24 Giugno 2019

2. LA RUSSIA ALLA VIGILIA DELLA RIVOLUZIONE D'OTTOBRE

Proseguiamo ora la narrazione dando spazio alla ricostruzione dei fatti offerta dalla Storia Universale dell'Accademia delle Scienze dell'URSS1:
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V.Lenin in un comizio alla vigilia della Rivoluzione (quadro sovietico)
«La rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917, che aveva abbattuto l’autocrazia, rese possibile il passaggio della Russia alla rivoluzione socialista. Le crisi politiche di aprile, giugno, luglio e il tentativo sedizioso di Kornilov furono gli avvenimenti più importanti del periodo che va dal febbraio all’ottobre e costituirono le tappe della crisi generale del paese. La rivoluzione si andava sviluppando impetuosamente. Il partito bolscevico, con a capo Lenin, agì come suo portabandiera. Nel corso della lotta i bolscevichi unirono le più larghe masse, formarono l’esercito politico della rivoluzione, rafforzarono l’unità della classe operaia con i contadini poveri: forza sociale determinante nella lotta per la vittoria della rivoluzione socialista. In Russia il processo di trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista ebbe, nel corso del suo sviluppo, due periodi fondamentali: fino alla crisi di luglio il partito bolscevico sostenne il corso dello sviluppo pacifico della rivoluzione; poi si preparò ad abbattere il potere della borghesia e dei proprietari fondiari per mezzo dell’insurrezione armata. Lo sviluppo pacifico della rivoluzione fu interrotto a causa del tradimento degli opportunisti, menscevichi e socialrivoluzionari, che consegnarono volontariamente il potere alla borghesia imperialista e si macchiarono nel luglio del 1917 del sangue di operai e soldati. Il VI congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Bolscevico) orientò il partito verso la preparazione dell’insurrezione armata e chiamò le masse a prepararsi a impadronirsi del potere statale “per utilizzarlo a fini di pace e per la riorganizzazione socialista della società”. Le contraddizioni politiche ed economico-sociali, che si erano via via approfondite nel paese, accelerarono il processo di maturazione della crisi rivoluzionaria. Le masse popolari russe, con la classe operaia alla testa. furono portate, da tutto il corso dello sviluppo sociale, nell’ottobre 1917, alla rivoluzione socialista come unico mezzo di salvezza da una catastrofe nazionale e di liberazione dei lavoratori dall’oppressione sociale e nazionale. Il governo provvisorio non aveva soddisfatto nessuna delle rivendicazioni popolari; non aveva dato al popolo né la pace, né la terra, né il pane. Nella sua politica economica esso era guidato dagli interessi del capitale monopolistico. I profitti delle banche, soprattutto della Banca Internazionale Riunita di Pietrogrado, della Banca di Sconto e della Banca Commerciale di Mosca. raggiunsero livelli favolosi. Uguali guadagni si dividevano i grossi monopoli, come il “Prodamet” e altri. Il governo provvisorio, aderendo alle loro richieste, concedeva sussidi finanziari e sanzionava docilmente l’aumento continuo dei prezzi dell’oro. Il potere borghese, d’altra parte, nulla faceva per combattere lo sfacelo in cui versava l’economia del paese e per migliorare le condizioni di vita delle masse lavoratrici.
L’industria versava in condizioni catastrofiche. La sua produzione globale, rispetto al 1916, era diminuita di quasi la metà. Dal marzo all’agosto 1917 cessarono la loro attività, per cause diverse, 568 imprese, molte delle quali a causa di serrate, adottate come rappresaglia contro gli operai rivoluzionari. Negli Urali chiusero sino al 50% delle imprese, né diversa era la situazione nel Donbass e in alcuni altri centri industriali del paese. Il governo provvisorio incoraggiava il sabotaggio degli imprenditori. Nel settembre 1917 fu deciso di chiudere altre imprese a Charkov e nel bacino del Donec, e nell’ottobre a Mosca. Gli organi governativi definivano demagogicamente questa politica economica come “regolamentazione della produzione”, ma, in effetti, concedevano piena libertà d’azione ai capitalisti. In tal modo però si minacciava una completa bancarotta finanziaria nel paese. L’emissione di cartamoneta e l’apertura di nuovi prestiti dovevano rappresentare le fonti di copertura per le spese militari, continuamente crescenti. Dal 1° luglio 1914 al marzo 1917 la circolazione di cartamoneta salì da 1.600 a 9.500 milioni di rubli; in novembre toccava i 22 miliardi 400 milioni.
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Popolo russo con bandiera rossa alla vigilia della rivoluzione (quadro sovietico)
L’indebitamento statale raggiungeva la colossale cifra di 50 miliardi di rubli, dei quali circa 16 erano per debiti contratti all’estero. Cresceva costantemente la dipendenza economica della Russia nei confronti delle potenze imperialistiche dell’Occidente, che avevano trasformato il governo provvisorio in un loro servile commesso. La conferenza dei “circoli d’affari”, tenutasi nell’estate 1917 presso il Ministero del Commercio e dell’Industria, prese la decisione di dare in concessione al capitale americano le miniere di minerali ferrosi degli Urali, il bacino carbonifero di Mosca. le miniere aurifere degli Altai, il petrolio e il carbone dell’isola di Sachalin e le miniere di rame del Caucaso. Le condizioni di concessione erano, per la Russia, semplicemente catastrofiche. Approvando questa decisione, il presidente della conferenza speciale per la difesa, P. Pal'činskij, ebbe a dire che l’attrazione di capitale americano era per la Russia “questione di saggezza statale e di necessità”. La guerra, lo sfacelo economico e la fame si abbattevano con tutta la loro gravità sui lavoratori e in primo luogo sulla classe operaia. Il salario reale degli operai era sceso nel 1917 al 57,4% rispetto al 1913. I principali generi alimentari, durante gli anni della guerra, erano rincarati a Mosca di 9,5 volte e i generi di largo consumo di ben 12 volte. La continuazione della guerra imperialistica e l’attività antipopolare del governo provvisorio accrebbero l’odio dei lavoratori. Verso l’autunno del 1917 la crisi del paese investì tutte le sfere dei rapporti economici e politici e trovò la sua espressione prima di tutto nello sviluppo dell’attività rivoluzionaria creativa delle masse popolari, che si rifiutavano di vivere alla vecchia maniera e decisamente rivendicavano trasformazioni rivoluzionarie del regime sociale.
Lo sviluppo della rivoluzione unì le masse popolari sempre più strettamente attorno al partito bolscevico, guidato da Lenin. Esso accrebbe la sua influenza nei sindacati, nei comitati di fabbrica e nelle altre organizzazioni della classe operaia. I sindacati organizzavano oltre 2 milioni di operai e impiegati. I comitati di fabbrica, nell’autunno del 1917, sulla base di dati non completi, erano presenti in 34 grandi città. Nelle loro elezioni, che si tennero in ottobre, i bolscevichi ottennero una grande vittoria. Nel comitato di fabbrica della officina di tubi di Pietrogrado, per esempio, i bolscevichi conquistarono 23 seggi su 33. Il movimento degli scioperi acquistava un chiaro e manifesto carattere politico, con parole d’ordine bolsceviche. Lo sciopero dei tipografi, iniziatosi nella prima metà di settembre, si diffuse presto in tutto il paese. Nello stesso tempo lo sciopero generale dei ferrovieri costrinse il governo a fare alcune concessioni. Lo sciopero degli addetti all’industria del petrolio di Baku si concluse con una grande vittoria degli operai, che costrinsero gli imprenditori a sottoscrivere un contratto collettivo di lavoro. Dappertutto gli operai lottavano contro i tentativi della borghesia di fermare il lavoro delle fabbriche e ponevano con forza il problema del controllo sulla produzione e sulla distribuzione. Centomila persone parteciparono allo sciopero di protesta contro le serrate in massa negli Urali. Gli scioperi erano accompagnati dalla instaurazione del controllo operaio in molte fabbriche degli Urali, di Pietrogrado, di Mosca, del Donbass, di Charkov, di Nižnij Novgorod. della regione tessile di Ivanovo-Kinesima eccetera. Il movimento operaio nel suo sviluppo approdò alla instaurazione della dittatura del proletariato nella forma dei soviet.
La classe operaia riuscì a conquistare alla sua causa la gran massa dei contadini poveri, i quali si convinsero, sulla base dell’esperienza, della necessità di allearsi al proletariato, perché i partiti dominanti dei cadetti, dei menscevichi e dei socialrivoluzionari non volevano risolvere la questione della terra nell’interesse del popolo. Una potente ondata di manifestazioni contadine investì, nell’autunno 1917, il 91,2% di tutti i distretti della Russia. In base a dati ufficiali governativi, nel maggio si ebbero 152 casi di occupazione delle terre e delle tenute dei proprietari fondiari, 440 in agosto e 958 in settembre. Dato che i contadini rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione attiva, questo manifestazioni erano il sintomo più evidente della crisi generale che investiva il paese. Il rafforzamento dell’influenza dei bolscevichi nell’esercito concorse enormemente al successo dell’imminente rivoluzione socialista. Particolarmente forte era l’influenza bolscevica nelle guarnigioni dei grossi centri industriali, tra i marinai della flotta del Baltico e i soldati dei fronti settentrionale e occidentale. Lo spirito rivoluzionario crebbe rapidamente anche tra i soldati degli altri fronti. Il 1° (14) ottobre 1917 il giornale Soldat scriveva: “L’appello ‘Tutto il potere ai soviet!’ si diffonde irresistibilmente per tutto il fronte, dall’estremo sud all’estremo nord; non vi è quasi nessuna rivoluzione che non lo riporti”.
In questo periodo si modificò anche il carattere del movimento di liberazione nazionale. Le masse popolari delle nazioni oppresse si raggruppavano sempre più attivamente attorno alla bandiera internazionalista della classe operaia. E poiché più della metà della popolazione della Russia era composta dai popoli oppressi delle diverse nazionalità, il fatto acquistava un’importanza eccezionale. Il processo di penetrazione dello spirito rivoluzionario nelle masse popolari trovò la sua chiara espressione nella bolscevizzazione dei soviet. Gli operai delle fabbriche e delle officine sostituivano i delegati socialrivoluzionari e menscevichi con delegati bolscevichi: avvenne così, per esempio, a Pietrogrado, in nove grosse fabbriche dei rioni Moskovskij e Narvskij, al cantiere navale dell’Ammiragliato, alle officine Skorochod ecc. Seguendo l’esempio delle risoluzioni prese dai soviet di Pietrogrado e di Mosca sul passaggio del potere ai soviet, in settembre centinaia di consigli locali si dichiararono per il passaggio di tutto il potere nelle mani degli operai e dei contadini. La crisi era ormai manifesta anche nel campo della controrivoluzione borghese-latifondista, in preda alla confusione e alla discordia. La coalizione governativa dei partiti borghesi e opportunisti dimostrava chiaramente il suo carattere antipopolare. Il presidente del Consiglio dei ministri del governo provvisorio, A. F. Kerenskij, che dopo la repressione della rivolta di Kornilov occupava anche la carica di comandante supremo, si smascherò agli occhi del popolo come difensore della borghesia russa e straniera, come meschino, presuntuoso aspirante ad avventure di tipo bonapartista. Anche altri membri del governo di coalizione, e con essi i ministri socialisti V. M. Černov e M. I. Skobelev, si rivelarono difensori aperti della borghesia imperialista. Nei partiti menscevico e social-rivoluzionario aumentò il dissenso e si rafforzarono nuclei di opposizione alla politica dei gruppi dirigenti. I socialrivoluzionari di sinistra, sotto la pressione delle masse rivoluzionarie contadine, formarono una organizzazione autonoma. Tra i menscevichi si formò il gruppo di opposizione degli internazionalisti. Anche la situazione internazionale favorì il successo della lotta della classe operaia russa per la rivoluzione socialista. La guerra mondiale divideva e indeboliva le maggiori potenze imperialiste. Fra le masse popolari dei paesi in guerra: in Germania, in Austria-Ungheria, in Francia, in Italia, nei Balcani si rafforzava lo spirito pacifista. In alcuni di questi paesi, sotto l’influenza degli avvenimenti rivoluzionari russi, andava maturando una situazione rivoluzionaria. S’allargava il movimento di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali. Nel settembre 1917, sulla base di una profonda analisi della situazione interna e internazionale, Lenin rilevò la presenza di una crisi nazionale generale: “La crisi è matura”. […]
In risposta alla generale indignazione, il governo Kerenskij prese misure per sbarrare il passo all’avanzata rivoluzionaria. Concentrò nella capitale i reparti cosacchi per sostituire la guarnigione rivoluzionaria di Pietrogrado e varò una riorganizzazione dell’esercito per isolare i reggimenti che simpatizzavano per i bolscevichi. Il comando supremo e il governo preparavano un nuovo complotto controrivoluzionario di tipo kornilovista. I socialrivoluzionari e i menscevichi cercarono di contrapporre ai soviet, nei quali avevano perso la maggioranza, la cosiddetta “Conferenza democratica” e il “Consiglio provvisorio della repubblica” (il pre-Parlamento). Gli atti demagogici del governo Kerenskij (la proclamazione della repubblica, lo scioglimento della IV Duma) avevano lo scopo di mascherare il complotto controrivoluzionario: il governo era intenzionato a cedere Pietrogrado ai tedeschi per avere l’opportunità d’infliggere una sconfitta al movimento rivoluzionario. I controrivoluzionari aprirono contro i bolscevichi una nuova campagna di menzogne e di insinuazioni. La potente ascesa rivoluzionaria delle masse popolari da una parte e la contemporanea offensiva delle forze controrivoluzionarie dall’altra obbligarono il partito bolscevico, in vista della salvezza del popolo e del paese, ad accelerare al massimo la preparazione dell’insurrezione armata».
14. Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale, vol. VIII, Cap. I, Teti Editore, Milano, 1975, disponibile su http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custal26-007719.htm.