18 Ottobre 2021

4.2. IL RITORNO AL SISTEMA ELETTORALE MAGGIORITARIO

«Il maggioritario per noi è quasi una religione». (Silvio Berlusconi)275
La reazione borghese viene completata dall'attacco diretto al sistema elettorale proporzionale: nel 1993, nel periodo della massima crisi della “partitocrazia”, Mario Segni e i Radicali promuovono una serie di referendum tra cui ce n'è uno che propone nella sostanza il passaggio al sistema elettorale maggioritario, giocando sulla necessità di porre termine alla corruzione della Prima Repubblica anche sul piano istituzionale.
Il referendum stravince le elezioni, nella sostanziale assenza di opposizione politica (viene appoggiato strumentalmente anche da settori consistenti del Partito Democratico di Sinistra). È il popolo stesso che, privato di una valida avanguardia politica e nello sbando generalizzato della crisi politica, approva l'indebolimento del suffragio universale, come spiega in questa analisi dal taglio storico Luciano Canfora276:
«L'istanza del suffragio universale ha come obiettivo che tutti i cittadini abbiano il diritto di esprimere il loro voto su di un piede di parità: non solo in quanto a tutti venga assicurato il diritto di votare ma in quanto a ciascun voto sia riconosciuto uguale peso. È questo che significa l'espressione “voto uguale” che figura in grande evidenza nell'articolo 48 della nostra Costituzione. Come vedremo, infatti, ci sono modelli che contemplano bensì l'accesso di tutti al diritto di voto ma che poi vulnerano tale diritto: ad esempio attraverso la pratica da molti vagheggiata del voto “plurale”. Va da sé che il voto “plurale” (tutti votano ma è il valore di ogni singolo voto che viene diversificato secondo l'appartenenza di ceto) è il più rozzo, e perciò il più schietto dei sistemi elettorali “maggioritari” (potrebbe definirsi il “maggioritario trogloditico”), ma viene qui evocato, subito in apertura di questa riflessione conclusiva, perché rende bene l'idea. E fa capire in modo immediato perché e come il modello “maggioritario” vulneri il principio del suffragio universale pur apparentemente rispettandolo. E vedremo che si può far di meglio, o, per meglio dire, di peggio. Ma procediamo con ordine, dall'inizio. Per un lunghissimo tempo, il suffragio non fu affatto “universale”.
Vigeva il suffragio “ristretto”. L'accesso al diritto di voto veniva cioè limitato drasticamente. L'Italia, in questo campo, costituì sin dalla riunificazione nazionale (1861) un esempio da manuale. Nell'Italia appena riunificata governava una ristrettissima oligarchia. Nell'anno 1861 gli aventi diritto al voto furono 418.696, cioè l'1,9% della popolazione residente. (E per giunta votò soltanto il 57,2% degli aventi diritto. Il sistema elettorale era, ovviamente, il collegio uninominale, la quint'essenza del maggioritario).
Dopo vent'anni, nel 1880, gli aventi diritto al voto erano saliti a 621.896 (cioè il 2,2% della popolazione residente, calcolata, nel 1885, a 29.699.680 abitanti). Soltanto con la “sinistra” al potere (Depretis) il suffragio viene per così dire allargato e gli aventi diritto al voto salgono a 2.017.829, pari al 6,9% della popolazione (vota però ancora soltanto il 60,7% degli aventi diritto). Un vero cambiamento avviene con Giolitti: nel frattempo è nato il partito socialista (1892).
Con la legge del 30 giugno 1912 [cioè quella varata, tra molte perplessità e opposizioni, da Giolitti] il diritto di suffragio fu concesso a tutti i cittadini all'età di trent'anni senza condizioni di censo né di istruzione […]. Invece, ai maggiorenni di età inferiore ai 30 fu concesso con condizioni di censo o di prestazione del servizio militare”. Fu dunque quello voluto da Giolitti ancora un suffragio (s'intende solo maschile) quasi universale, non ancora universale.
Gli elettori nel 1913 furono 8.700.000, ma la ripartizione del numero di deputati per collegio determinò sperequazioni notevolissime, acuite dai notevoli spostamenti demografici intervenuti nel corso dei decenni. Solo con le prime elezioni post-belliche, quelle del 1919, il suffragio fu, finalmente, universale (e pur sempre solo maschile). E non a caso, contestualmente a tale epocale novità, fu anche introdotto, allora, il sistema elettorale proporzionale (legge Nitti), a scrutinio di lista, che finalmente soppiantava l'uninominale. Perciò davvero — come notò Antonio Gramsci — le elezioni del 1919 ebbero valore “costituente”. Solo con la concomitanza e convergenza di suffragio non più limitato, di una più equa ripartizione dei collegi e perciò di una rappresentanza eletta in proporzione ai voti conseguiti da ciascun partito si attuava il carattere universale del suffragio: in quanto si dava al voto di ciascuno ugual peso. Giunto al governo nell'ottobre 1922, il partito fascista modificò la legge in senso maggioritario inventando il “premio di maggioranza” alla coalizione più votata (1923: legge Acerbo), e stravinse le elezioni (aprile 1924): premessa per l'instaurazione di li a poco (novembre 1926) della dittatura. Conosciamo bene questi sviluppi.
Torniamo alla movimentata storia dei trucchi miranti a svuotare il suffragio universale. L'istanza del suffragio universale, architrave della nozione di parità dei diritti politici, era troppo irresistibile perché fosse possibile continuare a limitare l'accesso al voto di masse più o meno grandi di cittadini: talora ricorrendo all'argomento “censitario” (solo chi ha un determinato censo deve poter votare perché dalle scelte degli elettori e dalle leggi che gli eletti scriveranno dipendono le sorti dei beni che ciascuno possiede, e dunque chi più possiede più è in pericolo, e dunque diamo a chi più possiede più potere elettorale), talaltra ricorrendo all'antichissimo argomento della “consapevolezza” (l'analfabeta, o il semi-alfabetizzato, non ha i requisiti intellettuali minimi per compiere una scelta così delicata e gravida di conseguenze qual è scegliere ed eleggere i legislatori). Non potendosi ormai più negare l'accesso al suffragio, si sono man mano venuti escogitando altri, più “liberali”, strumenti miranti ad attenuare — senza apertamente negarlo — quel principio ormai dato generalmente per acquisito e ineludibile. Il più esplicito — e, scherzosamente, si potrebbe dire il più “sfacciato” — fu il già ricordato voto “plurale”.
Esso ebbe molto successo in Inghilterra fin dopo la Prima guerra mondiale ed ebbe il suo “cantore” nel personaggio simbolo del liberalismo “avanzato”, John Stuart Mill. Ecco le sue parole, che spiegano, meglio di ogni parafrasi, di che si tratta: “Un datore di lavoro è più intelligente di un operaio, in quanto è necessario che egli lavori col cervello e non solo con i muscoli […]. Un banchiere, un negoziante saranno più intelligenti di un bottegaio perché hanno interessi più vasti da seguire. A tali condizioni si potrebbero accordare due o tre voti ad ogni persona che esercitasse una di queste funzioni di maggior rilievo” (Considerations on Representative Government, 1861).
Il senso di tale fortunata operazione, che piacque molto a Mussolini (poi promotore della legge Acerbo), era: sfogatevi pure, se proprio ci tenete a infilare la scheda nell'urna, ma noi intanto, gente per bene, limitiamo drasticamente e preventivamente i danni. È un modo di procedere che può produrre iniziative “uguali e contrarie”. Nel primo tempo della storia sovietica il criterio “plurale” fu capovolto, e funzionò così: il voto dell'operaio vale 5, quello del borghese 1. (Nell'anno uno della rivoluzione ciò nasceva dalla consapevolezza che i proletari fossero solo una minoranza numerica). Prima di optare per il modello maggioritario con “premio di maggioranza” (legge Acerbo), anche Mussolini pencolava per il voto plurale, e argomentava: “La nostra riforma elettorale riguarderà particolarmente la ineguaglianza del diritto elettorale; è assurdo concedere gli stessi privilegi ad un uomo incolto e a un rettore di università”.
Ancora sino al 1925 Mussolini continuava a vagheggiare il voto plurale. Nella Germania fino al 1918 vigeva una escogitazione piuttosto raffinata. Coesistevano due parlamenti. Da una parte il “Reichstag” o parlamento imperiale, eletto dai cittadini di tutti gli stati compresi nell'impero tedesco. Qui le forze politiche erano elette a suffragio universale e la rappresentanza era in proporzione alla consistenza elettorale dei vari partiti (i socialisti, il Centro cattolico, molto forti, potevano far sentire la loro voce, ma a rigore solo la voce...). Per altro verso il regno di Prussia, “socio” fondamentale e di gran lunga il più decisivo dell'impero, aveva un suo parlamento, il parlamento prussiano, dove la rappresentanza era prestabilita e suddivisa a priori per ceti sociali (“Stände”). Questo tipo di duro e crudo maggioritario, vigente nel parlamento che contava di più, si chiamava “diritto elettorale prussiano”!
Tutte le leggi di tipo maggioritario, nella loro molteplice varietà, sortiscono dunque l'effetto di attenuare, e nei casi più gravi snaturare, il principio del suffragio universale (libero e uguale). Dopo la bufera della fascistizzazione di gran parte dell'Europa e dopo la tragedia del secondo conflitto mondiale, sulle macerie di quella tremenda esperienza e nel generale proposito di ridare fiato e forza alla democrazia politica (al cui ripristino i tanto spregiati non possidenti e non acculturati avevano dato un contributo notevole), fu senso comune che del ripristino della prassi democratica fosse parte essenziale il sistema elettorale proporzionale (Italia, Francia, Germania Federale sorta nel 1949).
I trucchi “maggioritari” alla Acerbo-Mussolini parvero appartenere in via definitiva ad un passato da non ripetere. Ciò non ha impedito che, dopo decenni, il modificarsi via via dei rapporti di forza tra i gruppi sociali e tra le forze politiche abbia ridato slancio alla “voglia di maggioritario”: con l'esplicito, dichiarato, fine di consentire a chi governa di farlo senza esser disturbato da troppa o troppo numerosa opposizione. Poiché purtroppo né la memoria storica né l'esperienza politica si possono davvero trasmettere da una generazione ad un'altra che quell'esperienza non ha direttamente fatto, questa vittoria postuma di Acerbo-Mussolini appare meno sorprendente. A quel punto, la fantasia predatoria a danno del diritto elettorale uguale (cioè proporzionale) si è sbizzarrita celebrando i suoi fasti: fino alla situazione attuale.
Operare per ripristinare il criterio proporzionale della rappresentanza politica altro non è, dunque, che lottare per ripristinare il principio del suffragio universale. E sarebbe atto di onestà se anche i sostenitori e propugnatori delle scorciatoie maggioritarie si disponessero una volta per tutte a parlar chiaro e a chiamare le cose con il loro nome anziché nascondersi dietro parole vuote e ipocrite quali “governabilità” o la sua penosa variante anglica “governance”».
275. G. A. Stella, Silvio disse: il maggioritario è una religione, Corriere della Sera (web), 16 settembre 2005.
276. L. Canfora, La Trappola, il vero volto del maggioritario, Sellerio, Palermo 2013, cap. 6.

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