04 Agosto 2021

2. DAL REGIME FASCISTA AL REGIME DEMOCRISTIANO

«Il questore diede degli ordini a dei subalterni che gli stavano vicini, e ammiccò Garibaldo con un cenno del capo. Ma ora la folla si era fatta avanti e circondava il piedistallo. Non si poteva tirarlo giù bisognava caricare. “E tu burattinaio”, gridò Garibaldo, “levati cotesta fascia di sul petto, che non rappresenti nessuna Italia, rappresenti soltanto i tuoi padroni!” Si tolse il cappello e lo mise in capo alla Democrazia. “Il Guidone”, disse Garibaldo, “è in agonia con la testa aperta come un cocomero”. Il silenzio si fece livido. “Lo hanno fracassato di botte, e ora ci vorrebbero dare il contentino. Due lire in più, agli schiavi, se fanno i buoni, e si mette una pietra su quello che è successo”». (Antonio Tabucchi)29
Nel 1949 Pietro Secchia30 denuncia: «in una sola provincia, nella provincia di Modena sono stati in poco più di un anno fermati e interrogati 3.500 partigiani, quando parecchie centinaia di essi si trovano tuttora in carcere non si può negare che si tratti di una vera e propria campagna di persecuzione. Nella provincia di Modena vi sono stati in tutto durante la guerra di liberazione 18.411 partigiani combattenti e voi nel corso di 18 mesi ne avete fermati e interrogati 3.500, cioè il 20%»; inoltre «i 5.500 partigiani circa che erano stati immessi nelle forze di polizia sono stati ad uno ad uno, quasi tutti eliminati». Le richieste di Secchia?
«Che cosa chiediamo noi? Chiediamo forse l'immunità o l'impunità per chi é stato partigiano? A nessuno potrebbe venire in mente una richiesta così assurda. Per quanto meritevole possa essere un cittadino davanti alla Patria, per quanto possa avere lottato e sofferto per la libertà del suo paese, sia esso ex partigiano, ex combattente, decorato o no, se viola la legge ne deve subire i rigori. Non siamo qui a difendere chi ha mancato, chi non era degno di vestire la divisa partigiana, chiediamo una cosa sola sulla quale tutti coloro che sono stati soldati o comandanti di formazioni partigiane, tutti coloro che hanno partecipato alla lotta per la liberazione, che hanno comunque lottato e sofferto per liberare l'Italia dal fascismo e dai tedeschi dovrebbero essere d'accordo. Chiediamo che non sia più oltre permesso di poter impunemente diffamare anche sulla stampa (per essere breve non ho voluto citare una quantità di questi fogli da spazzatura che ogni giorno vilipendono i partigiani), perseguitare, arrestare i partigiani per azioni di guerra compiute prima dell'aprile 1945 e nei primi mesi della liberazione fino al 31 luglio, come prescrive la legge. Noi chiediamo che non sia più oltre permesso a nessuno di infangare la pagina più bella della storia del nostro paese; chiediamo che la legge sia rispettata ed innanzi tutto da coloro che hanno il dovere e la funzione di fare rispettare le leggi. Chiediamo che la si finisca con l'arrestare i partigiani per pretesi delitti avvenuti nel corso della guerra di liberazione; chiediamo che venga applicato nella lettera e nello spirito il decreto luogotenenziale del 12 aprile 1945 che tra l'altro dice: “sono considerate azioni di guerra e pertanto non punibili a termini delle leggi comuni gli atti di sabotaggio, le requisizioni ed ogni altra azione compiuta dai patrioti per la necessità di lotta contro i tedeschi ed i fascisti nel periodo di occupazione nemica”; chiediamo che si ponga termine a questa vergogna alla quale da due anni assistiamo, quella cioè di mettere sotto processo partigiani per azioni di guerra, per operazioni compiute per necessità di lotta contro i tedeschi e i fascisti. Lo sappiamo che senza dubbio talune azioni furono dettate solo dalla dura necessità di guerra, da necessità contingenti, ma quali azioni di guerra, onorevoli colleghi, quali azioni di guerra, di qualsiasi guerra potrebbero essere giudicate obiettivamente a distanza di 5 o 6 anni da quando sono avvenute? Non si deve dimenticare che le azioni partigiane hanno avuto luogo quando il nostro paese era messo a ferro ed a fuoco, quando interi villaggi erano dati alle fiamme, le loro popolazioni trucidate, duemila persone in un solo villaggio a Marzabotto assassinate, i partigiani seviziati e squartati vivi».
Si può parlare di continuità tra il regime fascista e il regime democristiano? Si. La storia della Prima Repubblica è macchiata dal sangue e dalla repressione. Non si allude solo agli “anni di Piombo”. Basta pensare alla stagione del “centrismo”, che copre le prime due legislature dell'Italia repubblicana (1948-58), come spiega lo storico Giovanni De Luna:
«Le cifre della repressione contro il movimento operaio (tra il gennaio del 1948 e il settembre 1954 si contarono 75 uccisi, 5.104 feriti, 148.269 arrestati, 61.269 condanne in relazione a manifestazioni sindacali e di piazza) e il mondo della Resistenza (tra il 1945 e il 1953 furono 1.697 i partigiani arrestati, di cui 1.439 comunisti, con condanne che comportarono la distribuzione di 5.806 anni di carcere) attribuiscono una dimensione quantitativamente rilevante a questo scenario».
Sono dati che fanno impallidire anche qualsiasi confronto con l'epoca fascista, già tremendamente repressiva per la classe operaia e i comunisti. Nell'accostare i due periodi si coglie non solo la sostanziale continuità repressiva tra l'epoca fascista e quella “repubblicana”, ma anche il nesso profondo che lega la repressione con il conflitto di classe tra classe operaia e borghesia, che per reprimere il nemico ha fatto ampio utilizzo delle forze dell'ordine, oltre che di metodi illegali di vario tipo (tra cui l'accordo con boss mafiosi, come insegna la strage di Portella della Ginestra del 1948).31 Come e perché si giunge ad un simile livello di repressione? La risposta sta nella descrizione della rinnovata conflittualità tra Capitale e Lavoro e nella necessità da parte della borghesia di sventare la minaccia comunista, in un quadro che va contestualizzato nell'avvento della guerra Fredda.
29. A. Tabucchi, Piazza d'Italia, Feltrinelli, Milano 2005 [1° edizione originale 1975], p. 144.
30. P. Secchia, “La Resistenza accusa...”, ANPI-CCDP, Roma 1949.
31. M. Grispigni, Figli della stessa rabbia. Lo scontro di piazza nell'Italia repubblicana, Zapruder-Storieinmovimento.org, n° 1, 2003.