03 Dicembre 2020

1.1. LA CRISI DELL'AUTOCRAZIA ZARISTA, LA RIVOLUZIONE DEL 1905 E LA GUERRA

«[Nella Russia zarista] i dipendenti chiedevano al padrone un trattamento più rispettoso, insistendo per l'uso del “voi” in luogo del “tu” in cui essi scorgevano un residuo dell'antico sistema di servitù della gleba. Volevano essere trattati “da cittadini”. E spesso era proprio la questione del rispetto della dignità umana, più che le rivendicazioni salariali, ad alimentare le agitazioni e le manifestazioni operaie».3
Nel periodo che va dal 1881 al 1905 c'è una sostanziale stagnazione politica: nessuna riforma significativa, né una modernizzazione cultural-sociale. Si assiste anzi ad una regressione, con una serie di “contro-riforme”: viene limitata l'autonomia delle università, rafforzato il potere nobiliare nelle campagne e della burocrazia a danno degli zemstvo. Nelle città viene aumentato il censo richiesto per essere letti nella Duma municipale. Il regno reazionario di Alessandro III (1881-1894) è caratterizzato dall'assoluta mancanza di risposte ai nuovi mutamenti sociali ed economici in atto. Il nazionalismo ufficiale del Governo è sempre più acuto e si unisce all'antisemitismo. Viene annunciata e tentata la russificazione di tutto l'impero ma mancano perfino le risorse per una manovra del genere, peraltro osteggiata da sempre più variegate opposizioni politiche e sociali. Lo Zar successivo, l'ultimo della storia russa, è Nicola II, descritto dai più come un «non-leader», indeciso e inetto. Nel 1903 sceglie come nuovo ministro degli Interni Pleve, un personaggio che propone solo la repressione contro le opposizioni politiche e che verrà ucciso nel 1904 in un attentato. D'altronde aumentano i gruppi di opposizione: i marxisti sono in sviluppo, guidati ormai da Lenin (bolscevichi) contro l'ala moderata (Martov, menscevichi). Nel 1901 nasce anche l'Unione della liberazione, raggruppamento dei Liberali che dagli anni '60s chiedevano politiche economiche favorevoli, tariffe protezionistiche, giurisdizioni più moderne. In un contesto di crisi economica nel 1904 arriva l'attacco giapponese a Port Arthur sul Pacifico. Scoppia una crisi militare, sociale e politica: nel Paese esplodono frequenti scioperi e acquistano prestigio i socialisti. Il Governo crea un sindacato filo-governativo usando la religione (a capo viene posto il pope Gapon) ma non basta a far maturare la crisi: uno sciopero nel gennaio 1905 sfocia in una repressione sanguinaria (la «Domenica di sangue») che scatena un'ondata di scioperi in tutto il Paese (1 milione di scioperanti solo a Pietroburgo). I lavoratori chiedono salari più alti e migliori trattamenti dai padroni, ma non mancano rivendicazioni politiche. I tumulti si estendono tra i contadini. Si palesano disordini anche nelle zone “non russe”, che spesso anticipano la protesta. La risposta è una massiccia repressione militare. Nella primavera de 1905 le sconfitte militari contro i giapponesi a Mukden e Tsushima obbligano lo Zar alla pace nel maggio, che segna la perdita di Port Arthur e della metà meridionale dell'isola Sachalin. In questo contesto nell'estate del 1905 si ammutinano i marinai della corazzata Potemkin (evento immortalato nel film di Ejzenstejn); ad agosto lo zar è costretto a promettere un Parlamento rappresentativo con poteri molto limitati.
La protesta si radicalizza in ottobre chiedendo ormai una repubblica democratica. Si forma il soviet a Pietroburgo, dove emerge la figura di Trockij, oltre che il generale attivismo di menscevichi e bolscevichi. A fine ottobre lo Zar concede il Parlamento e un abbozzo di Costituzione. Con queste misure riesce a porre fine sciopero, pur continuando a susseguirsi ulteriori proteste fino a dicembre (a questo punto però minoritarie, e quindi duramente represse). Vengono legalizzati i partiti (liberali, conservatori) e anche i socialisti escono dalla clandestinità. Nascono anche organizzazioni politiche razziste, filo-zariste e antisemite (le Centurie Nere). Allo zar rimane il potere assoluto in politica estera, il potere di decretare una guerra e stipulare i trattati di pace, il comando dell'esercito e tutte le nomine dell'amministrazione. Il governo continua a rispondere direttamente allo Zar, non alla nascente Duma, secondo un modello costituzionale fortemente conservatore e simile a quello presente nell'Impero tedesco guglielmino. Le prime elezioni vengono boicottate dai rivoluzionari. Ne consegue che nell'assise vi è una netta maggioranza dei liberali (partito dei Cadetti) e del Partito della libertà popolare (costituzional-democratico). Anche molti contadini vengono eletti e rivendicano una riforma agraria. Nonostante la moderazione dell'assemblea nel luglio 1906 lo Zar scioglie la Duma, giudicata ingestibile. Le nuove elezioni del 1906 portano ad avere una Duma ancor più radicale. Emerge infatti il partito Trudovik, Partito del lavoro (ossia dei contadini) che chiede la distribuzione di tutte le terre. Occorre ricordare che la Russia aveva una composizione sociale molto diversa da quella dei paesi industrializzati in Europa. La popolazione agricola costituiva la grande massa umana, almeno tre quarti del totale, ed appariva del tutto lontana dal godere di qualunque forma di benessere. La povertà era dilagante e i contadini vivevano nella frustrazione di non poter acquistare i terreni che lavoravano poiché i prezzi erano in continua ascesa. Inoltre il fisco imponeva loro di pagare imposte mediamente dieci volte più alte dei membri della nobiltà. Il sistema di produzione era arcaico e non erano previsti incentivi statali per migliorarlo. Nella società contadina il germe dell' insoddisfazione e della acuta sfiducia verso il governo aveva attecchito profondamente. Oltre ai contadini, si era formato un consistente proletariato industriale in seguito all'industrializzazione degli ultimi decenni del XIX secolo, il quale, distaccatosi dai piccoli villaggi, ora affollava le periferie delle grandi città. Le condizioni di lavoro e di vita nelle periferie erano massacranti, all'interno delle fabbriche gli operai subivano spesso soprusi, erano sfruttati e malpagati.
Nel giugno 1907 il Primo Ministro Stolypin scioglie anche la seconda Duma. Viene introdotto un nuovo sistema elettorale più antidemocratico (che prevede di partenza una ripartizione del 50% dei seggi alla nobiltà, con una riduzione netta della rappresentanza dei contadini e delle minoranze nazionali) che renderà le future assise parlamentari dominate da nobili russi e conservatori. È il tradimento definitivo delle promesse fatte dallo Zar nel 1905, ma non dà luogo a nuove reazioni o proteste. La rivoluzione del 1905 è costata oltre 15 mila morti e ne segue un riflusso dei movimenti, scoraggiati e sfiduciati dalla svolta reazionaria. Intanto nel 1905 nasce anche l'Unione contadina panrussa, che conta centinaia di migliaia di iscritti e si allea al partito Trudovik. La nobiltà, rinfrancata per il rischio scongiurato, smette di flirtare con il liberalismo e ripropone un pieno appoggio all'autocrazia, alimentando il nazionalismo russo e l'ideale dell'ordine sociale. La figura politica forte di questo periodo è il ministro Stolypin, che governa con una ricetta mista di repressione, caute riforme, nazionalismo e imperialismo (è del 1907 l'accordo di spartizione in “sfere di influenza” dell'Iran tra Russia e Gran Bretagna). È sua la proposta di introdurre gli zemstvo anche nelle province occidentali e di avviare una nuova, pur timida, riforma agraria, ma nel 1911 viene assassinato in un attentato, facendo emerge la nuova figura misteriosa di Rasputin, monaco siberiano. I gruppi rivoluzionari entrano in crisi e sono costretti all'esilio in Europa. Ristabiliranno un'organizzazione efficiente solo dal 1912, anche attraverso un ringiovanimento dei quadri, tra cui emerge la figura di Stalin. Nel frattempo le tensioni si fanno sempre più acute in Europa. Nel 1909 l'Austria annette la Bosnia-Erzegovina. Nel mirino degli austriaci è ora la Serbia, storica alleata della Russia. Nel frattempo allo sviluppo dell'industrializzazione sono seguite nuove lotte operaie: scoppiano scioperi nel 1912 in Siberia e nel 1914 a Pietroburgo; in entrambi i casi è forte il ruolo dei bolscevichi, ma anche dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari. Lo Zar gioca la carta dell'imperialismo, anche nell'ottica di sedare i nuovi conflitti sociali alimentando lo scontento verso il nemico esterno. Così si spiega in tutta Europa lo scoppio della Prima guerra mondiale, che per la Russia è però rovinosa, data l'inadeguatezza dell'industria bellica e delle infrastrutture russe, specie se confrontata con lo sviluppo raggiunto dall'Impero tedesco. La guerra viene comunque accolta in Russia da un generale patriottismo all'insegna dell'unità politica di tutte le forze, tranne dai bolscevichi e, singolarmente, dalla figura isolata di Trockij. I menscevichi non si oppongono infatti alla guerra ma non invocano neanche la vittoria russa. La guerra elimina ogni barlume di formalità democratica: lo Zar congeda la Duma per governare da solo, ma nel 1915 la ritirata rovinosa dalla Polonia scatena una crisi di governo e rende necessaria la collaborazione con Cadetti e conservatori, oltre che con gli zemstvo. Non basterà ad impedire conseguenze militari e soprattutto sociali devastanti: l'impero russo conta 2 milioni di morti, 2 milioni e mezzo di feriti e 5 milioni di prigionieri in tutto il conflitto. Le condizioni sono ormai mature per un nuovo processo rivoluzionario.4
Il prezzo di questa carneficina verrà fatto pagare ai Romanov non tanto per vendetta, quanto come necessità di difesa nell'ambito della guerra ai controrivoluzionari che dal 1918 scatenarono una furibonda guerra civile che tenne il Paese in scacco per altri tre terribili anni. I Romanov erano i primi responsabili della situazione drammatica della Russia, un Paese portato sull'orlo del baratro. Anche durante gli anni della guerra erano rimasti indifferenti alle penose condizioni di vita dei propri abitanti, straziati per secoli da fame, miseria e repressioni varie. La loro responsabilità era immensa, eppure i settori nobiliari e le forze politiche più reazionarie continuavano a richiamarsi all'autorità dello Zar per opporsi al governo bolscevico. Quando le truppe delle Armate Bianche si trovarono quindi a pochi chilometri da Ekaterinburg, dove i Romanov erano stati alloggiati, tenuti d'occhio dalle forze rivoluzionarie, arrivò l'ordine di giustiziarli, eseguito il 17 luglio 1918. È simbolico il racconto dell'esecuzione dei Romanov:
«Jurovskij lesse la loro condanna a morte: “Considerato il fatto che i vostri parenti continuano l'offensiva contro la Russia Sovietica, il Comitato Esecutivo degli Urali ha deciso di giustiziarvi”. Si iniziò a sparare. Dopo venti minuti di fuoco incessante alcune delle vittime erano ancora assurdamente vive. Le guardie erano sgomente, non riuscivano ad uccidere Aleksej che strisciava sul pavimento insanguinato, tre granduchesse si muovevano percettibilmente, i soldati le trafissero con le baionette ma non riuscivano a farle morire. Più tardi si scoprirà che i loro corsetti erano imbottiti di pietre preziose che le ragazze vi avevano cucito all'interno per non farsele sottrarre dalle guardie. Dunque le pallottole incontravano resistenza nel trapassare i corpi».
Mentre il popolo moriva di fame le enormi ricchezze accumulate e ben protette in seno, non bastarono stavolta a salvare la vita ai Romanov.5
3. Citato in D. Losurdo, Stalin, cit., p. 141.
4. P. Bushkovitch, Breve storia della Russia, cit., capp. 15-16; M. Adrianopoli, Dall'ufficio di Lenin venne un ordine: uccidete i Romanov, disponibile su http://win.storiain.net/arret/num107/artic6.asp.
5. Ibidem.