26 Novembre 2020

1.6. LA RIVOLUZIONE DEL FEBBRAIO 1917

«“L'idea che il Febbraio sia stato una 'rivoluzione incruenta', e che la violenza della folla non sia esplosa se non con l'Ottobre, è stata un mito liberale”: si tratta di 'uno dei miti più tenaci sul 1917', ma che ormai ha perso ogni credibilità”. Guardiamo allo svolgimento reale: “Gli insorti si presero una terribile vendetta sui funzionari dell'antico regime. Fu data la caccia ai poliziotti per linciarli e ucciderli senza pietà”. A Pietroburgo, “in pochi giorni il numero dei morti ammontò a circa 1500”» (Domenico Losurdo)11
Come e perché si arrivò alla caduta degli Zar, da sempre parte integrante nella storia russa? Tracciamo il profilo della Rivoluzione di Febbraio con la seguente analisi12:
«La Russia zarista nel 1917 si ritrovava stremata, e subiva continue sconfitte dalla Germania. Il partito bolscevico si era distinto come l'unico partito russo contrario alla guerra: i settori dei grandi proprietari ultra-reazionari avevano costituito il principale sostegno della politica estera zarista, seguiti in ogni caso dalla borghesia liberale (rappresentata dal partito costituzionale democratico, i “cadetti”), dai menscevichi e dai socialisti-rivoluzionari (che sposarono di fatto la linea di conciliazione tra le classi). La rivoluzione di febbraio fu nella sostanza una rivoluzione democratico-borghese, ma ebbe come risaputo una sua dimensione di massa, con una partecipazione attiva del proletariato. La borghesia russa, ormai anch'essa contro lo zar Nicola II, temeva che il sovrano avrebbe cercato una pace separata con la Germania pur di difendere la propria posizione, ed era per questo determinata a rovesciarlo sostituendolo con Michele Romanov, risolvendo la faccenda con una congiura di palazzo. Le cose andarono diversamente grazie alla partecipazione delle masse operaie. Nella giornata dell'8 marzo, corrispondente al 23 febbraio nel calendario allora in vigore in Russia, lo sciopero delle operaie per la Giornata Internazionale delle Donne si tramutò in uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado, che il giorno successivo raggiunse l'adesione di 200mila operai. Sin dall'inizio del 1917 aleggiava negli uffici di Stato della Russia lo spauracchio dello sciopero generale, che richiamava agli scioperi che nel 1905 avevano dato vita all'insurrezione rivoluzionaria. La tattica dei bolscevichi in questi giorni fu quella di condurre una attività di agitazione e propaganda volta a innalzare il livello dello scontro, invitando a proseguire la lotta armata contro lo zarismo e costituire un governo provvisorio rivoluzionario; parallelamente, una lotta costante per conquistare il consenso di settori dell'esercito, in alcuni casi decisivo (come l'11 marzo, in cui un battaglione di riserva sparò contro i distaccamenti di guardie a cavallo che avevano aperto il fuoco sugli operai). Il 12 marzo (27 febbraio) le truppe di Pietrogrado smisero di sparare; nella sera dello stesso giorno gli insorti erano oltre 60mila. La rivoluzione democratica aveva vinto perché alla sua testa si era posta la classe operaia, chiedendo “pace, pane, libertà”.
Nella rivoluzione di febbraio riecheggia l'esperienza acquisita dal movimento operaio russo nella rivoluzione del 1905. In quell'anno, era emerso con evidenza che i Soviet, cioè i consigli dei lavoratori, erano al contempo gli organi dell'insurrezione rivoluzionaria e gli embrioni di un potere di tipo nuovo, di una nuova società. Sin dai primi giorni della rivoluzione di febbraio si erano costituiti ovunque i Soviet degli operai e dei soldati, con centinaia di rappresentanti operai e militari, a dimostrazione che le grandi masse vedevano l'espressione del potere popolare nel Soviet, e non nel nuovo Governo Provvisorio (guidato dal principe Lvov, e con al suo interno il socialista-rivoluzionario Kerenskij). La maggioranza nei Soviet viene tuttavia conquistata da menscevichi e socialisti-rivoluzionari. I bolscevichi, d'altra parte, avevano la direzione della lotta di massa nella città, e scontavano il fatto che la maggioranza dei loro dirigenti fosse ancora deportata o in esilio. Ma certo la vittoria delle forze non rivoluzionarie nei soviet costituì un freno temporaneo per gli sviluppi della rivoluzione. Gli operai e i soldati avevano malriposto la loro fiducia, consegnando il potere alle forze della piccola borghesia. I menscevichi e i socialisti-rivoluzionari erano convinti che la rivoluzione fosse ormai compiuta, e che a questo punto l'obiettivo dovesse essere quello di consolidarla, avviando un processo "costituzionale" che normalizzasse la situazione del paese, nonché i loro rapporti con la borghesia. Erano sostanzialmente d'accordo con il Governo Provvisorio nel continuare la guerra. Cosa era cambiato in Russia, a ben vedere? Lo Zar era stato deposto, e si era insediato un nuovo governo. Ma la guerra continuava; il potere economico della stessa borghesia che aveva trascinato i lavoratori al massacro nelle trincee era immutato. La rivoluzione era stata una rivoluzione politica, ma nessuna rivoluzione sociale era avvenuta. I bolscevichi riflettono, in questo periodo, sulle ragioni per cui il proletariato aveva volontariamente consegnato il potere alle forze, come i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi, che avevano sposato concezioni piccolo-borghesi, individuandone la ragione fondamentale nei recenti mutamenti della composizione di classe del proletariato: interi strati di piccola borghesia proletarizzati durante la guerra, per un totale di milioni di uomini, si erano da poco tramutati in proletari, ma erano ancora legati a concezioni piccolo-borghesi. Il modo in cui i bolscevichi decidono di far fronte a questo è di grande attualità. Certo, il periodo attuale è profondamente diverso; è vero tuttavia che la crisi odierna del capitalismo ha provocato la proletarizzazione di grosse fasce di ceto medio, e che questa è una delle ragioni per cui i lavoratori nel nostro paese si ritrovano alla coda delle rivendicazioni della piccola borghesia. Oggi come allora, il lavoro di massa – che mai può essere ripudiato in nome di una presunta "purezza" dei principi – non può e non deve essere confuso dai comunisti con il semplice codismo, cioè con l'accettare come giusta a priori ogni rivendicazione spontanea delle masse, rinunciando a sviluppare il proprio ruolo di avanguardia.
Non a caso i bolscevichi, che già intuiscono l'importanza del dualismo di potere rappresentato dai Soviet (punto che Lenin avrebbe sviluppato ulteriormente nelle Tesi d'Aprile), si convincono che il loro compito è quello di condurre “un paziente lavoro di chiarificazione fra le masse, smascherare il carattere imperialistico del Governo provvisorio, denunciare il tradimento dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi e dimostrare che era impossibile ottenere la pace, senza sostituire al Governo provvisorio il Governo dei Soviet”. I bolscevichi non cedono mai all'idea dell'unità o di alleanze politiche con forze “socialiste” con le quali non condividevano nessuna parola d'ordine; al contrario ragionano in termini di classe, ponendosi l'obiettivo di sviluppare una propria attività autonoma a contatto con il proletariato. Anche qui un grande elemento di attualità rispetto ai nostri tempi, in cui troppo facilmente si invoca “l'unità” della sinistra anche fra settori che si definiscono “comunisti”, ma concepiscono le alleanze nella sola ottica delle alleanze politiche, dimenticando che un ruolo ben più importante, e anzi assolutamente centrale nella strategia dei comunisti per la presa del potere, è ricoperto dalle alleanze sociali del proletariato con i settori delle classi popolari schiacciati dalla crisi del capitalismo. Ripudiando ogni concezione gradualista, il Partito Bolscevico non si accontenta dei risultati della rivoluzione di febbraio, ma lavora da subito per sviluppare ulteriormente il processo rivoluzionario in direzione socialista. Cinque giorni dopo la rivoluzione di febbraio, i bolscevichi ricostituiscono i propri organi di stampa legali, pubblicando la Pravda a Pietrogrado e il Sozial-demokrat a Mosca, le “due capitali” della Russia, nonché i due più grandi centri operai del paese. È grazie alla profonda comprensione dei propri compiti, a questo orientamento rivoluzionario che mai i bolscevichi si abbandonarono a logiche di conciliazione e di compatibilità col potere borghese, è grazie a tutto questo se il Partito Bolscevico passò dal febbraio all'ottobre, conquistando in pochi mesi la maggioranza del proletariato e guidandolo alla vittoria e alla presa del potere politico. “Un compito si poneva al partito bolscevico: spiegare alle masse degli operai e dei soldati, inebriati dai primi successi, che la vittoria completa della rivoluzione era ancora lontana; che fino a quando il potere si trovava nelle mani del governo borghese provvisorio e finché nei Soviet spadroneggiavano i conciliatori – menscevichi e socialisti-rivoluzionari – il popolo non poteva ottenere né la pace, né la terra, né il pane; e che, per la vittoria completa, era necessario fare ancora un passo in avanti: dare il potere ai Soviet!”
11. D. Losurdo, Stalin, cit., p. 97.
12. Redazione Senza Tregua, La rivoluzione di Febbraio e l'attualità della strategia dei bolscevichi, “Senzatregua.it”, 16 marzo 2017, pubblicato su http://www.senzatregua.it/la-rivoluzione-di-febbraio-e-lattualita-della-strategia-dei-bolscevichi-2/.