24 Giugno 2019

2. RIVOLUZIONE & FILOSOFIA

«Erano le otto e quaranta quando una tempesta d’applausi annunciò l’ingresso del presidium, con Lenin, il grande Lenin. Piccolo e tarchiato, con una grossa testa calva direttamente attaccata alle spalle, gli occhi piccoli, il naso camuso, la bocca larga e generosa e il mento pesante. Era completamente rasato ma la sua famosa barba stava ricominciando a crescere. Indossava degli abiti consunti, i calzoni erano troppo lunghi. Nient’affatto adatto per essere l’idolo della folla, fu amato e venerato come pochi capi nella storia lo sono stati. Uno strano capo popolare, capo per le sue sole doti intellettuali. Incolore, privo di umorismo, intransigente e distaccato, senza idiosincrasie pittoresche – ma dotato della capacità di spiegare idee profonde in termini semplici, di analizzare le situazioni concrete. Il tutto combinato con l’acutezza e con una grandissima audacia intellettuale». (John Reed)6
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Vladimir Lenin
Si trascura spesso, in maniera malaccorta, il fatto che Lenin sia stato un intellettuale ad ampio raggio, ed in particolar modo abbia condotta anche una feroce lotta filosofica, strettamente coniugata alla lotta politica. Se si escludono alcuni testi di carattere divulgativo, dedicati all’esposizione del pensiero di Marx e di Engels, Lenin pubblicò un solo libro di contenuto specificamente filosofico, Materialismo ed empiriocriticismo. La stesura di questo testo – che conobbe una seconda edizione, nel 1920, ma fu tradotto e conosciuto in Europa occidentale soltanto nel 1927, fu motivata dall’uscita, nel 1908, di una raccolta di saggi firmata, tra gli altri, da Bogdanov e A. Lunačarskij (Saggi intorno alla filosofia del marxismo), due bolscevichi che, nel Congresso del 1905, avevano appoggiato le tesi della maggioranza; sostenendo l’esigenza di una revisione del marxismo in senso empiriocriticista, Bogdanov e Lunačarskij esponevano, infatti, la maggioranza agli attacchi dei menscevichi (in particolare di Plechanov), i quali potevano presentarsi come custodi dell’ortodossia. Tale situazione, che cadeva per di più in un momento di grave difficoltà del partito russo, indusse quindi Lenin a intervenire nel dibattito filosofico, per criticare le tesi dei “machisti” russi e per affermare, più in generale, l’inconciliabilità del marxismo con ogni forma di «idealismo soggettivo», rielaborando le indicazioni già fornite da Engels.
Se, infatti, il problema principale per Engels era stato quello di criticare, dal punto di vista storico-materialistico, le filosofie meccanicistiche della seconda metà dell’Ottocento, Lenin si pone, dal medesimo punto di vista, il problema opposto, di combattere la spinta antimaterialista che andava emergendo nel primo Novecento, proprio sulla base del rifiuto del meccanicismo. Egli sviluppa quindi la sua polemica attorno a tre capisaldi. In primo luogo riafferma il concetto di realtà obiettiva, come ciò che esiste indipendentemente, come materia preesistente, anche in senso cronologico, rispetto al soggetto che esercita l’attività conoscitiva; in secondo luogo sostiene, contro le posizioni convenzionalistiche o strumentalistiche, la capacità della conoscenza di cogliere la legalità intrinseca della natura, a partire dai dati percettivi (cosiddetta teoria del riflesso, o del rispecchiamento); in terzo luogo sottolinea la natura processuale, e quindi sempre relativa, dell’attività conoscitiva, quale si manifesta specialmente nel susseguirsi storico delle teorie. Più in particolare, Lenin pone l’accento sull’importanza che assume, in questo quadro, la concezione materialistica della dialettica, in quanto consente di dar conto della dinamicità del processo conoscitivo, e di superare quindi la tradizionale antitesi tra verità relativa e verità assoluta.7
Come spiega onestamente Anton Pannekoek (per altri versi estremamente critico verso Lenin) «non si trattava di un semplice contrasto teorico, ma coinvolgeva problemi di tattica e reali correnti del partito». Lenin trovò un «alleato in Plechanov, che per il resto apparteneva politicamente ai menscevichi. Il suo libro ebbe un successo tale da far presto scomparire qualsiasi seguace o reputazione del machismo nel partito. L'accordo fra Plechanov e Lenin sulla necessità di debellare il liquidatorismo, l'otsovvismo, il misticismo e il machismo assume la forma di una alleanza temporanea fra le due teste più brillanti del marxismo ortodosso. Questa alleanza sigillò infine la vittoria definitiva del materialismo dialettico su tutte le correnti antimarxiste e revisioniste». Dopo la morte di Lenin, tra il 1929 e il 1930, in Unione Sovietica furono pubblicati alcuni suoi quaderni di appunti Quaderni filosofici, redatti tra il 1895 e il 1917, sotto forma di riassunti e di osservazioni critiche, nel corso della lettura delle opere filosofiche di Marx, Engels, Feuerbach ed Hegel.
Louis Althusser ha riassunto molto bene l'atteggiamento di amore-odio di Lenin verso la filosofia e ciononostante l'importanza della sua elaborazione, a partire dal suo capolavoro Materialismo ed empiriocriticismo:
«È un testo inesorabile, ma che sa anche distinguere tra “liberi pensatori” e “uomini completi”, anche religiosi, i quali hanno un “sistema” non soltanto speculativo ma iscritto nella loro pratica. È anche un testo lucido: non a caso si chiude con queste sorprendenti parole di Dietzgen, citate da Lenin: noi abbiamo bisogno di seguire una via giusta; ora, per seguire una via giusta bisogna studiare la filosofia che è “la più falsa delle vie false”, ossia delle vie che non portano in nessun posto […]. Il che significa propriamente che non può esserci una via giusta (dobbiamo intendere: nelle scienze, ma innanzi tutto nella politica) senza uno studio, e oltre questo senza una teoria della filosofia come falsa via, ossia come via che non porta in nessun posto. Ecco probabilmente la ragione ultima, oltre tutte quelle che abbiamo citate prima, per cui Lenin è insopportabile alla filosofia universitaria e, per non fare torto a nessuno, alla grande maggioranza dei filosofi, se non a tutti i filosofi, universitari o no. Ci è o ci è stato, una volta o l’altra, filosoficamente insopportabile a tutti (parlo evidentemente anche di me). Insopportabile perché in fondo, nonostante tutto quello che possono raccontare sul carattere precritico della sua filosofia, sull’aspetto sommario di certe sue categorie, i filosofi sentono benissimo e sanno benissimo che la vera questione non è lì. Sentono e sanno benissimo che Lenin se ne infischia altamente delle loro obiezioni. Se ne infischia prima di tutto perché le aveva previste da tempo. Lenin stesso lo dice: non sono un filosofo, sono impreparato in questo campo (Lettera a Gorki, 7 febbraio 1908). Sempre Lenin dice: so bene che le mie formulazioni, le mie definizioni sono vaghe e imprecise; so che i filosofi accuseranno il materialismo di essere “metafisico”. Ma Lenin aggiunge: la questione non è lì. Non solo io non faccio la loro filosofia, ma non “faccio” della filosofia come loro. Il loro modo di “fare” della filosofia è di spendere tesori di intelligenza e di acume per non fare altro che ruminare nella filosofia. Io invece tratto la filosofia diversamente, la pratico, come voleva Marx, conformemente a quello che essa è. Ecco in che cosa penso di essere “materialista dialettico”.
Tutto questo lo si può leggere sia a chiare lettere, sia fra le righe in Materialismo ed Empiriocriticismo. Ed è per questo che Lenin filosofo è insopportabile alla maggior parte dei filosofi, i quali non vogliono riconoscere, ossia capiscono senza confessarlo, che la vera questione è lì. La vera questione insomma, non è tanto sapere se Marx, Engels e Lenin sono o non sono veri filosofi, se le loro enunciazioni filosofiche sono formalmente ineccepibili, se dicono o no delle sciocchezze sulla “cosa in sé” di Kant, se il loro materialismo è precritico o no, ecc.: tali questioni infatti sono e restano poste all’interno di una certa pratica della filosofia. La vera questione riguarda proprio questa pratica tradizionale, che Lenin rimette in causa proponendo una pratica totalmente altra della filosofia. Questa nuova pratica porta in sé qualcosa come la promessa o l’embrione di una conoscenza oggettiva del modo d’essere della filosofia come Holzweg der Holzwege. Ora l’ultima cosa che i filosofi e la filosofia possono sopportare, l’intollerabile, è forse proprio l’idea di questa conoscenza. Ciò che la filosofia non può sopportare è l’idea di una teoria (ossia di una conoscenza oggettiva) della filosofia, capace di mutare la sua pratica tradizionale. Una teoria che potrebbe esserle mortale, giacché essa vive della sua denegazione. La filosofia universitaria non può dunque tollerare Lenin (come d’altronde Marx) per due ragioni, che formano una sola e medesima ragione. Da un lato non può sopportare l’idea di avere qualcosa da imparare dalla politica e da un politico; dall’altro non può sopportare la idea che la filosofia possa essere fatta oggetto di una teoria, ossia di una conoscenza oggettiva. Che oltre tutto fosse un politico come Lenin, un “naïf” e un autodidatta in filosofia, ad avere l’audacia di proporre l’idea di una teoria della filosofia come essenziale a una pratica veramente cosciente e responsabile della filosofia, è evidentemente il colmo… La filosofia universitaria, o d’altro genere, anche qui non sbaglia: se resiste con tanto accanimento a questo incontro apparentemente accidentale in cui un semplice uomo politico le offre di che incominciare a conoscere che cos’è la filosofia, è perché questo incontro colpisce giusto, colpisce nel punto maggiormente sensibile, nel punto dell’intollerabile, nel punto del “rimorso”, di cui tradizionalmente la filosofia non è che la ruminazione, – esattamente nel punto in cui, per conoscersi nella sua teoria, la filosofia deve riconoscere di non essere altro che politica investita in un certo modo, politica proseguita in un certo modo, politica rimuginata in un certo modo. Il fatto è che Lenin è il primo a dirlo e che può dirlo soltanto perché è un politico, non un politico qualsiasi, ma un dirigente proletario. Ecco perché Lenin è intollerabile alla ruminazione filosofica, altrettanto intollerabile, e parlo pesando le parole, di Freud alla ruminazione psicologica. Ci si rende ben conto che tra Lenin e la filosofia ufficiale non ci sono soltanto malintesi e conflitti di circostanza, e neppure le reazioni di suscettibilità offesa dei professori di filosofia che si sentono dire in faccia da un semplice figlio di maestro, piccolo avvocato diventato dirigente rivoluzionario, che essi sono, nella loro massa, soltanto degli intellettuali piccolo borghesi, degli ideologi la cui funzione nel sistema d’educazione borghese è d’inculcare alle masse della gioventù studentesca i dogmi, critici e postcritici quanto si vuole, dell’ideologia delle classi dominanti. Tra Lenin e la filosofia ufficiale c’è una relazione intollerabile nel vero senso della parola: quella per cui la filosofia imperante è toccata nel vivo del suo rimorso: la politica».
7. Enciclopedia Treccani, Lenin, cit.
8. A. Pannekoek, Lenin filosofo. Critica ai fondamenti filosofici del leninismo, Connessioni Edizioni, 2012, disponibile su http://www.left-dis.nl/i/leninfilo.pdf. L'edizione si basa su un revisione dell'edizione Feltrinelli del 1972, mentre l'opera originale risale al 1938.
9. L. Althusser, Lenin e la filosofia, Marxists.org, 24 febbraio 1968, disponibile su https://www.marxists.org/italiano/althusser/leninfilosofia.htm; il testo fu presentato scritto da Althusser a Parigi alla Société Française de Philosophie.