18 Ottobre 2021

1. LA LOTTA DI CLASSE IN ITALIA TRA 1943 E 1945 E IL REVISIONISMO STORICO

«Venne in dicembre la resistenza e poi la vittoria russa a Stalingrado, e capimmo che la guerra si era fatta vicina e la storia aveva ripreso il suo cammino. Nel giro di poche settimane ognuno di noi maturò, più che in tutti i vent'anni precedenti. Uscirono dall'ombra uomini che il fascismo non aveva piegati, avvocati, professori ed operai, e riconoscemmo in loro i nostri maestri, quelli di cui avevamo inutilmente cercato fino allora la dottrina nella Bibbia, nella chimica, in montagna. Il fascismo li aveva ridotti al silenzio per vent'anni, e ci spiegarono che il fascismo non era soltanto un malgoverno buffonesco e improvvido, ma il negatore della giustizia; non aveva soltanto trascinato l'Italia in una guerra ingiusta ed infausta, ma era sorto e si era consolidato come custode di una legalità e di un ordine detestabili, fondati sulla costrizione di chi lavora, sul profitto incontrollato di chi sfrutta il lavoro altrui, sul silenzio imposto a chi pensa e non vuole essere servo, sulla menzogna sistematica e calcolata. Ci dissero che la nostra insofferenza beffarda non bastava; doveva volgersi in collera, e la collera essere incanalata in una rivolta organica e tempestiva».
(Primo Levi, da Il sistema periodico)4
La caduta dell'URSS ha scatenato il revisionismo storico filo-fascista al punto che nel 2015,
«alla vigilia delle celebrazioni del 25 Aprile, un sondaggio Ixè per il programma Agorà su RaiTre afferma che il 58% degli italiani non considera più attuali i valori della guerra di liberazione dal nazi-fascismo. Poco più di 1 italiano su 3 (36%) si rivede ancora in quegli ideali. Inoltre, il 51% dice che sabato non parteciperà alle celebrazioni, mentre il 22% dichiara che sarà in una delle tante piazze italiane e un altro 27% sostiene che seguirà la ricorrenza davanti alla tv».
Che cosa è successo? I primi a parlare di guerra civile sono i fascisti della RSI (Giorgio Pisanò con la Storia della guerra civile in Italia. 1943-1945), mentre gli storici accademici, non solo quelli di sinistra, rifiutano a lungo con indignazione la nozione di guerra civile, almeno fino al saggio di Claudio Pavone (1991), Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza. Ne è conseguito un cedimento ideologico continuo da settori fino a quel momento tradizionalmente antifascisti. La legittimazione dei repubblichini ha trovato il culmine durante la Seconda Repubblica, avallata dal discorso di insediamento alla carica di Presidente della Camera dei Deputati di Luciano Violante (Partito Democratico di Sinistra), che ha parlato apertamente di riconciliazione e di necessità di comprendere le ragioni dei repubblichini fascisti che decisero di collaborare con l'invasore tedesco nazista.
Si è iniziato a mettere sullo stesso piano i morti dell’una e dell’altra parte, se non a condannare apertamente soprattutto i partigiani, come attestano le opere di Giampaolo Pansa. Sulla scia di questo percorso nel 2004 è stato istituito il “Giorno del ricordo” in memoria dei “crimini” delle foibe [vd cap. 15]. Nel 2010 si è arrivati ad accusare i partigiani comunisti di «genocidio», portando la questione davanti alla Corte Internazionale dell'Aia. Una vergogna dietro l'altra, avallata dalle principali forze politiche confluite nel credo comune della subalternità al dominio della borghesia e dell'imperialismo. Non si possono però porre sullo stesso piano le ragioni ideali prevalenti della Resistenza (liberazione dall’occupazione tedesca per ideali di libertà, democrazia e socialismo) da quelle che hanno sostenuto la lotta nei ranghi della RSI, le quali in maniera più o meno cosciente hanno lavorato per soggiogare il paese al nazismo.5 Occorre capire il senso di questa escalation del revisionismo storico della borghesia italiana, che è andata a colpire alle radici il nucleo fondante condiviso della Repubblica Italiana: la Resistenza Partigiana Antifascista. Diamo la parola a Luciano Canfora6, il quale spiega bene il nesso di tale operazione con la lotta di classe culturale tesa a demolire l'esperienza del socialismo reale:
«Vorrei esordire ricordando una verità elementare: che cioè la storia la scrivono i vincitori. E poiché la lunga guerra europea e poi mondiale incominciata nel 1914 e sviluppatasi in più fasi è finita, dopo vari rivolgimenti, paci apparenti, cambi di fronte, con la sconfitta dell'Unione Sovietica nel 1991, è evidente che per ora, e per lungo tempo ancora, la storia che prevarrà sarà quella scritta dai nemici dell'Unione Sovietica e quindi dell'antifascismo. Non stupisca quel “quindi”: l'antifascismo, anche non comunista, ebbe sempre una considerazione rispettosa della storia e del ruolo dell'URSS. Non è casuale che un capofila del revisionismo storiografico come François Furet, nel suo troppo vezzeggiato pamphlet Il passato di un'illusione, abbia presentato reiteratamente l'antifascismo europeo come “l'utile idiota” di Stalin. E la sua opera non è rimasta senza seguito, ora che saldamente la grande stampa e salvo rare eccezioni la grande editoria stanno passando nelle mani di coloro che riscrivono la storia appunto nell'ottica degli ultimi vincitori. Per l'Europa borghese, corresponsabile dell'agosto '14 e levatrice perciò della rivoluzione, fu appunto, sin da allora, il comunismo il principale problema. La nascita del fascismo, e poi dei fascismi, fu la risposta estrema e pienamente avallata dalle classi dominanti nei confronti di tale “grande pericolo”. Due scene tornano alla mente, emblematiche in questo senso:
- la sfilata delle camicie nere a Napoli pochi giorni prima della marcia su Roma e tra loro, in camicia bianca, Enrico De Nicola con il braccio levato nel saluto romano;
- e circa due anni dopo, Benedetto Croce, che vota la fiducia al governo Mussolini, pur dopo il delitto Matteotti.
Questo non è moralismo storiografico. Nei due casi che ho ricordato non c'era costrizione, quella costrizione o necessità che si invoca per giustificare la debolezza di tanti lapsi per salvare magari una cattedra universitaria. Era invece il segno chiaro dell'iniziale consenso della borghesia anche colta, anche illuminata, verso il fascismo visto come argine contro l'unico pericolo: la rivoluzione comunista. Ecco perché è cruciale continuare a studiare l'esperienza del fascismo nella sua interezza e non limitandosi - come sarebbe più comodo - al suo infame crepuscolo. Perché solo studiandolo per intero sin dai suoi esordi si comprende che esso fu figlio legittimo delle classi dominanti. Le quali hanno fatto buon viso a tale mezzo estremo pur di mantenere l'ordine sociale costituito. Certo, col tempo, una parte si è tirata indietro, ma era ormai troppo tardi ed il fascismo, forte di un largo consenso, stava già portando il mondo intero alla guerra e alla rovina. La domanda da porsi è dunque: Quali erano le fattezze del nemico contro cui si faceva ricorso ad un rimedio così estremo? Cos'era quel “comunismo” contro cui tutti, dal giovane De Gaulle al ministro di Sua Maestà britannica Winston Churchill, dalle armate polacche ad Ovest ai generali giapponesi ad est si scatenarono sin dal primo momento, in un attacco concentrico che rischiò di essere mortale? Oggi che l'URSS è finita da un pezzo, lo sforzo dei vincitori è di dimostrare che quello fu il regno del male, della sopraffazione, della smisurata e ininterrotta ecatombe. Il cosiddetto Libro nero è la Bibbia di questo sforzo senza soste. L'implicazione che va di pari passo con tali diagnosi è molto chiara: recuperare in larga parte un giudizio positivo sul fascismo che - si dice ormai apertamente - poneva rimedio (ipocritamente alcuni dicono doloroso rimedio) ad un male di gran lunga peggiore. Questo è oggi il terreno di scontro in quell’ambito necessariamente, strutturalmente, “impuro” che è la storiografia. Dati i nuovi rapporti di forza, la partita è già largamente vinta dai grandi strumenti di informazione (grande stampa, tv, saggistica): ogni giorno viene ripetuto in modo martellante e ossessivo che quello, il comunismo, era il grande male, mentre si suggerisce talora scopertamente che il fascismo fu comunque un male minore o, a piacer vostro, una dolorosa necessità. Restano fuori dell'opera di salvataggio le leggi razziali, ma si tenta poi di far credere - ed è menzogna - che esse fossero effettivamente operative e micidiali solo con Salò. La partita è dunque ardua. Si tratta di recuperare la memoria di una fase storica - l'URSS e il socialismo: una memoria che resta positiva soprattutto nella mente di chi ne trasse vantaggio, per esempio i ceti ormai ridotti alla fame nella nuova Russia mafio-capitalistica. I quali però non hanno voce, men che meno voce storiografica. La loro voce è coperta dal fragore di una pubblicistica storiografica che dà con ogni disinvolta lettura l'immagine più fosca dell'impero del male. Né vale opporre le testimonianze d'epoca, anche le più diverse, anche quelle che quantunque ostili, davano tuttavia ampio riconoscimento a quel mondo nuovo che faticosamente nell'entusiasmo di intere generazioni si cercò allora di costruire.
Certo, noi sappiamo di essere di fronte a una mistificazione, ne ignoriamo che già con la Rivoluzione francese si assistette alla medesima parabola storiografica. Dopo la sua fine, con la vittoria della Restaurazione, la sua immagine dominante fu solo quella di un cumulo insensato di crimini. Solo molto dopo la lettura di quel grande avvenimento cambiò: ma passò molto tempo e l'orientamento della storiografia mutò quando un nuovo movimento democratico risospinse indietro la lettura demonizzante divenuta dominante. Né manca ancora oggi chi della Rivoluzione francese parla con il tono e l'orrore del conte De Maistre. Pochi faziosi si ostinano oggi a credere che la Rivoluzione francese fosse soltanto Vandea e repressione, tribunale rivoluzionario e “ghigliottina a vapore”, per dirla con un ironico poeta. Certo, la rivoluzione fu anche questo, ma fu soprattutto altro e durevole. Analogamente ci vorrà tempo perché sia dissipata la attuale forma mentis da libro nero. […] L'importante è che sia chiara la posta in gioco. Il recupero storiografico di una parte più o meno grande dell'esperienza fascista e la contestuale demonizzazione martellante dell'esperienza comunista non sono un'operazione erudita: sono un'operazione politica con voluti effetti politici. Si tratta di travolgere la nozione positiva di antifascismo (concetto che assume il fascismo come male principale) e di fondare un ordine costituzionale conforme alle aspirazioni di quei ceti che a suo tempo non esitarono ad avvallare appunto il fascismo come rimedio. Non ci lasceremo abbagliare dalla varietà degli argomenti e dei tentativi. Uno è il punto di partenza, uno l'obiettivo: ribaltare il giudizio che era consolidato nella coscienza degli italiani intorno all'esperienza fascista. […] L'implicazione di questa apparente scoperta è ben nota: trasformare il fascismo in regime normale, magari un po' paternalistico ma non repressivo. L'ulteriore corollario è la denuncia dell'età staliniana come unica vera esperienza totalitaria. Essendosi peraltro il fascismo proposto come antitesi frontale del bolscevismo, il corollario ulteriore è che qualcosa di molto buono vi doveva essere in tale “primo della classe” dell'anticomunismo. Coronamento del ragionamento è l'attacco alla nostra costituzione repubblicana ed ai suoi principi fondanti, per essere essa stata scritta anche dai comunisti e comunque da uomini che comunisti non erano ma che alcune delle istanze fondamentali del comunismo accoglievano e apprezzavano: a cominciare dall'esordiale indicazione (articolo 1) del lavoro come fondamento della Repubblica e dalla implicita identificazione tra cittadino e lavoratore, a seguitare con l'articolo 3, ed il suo impegno a “rimuovere gli ostacoli” di ordine sociale che impedivano e tuttora impediscono l'effettiva uguaglianza tra i cittadini».
4. Citato in Belfagor, Primo Levi partigiano, frammenti di memoria, Linkiesta.it, 16 luglio 2013.
5. Si vedano D. Coli, In Italia non c'è mai stata una Guerra civile, L'Occidentale, 18 maggio 2013; Redazione Huffington Post, Sondaggi: Resistenza addio, per quasi 6 italiani su 10 i valori della guerra di liberazione non sono più attuali, L'Huffington Post (web), 24 aprile 2015; E. Di Rienzo, la Resistenza accusata di genocidio, Il Giornale (web), 12 marzo 2010.
6. L. Canfora, Il revisionismo storico, discorso al III Congresso del PDCI, Rimini, Sitocomunista.it, febbraio 2004.

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