29 Settembre 2022

2.7. LE LETTERE DI ERNESTO

«Non credo che siamo stretti parenti, ma se Lei è capace di tremare d'indignazione ogni qualvolta si commetta un'ingiustizia nel mondo, siamo compagni, il che è più importante». (Ernesto “Che” Guevara, dalla lettera a Marìa Rosario Guevara, 20 febbraio 1964)
Riportiamo ora anche alcune lettere che aiutano a capire meglio altri aspetti politici e umani di Ernesto Guevara. Di seguito la Lettera ai figli64, scritta nel 1965 e lasciata alla moglie prima di partire per la Bolivia, con il compito di farla leggere ai figli nel caso non avesse fatto ritorno:
«Cari Hildita, Aleidita, Camilo, Celia ed Ernesto, se un giorno dovrete leggere questa lettera, è perché non sarò più tra voi. Quasi non vi ricorderete di me e i più piccolini non mi ricorderanno affatto. Vostro padre è stato un uomo che agisce come pensa ed è certamente stato fedele alle sue convinzioni. Crescete come buoni rivoluzionari. Studiate molto per poter dominare la tecnica che permette di dominare la natura. Ricordatevi che l'importante è la rivoluzione e che ognuno di noi, da solo, non vale niente. Soprattutto siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario. Arrivederci, bambini miei, spero di rivedervi ancora. Un grande bacio e abbraccio da papà».
Per lo stesso motivo lascia anche una Lettera ai genitori65:
«1 aprile 1965
Cari vecchi,
Sento di nuovo sotto i talloni i fianchi di Ronzinante, riprendo la strada, scudo al braccio. Sono quasi dieci anni che vi ho scritto una lettera d'addio. Se ricordo bene, mi lamentavo di non essere un soldato migliore e un miglior medico; medico, non m'interessa più, e come soldato non sono poi così male. Non è cambiato nulla di fondamentale, se non che sono molto più consapevole, che il mio marxismo si è approfondito e decantato. Credo nella lotta armata come unica soluzione per i popoli che vogliono liberarsi, e sono coerente con ciò che credo. Molti mi tratteranno come un avventuriero, e lo sono, ma di un genere diverso, e di quelli che rischiano la pelle per difendere le proprie convinzioni. Può darsi che stavolta sia l'ultima. Non la cerco, ma è nel calcolo logico delle probabilità. Se così fosse, vi abbraccio per l'ultima volta. Vi ho amati molto, ma non ho saputo dar voce alla mia tenerezza. Nei miei atti sono molto rigido e credo che talvolta non mi abbiate capito. È vero, non era facile capirmi. Oggi, semplicemente credetemi. Adesso, una volontà che ho affinato con gusto d'artista sosterrà le mie gambe molli e i polmoni affaticati. Andrò fino in fondo. Ricordatevi di tanto in tanto di questo piccolo condottiero del XX secolo. Un bacio a Celia, a Roberto, Juan, Martín e Patotín, a Beatriz, a tutti. Vi abbraccio, vostro figlio prodigo e recalcitrante,
Ernesto»
E infine la lettera con cui saluta Fidel Castro66:
«L'Avana
“Anno dell'agricoltura”
Fidel,
in questo momento mi tornano in mente un mucchio di cose, quando ti ho conosciuto a casa di Maria Antonia, quando mi hai proposto di venire con te, la tensione dei preparativi. Un giorno ci hanno chiesto chi si dovesse avvertire in caso di morte, e siamo stati tutti impressionati dalla possibilità reale di questo esito. Poi abbiamo imparato che era vero, che in una rivoluzione (se è autentica) si è vincitori o morti. Molti compagni sono caduti sulla strada della vittoria. Oggi tutto assume un tono meno drammatico, perché siamo più maturi, ma i fatti si ripetono. Sento che ho compiuto la parte di dovere che mi legava alla rivoluzione cubana sul suo territorio, e prendo congedo da te, dai compagni, dal tuo popolo che ormai è il mio. Rinuncio formalmente ai miei incarichi nella direzione del Partito, al mio posto di ministro, al mio grado di comandante, alla mia condizione di cubano. Dal punto di vista legale, niente mi lega più a Cuba; solo legami di un'altra natura, che non possono essere distrutti come documenti ufficiali. Facendo il bilancio della mia vita, credo di avere lavorato con sufficiente onestà e dedizione a consolidare la vittoria della rivoluzione. Il mio solo errore di una certa rilevanza è di non avere avuto più fiducia in te nei primi momenti nella Sierra Maestra, e di non avere capito abbastanza in fretta le tue qualità di dirigente e di rivoluzionario. Ho vissuto giorni magnifici e al tuo fianco ho provato l'orgoglio d'appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi. Raramente un uomo di Stato ha saputo brillare così alto come in quei giorni; sono anche fiero di averti seguito senza esitare, identificandomi con il tuo modo di pensare, di vedere e di valutare i pericoli e i grandi princìpi. Altre terre nel mondo reclamano il contributo delle mie modeste forze. Io posso fare quanto a te è impedito, per via delle tue responsabilità alla guida di Cuba, ed è venuta l'ora di separarci. Sappi che lo faccio con un misto di gioia e di dolore: qui, lascio la parte più pura delle mie speranze di costruttore, e quello che ho più caro tra coloro che amo...e lascio un popolo che mi ha accolto come un figlio; questo continuerà a far parte del mio spirito. Sui nuovi campi di battaglia, porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, il sentimento di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo dovunque si trovi. Ciò dà nuovo conforto, e cura efficacemente ogni ferita. Ripeto che scarico Cuba di ogni responsabilità, eccetto quella che proviene dall'esempio che rappresenta; che se per me l'ora decisiva arriverà sotto altri cieli, il mio ultimo pensiero sarà per questo popolo e soprattutto per te; che ti sono riconoscente per i tuoi insegnamenti e per il tuo esempio, e cercherò di restarvi fedele fino alle estreme conseguenze dei miei atti; che sempre mi sono identificato con la politica estera della nostra Rivoluzione, e continuo a farlo; che dovunque mi trovi, sentirò su di me la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e agirò in quanto tale; che non lascio alcun bene materiale a mia moglie e ai miei figli, e non lo rimpiango: sono contento che sia così; che non chiedo nulla per loro perché lo Stato darà loro ciò che basta per vivere e crescere. Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che le parole non sono necessarie, che non possono esprimere quello che vorrei, e che non vale la pena di imbrattare altra carta. Hasta la victoria siempre. Patria o muerte! Ti abbraccio con grande fervore rivoluzionario
Che»
64. Le più note si trovano si E. “Che” Guevara, Lettere, Cheguevara.it.
65. Ibidem.
66. Ibidem.

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