalismo e si possono eliminare mediante un nuovo ordinamento della società (quella comunista).

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