18 Ottobre 2021

4.6. LA FASE ATTUALE E I COMPITI DEI COMUNISTI

«La partecipazione alle elezioni politiche e amministrative ha l'obiettivo di svolgervi la propaganda e l'agitazione rivoluzionarie e di affrettare il disgregamento degli organi borghesi della democrazia rappresentativa. Il gruppo parlamentare non avrà la facoltà di pronunziarsi come organo deliberante su questioni che investono la politica generale del partito». (dalla Relazione presentata dalla frazione comunista al congresso del PSI, Livorno 1921)
La fase storica attuale in Italia è segnata da una profonda controffensiva del Capitale contro il mondo del Lavoro. Questa controffensiva va inserita nel contesto generale dell'Occidente capitalistico, il quale di fronte alla caduta tendenziale del saggio di profitto degli anni '70, ha risposto con una controffensiva su scala internazionale, ridando briglia sciolta al Capitale privato e iniziando un processo di progressive dismissioni del Capitale pubblico, che aveva raggiunto negli anni del “trentennio glorioso” percentuali assai elevate e probabilmente inedite nella Storia europea moderna. Il neoliberismo, ossia il trionfo del libero mercato, è il ritorno in grande stile del tentativo di mercificare ogni area e settore dell'esistenza umana, e rappresenta una conseguenza dell'imperialismo, ossia dell'accentramento sempre più massiccio dei monopoli industrial-finanziari e l'aumento della loro potenza di fuoco. L'espansione della finanza, il ritorno all'utilizzo del debito pubblico come meccanismo di estorsione della ricchezza dalle classi popolari a vantaggio di poche élite, la subalternità dello Stato italiano ai voleri della struttura imperialista dell'Unione Europea, sono le regole della “modernità”. La conseguenza è un'evidente accumulazione delle ricchezze e un aumento delle disuguaglianze, processi favoriti dalla cicliche crisi capitalistiche, fatte pagare interamente al mondo del Lavoro.
Bastino a riguardo i seguenti dati riportati da La Repubblica nel 2015281:
«Nel 2008 la ricchezza netta accumulata del 30% più povero degli italiani, poco più di 18 milioni di persone, era pari al doppio del patrimonio complessivo delle dieci famiglie più ricche del paese. I 18,1 milioni di italiani più poveri in termini patrimoniali avevano, messi insieme, 114 miliardi di euro fra immobili, denaro liquido e risparmi investiti. Le dieci famiglie più ricche invece arrivavano a un totale di 58 miliardi di euro. In altri termini persone come Leonardo Del Vecchio, i Ferrero, i Berlusconi, Giorgio Armani o Francesco Gaetano Caltagirone, anche coalizzandosi, arrivavano a valere più o meno la metà di un gruppo di 18 milioni di persone che, in media, potevano contare su un patrimonio di 6.300 euro ciascuno. Cinque anni dopo, e siamo nel 2013, sorpasso e doppiaggio sono già consumati: le dieci famiglie con i maggiori patrimoni ora sono diventate più ricche di quanto lo sia nel complesso il 30% degli italiani (e residenti stranieri) più poveri. Quelle grandi famiglie a questo punto detengono nel complesso 98 miliardi di euro. Per loro un balzo in avanti patrimoniale di quasi il 70%, compiuto mentre l'economia italiana balzava all'indietro di circa il 12%. I 18 milioni di italiani al fondo delle classifiche della ricchezza sono scesi invece a 96 miliardi: una scivolata in termini reali (cioè tenuto conto dell'erosione del potere d'acquisto dovuta all'inflazione) di poco superiore al 20%. Quanto poi a quelli che in base ai patrimoni sono gli ultimi dodici milioni di abitanti, il 20% più povero della popolazione del paese, lo squilibrio è ancora più marcato: nel 2013 le 10 famiglie più ricche d'Italia hanno risorse patrimoniali sei volte superiori alle loro».
Si potrebbero aggiungere molti altri numeri, ma la questione è sotto gli occhi di tutti:
precarietà, crisi industriale, povertà diffusa sono logiche conseguenze di uno Stato che si è appiattito durante la Seconda Repubblica in maniera bipartisan (ossia per quanto riguarda i principali poli politici del paese) sull'adesione acritica alle politiche liberiste, non volendo o non avendo nemmeno più gli strumenti cognitivi (è il caso delle formazioni di “sinistra”) per mettere in discussione le strutture imperialiste che hanno permesso e guidato in maniera sotterranea questo processo. L'Italia ha subìto insomma un enorme travaso di ricchezza nelle mani di pochi speculatori e grandi industriali, senza che i comunisti siano riusciti ad organizzare una adeguata Resistenza popolare. Ciò dipende certamente da una serie non indifferente di condizioni storiche sfavorevoli, ma in ultima istanza da inadeguatezze politiche soggettive: il rifiuto marcato del marxismo-leninismo da parte della maggioranza della principale organizzazione politica della sinistra anticapitalista, il Partito della Rifondazione Comunista, ha portato alla sua progressiva perdita di influenza sulla società, uscendo dal Parlamento nel 2008 senza riuscire a ritornarvi nella legislatura successiva, continuando ad identificare la soluzione del problema nella riunificazione di indefinite forze di “sinistra antiliberista” sostanzialmente inesistenti a livello di organizzazione, nonché ancora più arretrate culturalmente in quanto ormai immemori perfino del marxismo. Ciò ha portato l'organizzazione del PRC ad una crisi progressiva, passando da una struttura consistente per un quindicennio intorno ai 100 mila iscritti ad un crollo verticale arrivato dopo la tragica partecipazione al governo di centro-sinistra guidato da Romano Prodi (2006-2008). I dati ufficiali comunicati dal partito nel 2015 attestano 17 mila iscritti. Il dato paradossale è che negli anni della Seconda Repubblica si è assistito ad una proliferazione di piccole o minuscole organizzazioni comuniste, ancor più residuali in termini di organizzazione e consenso. Nel momento in cui si scrive si possono identificare due formazioni politiche in crescita quantitativa e organizzativa, che, di fronte al prosieguo della crisi del PRC, rischiano di contendere nel giro di breve periodo il primato in termini organizzativi e politici: il Partito Comunista Italiano (ex PdCI, nato da una scissione dal PRC nel 1998) e il Partito Comunista (nato a sua volta da una scissione dal PdCI).
Si parla di organizzazioni ancora deboli e poco radicate sul territorio, ma che hanno avviato una fase di revisione ideologica importante nel senso del recupero del marxismo-leninismo e delle categorie classiche dell'imperialismo, cosa che non sembra ormai possibile al PRC nel suo complesso.
A tale situazione politico-partitica fa da parallelo una condizione di strutturale debolezza sindacale: dei tre maggiori sindacati confederali due (CISL e UIL) sono stati quasi sempre (salvo rare fasi e periodi, specie per alcune categorie) sindacati “gialli”, ossia corporativi e tendenti a rifiutare una logica di conflittualità verso la “modernità” neoliberista. La CGIL, come abbiamo visto, ha avuto i primi cedimenti strutturali ideologici sul finire degli anni '70, seguendo la deriva culturale del PCI. Il momento simbolico di passaggio, la “Bolognina” della CGIL, si può vedere nell'accettazione della politica dei “sacrifici” imposta dalla borghesia durante il passaggio dalla Prima alla Seconda Repubblica: «nella notte del 31 luglio del 1992, mentre le fabbriche chiudono per ferie, il governo, presieduto dal socialista Amato, firma un accordo con CGIL-CISL-UIL che abolisce l'indennità di contingenza»282.
Da quel momento l'organizzazione, nonostante una proclamata autonomia, ha seguito nella sostanza la politica di conciliazione social-liberista imposta dalla dirigenza del PDS-DS-PD, mettendo sempre più in archivio l'arma dello sciopero generale nazionale e diventando oggettivamente compartecipe del processo generale di attacco al mondo del Lavoro. Le speranze, a fronte del controllo burocratico ferreo imposto sulla CGIL dai collaborazionisti di classe, vanno ormai riposte nel variegato mondo del sindacalismo di base, che vede crescere i propri consensi tra i lavoratori per l'accesa conflittualità messa in campo, ma che sconta per ora una frammentazione simile a quella che ha colpito le organizzazioni partitiche comuniste. La borghesia tende continuamente ad oscurare o denigrare con campagne veementi i sindacati di base, favorendo leggi ed accordi che gli tolgano legittimità politico-sindacale e copertura legale, con la compiacenza dei sindacati confederali.
In un contesto sempre più degradato socialmente e culturalmente, a milioni di lavoratori queste diatribe di organizzazioni percepite come inesistenti o insignificanti appaiono un retaggio di un passato scomparso, e tra le minoranze che mostrano ancora un vago interesse per tali aspetti, l'unica questione che si pone è quella di unire le forze “di sinistra” verso un'indistinta unità comunista, o anticapitalista o antiliberista o popolare, a seconda del grado di coscienza politica dell'opinionista di turno. In realtà si gioca in questo periodo storico in Italia la possibilità di ricostruire un'adeguata organizzazione comunista fondata sul marxismo-leninismo, sugli insegnamenti di Marx, Engels, Lenin, Gramsci, Stalin, (ecc.) che abbia come compito primario quello di rinnovare una coscienza popolare antimperialista e anticapitalista; si pone inoltre il compito di costruire alcune casematte strategiche, fisiche e virtuali, sul territorio. Serve una forza che sappia far frutto della tradizione teorica e storica fin qui presentata, rivendicandone le conquiste senza cedere alla costante campagna politico-culturale denigratoria della borghesia. La Storia finora presentata spiega che solo chi riuscirà a ripartire da una faticosa, lunga e lenta acquisizione dei concetti fondamentali del materialismo dialettico e storico, traendo lezione dagli insegnamenti del passato, saprà districarsi nelle contraddizioni del presente e delineare volta per volta una linea politica adeguata. Fuori da questo faticoso percorso potranno arrivare alcune vittorie parziali e temporanee forse: è possibile che un domani, nel clima sociale esasperato, si riesca ad eleggere come rappresentati istituzionali persone capaci di riacquistare fiducia popolare, oppure che tornino a crescere forze genericamente “di sinistra” e “anti-sistema”, prive di connotati ideologici precisi.
Tutto ciò sarà però totalmente inutile in mancanza di una dinamica utile a rafforzare l'organizzazione dei comunisti. Il che rende vana e destinata a cadere ogni piccola vittoria o avanzata, se non adeguatamente consolidata nelle retrovie. Questo è il compito che spetta ai comunisti: la ricostruzione. A testa bassa e china. Studiando e lavorando. Abituandosi all'idea che risultati concreti non arriveranno in pochi mesi o anni, ma potrebbero richiedere una vita di impegno costante.
In ultima istanza, la necessità primaria che si pone in Italia, come altrove, è la necessità di riscoprire e riappropriarsi del marxismo-leninismo, teoria che rimane ancora oggi la base ideologica più avanzata dalla quale ripartire, nonostante alcuni problemi posti dalla sua applicazione pratica, su cui torneremo nelle conclusioni. Lo scopo stesso di questo libro è evidentemente politico: rendere consapevoli dei tempi lunghi che sarà necessario affrontare perché sorgano nuove generazioni non inquinate da 70 anni di revisionismo più o meno spinto, penetrato in profondità all'interno dello stesso movimento operaio, compreso quello italiano.
Chi ha avuto la pazienza di leggere tutto il materiale proposto sarà probabilmente già ugualmente arrivato a tale conclusione senza queste ulteriori righe.
281. F. Fubini, La crisi raddoppia il patrimonio alle dieci famiglie più ricche di 20 milioni di italiani, La Repubblica (web), 19 gennaio 2015.
282. M. Michelino, 1880-1993. Cento anni di lotte operaie, cit. cap. 5 – paragrafo 2 La ripresa delle lotte operaie ed i bulloni ai sindacalisti.

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