18 Ottobre 2021

4.3. I CRIMINI DEL G8 DI GENOVA 2001

«La più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale
dopo la seconda guerra mondiale
». (Amnesty International)

L'unico barlume di opposizione sociale semi-organizzata nel panorama occidentale recente, con conseguenze significative anche in Italia, è stato il movimento “No Global”, che negli anni '90 ha mobilitato milioni di persone se non esplicitamente contro l'imperialismo, quanto meno contro una sua manifestazione e caratteristica primaria: la globalizzazione liberista. Per frenare questo movimento ed evitare che prendesse troppo consenso è arrivata nel 2001, nell'ambito del G8 di Genova, la dura reazione della borghesia. Vediamone il quadro: durante la riunione dei capi di governo dei maggiori paesi industrializzati svoltasi nel capoluogo ligure da venerdì 20 luglio a domenica 22 luglio e nei giorni precedenti, i movimenti no-global e le associazioni pacifiste danno vita a diverse manifestazioni di dissenso. Sulla cronaca dettagliata di questi giorni è consigliata vivamente lettura de L'eclisse della democrazia: le verità nascoste sul G8 2001 a Genova di Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci. Cerchiamo comunque di tracciarne sinteticamente le vicende, che hanno avuto un rilievo particolarmente importante in Italia per aver delegittimato presso l'opinione pubblica, attraverso un'oculata campagna di disinformazione, l'opposizione alla globalizzazione, bollandola come “estremista” e violenta.
20 luglio. La morte di Carlo Giuliani.
In seguito ad alcuni tafferugli provocati da alcuni manifestanti, definiti “black bloc”, le forze dell'ordine intervengono violentemente sullo spezzone di un corteo pacifico. Scoppiano gravi tumulti di piazza, con scontri tra forze dell'ordine e manifestanti. Durante uno di questi trova la morte il manifestante Carlo Giuliani. Nel 2006 il Comitato “Piazza Carlo Giuliani” ha prodotto un documentario intitolato La trappola che rimane il compendio più fruibile delle verità emerse da un enorme, pluriennale lavoro di indagine.
Il documentario «ricostruisce l’uccisione di Carlo e le violenze efferate compiute sul suo corpo, partendo da tutto ciò che deve essere considerato causa e premessa dell’omicidio».
Secondo lo scrittore Wu Ming 2 il documentario «fa vedere bene come tutta la gestione di Genova fu un’enorme, colossale imboscata» e riporta alcuni punti fermi:
«1. Che le forze dell’ordine scelsero in maniera fredda e immotivata di attaccare con una violenza inaudita soltanto alcuni soggetti della protesta.
2. Che uno di questi soggetti fu il corteo proveniente dalla Stadio Carlini, un corteo autorizzato, colpito a freddo, colpevole solo di avere in prima linea alcuni grandi scudi montati su ruote.
3. Che Carlo Giuliani brandì il famigerato estintore per lanciarlo contro un defender dei carabinieri, all’interno del quale un individuo, già da diversi secondi, puntava una pistola nella sua direzione.
4. Che le forze dell’ordine infierirono sul corpo di Carlo Giuliani prima dell’intervento di un medico e dunque prima che qualcuno lo dichiarasse morto.
5. Che fin dai primi attimi dopo la morte di Carlo Giuliani le forze dell’ordine tentarono di occultare le prove di quanto accaduto, di depistare le indagini, anche infierendo con violenza sul corpo della vittima».
La sera, nella trasmissione televisiva Porta a Porta, il vice primo ministro Gianfranco Fini, che durante gli scontri ha assistito alle operazioni nella sala operativa della Questura di Genova, ricorda a tutti che in Italia la legittima difesa è un diritto garantito.
Lo fa però non per giustificare l'operato di Giuliani ma quello delle forze dell'ordine.
21 luglio. Il terrore nella scuola Diaz e a Bolzaneto.
Il giorno dopo a sfilare per quelle stesse strade sono in 300 mila: attivisti, anarchici, gruppi cattolici, boy scout, sindacalisti, movimenti femminili, gruppi di migranti, associazioni LGBT. Portano a Genova le istanze di una protesta variegata come la composizione dei partecipanti. Anche in questo caso scoppiano alcune violenze di piazza, limitate a poche centinaia di persone. La sera stessa le forze dell'ordine attuano una retata presso la scuola Diaz, dove alloggiano un centinaio di manifestanti. Per capire davvero cosa succede in quei momenti occorrerebbe vedere il film Diaz – Don't clean up this blood di Daniele Vicari (2012), oppure leggere integralmente l'articolo scritto dal giornalista Nick Davies, di cui riportiamo alcuni estratti scelti:
«Questa storia può essere raccontata solo grazie al duro lavoro coordinato da un pubblico ministero appassionato e coraggioso, Enrico Zucca. Con l’aiuto di Covell e di una squadra di magistrati, Zucca ha raccolto centinaia di testimonianze e analizzato cinquemila ore di video e migliaia di fotografie. […] I poliziotti irruppero nella Diaz. Alcuni gridavano “Black bloc! Adesso vi ammazziamo”. […] La scuola era stata messa a disposizione dal comune di Genova a dei ragazzi che non avevano nulla a che fare con gli anarchici: avevano perfino organizzato un servizio di sicurezza per accertarsi che i black bloc non potessero entrare nello stabile. Uno dei primi ad accorgersi dell’irruzione fu Michael Gieser, un economista belga di 35 anni che si era appena messo il pigiama e stava facendo la fila davanti al bagno con lo spazzolino in mano. Gieser crede nel dialogo e in un primo momento si diresse verso gli agenti dicendo: “Dobbiamo parlare”. Vide i giubbotti imbottiti, gli sfollagente, i caschi e le bandane che nascondevano i volti dei poliziotti, cambiò idea e scappò di corsa per le scale. Gli altri furono più lenti. Erano ancora nei sacchi a pelo. I dieci spagnoli accampati nell’atrio della scuola si svegliarono sotto i colpi dei manganelli.
Alzarono le mani in segno di resa, ma altri poliziotti cominciarono a picchiarli in testa, provocando tagli e ferite e fratturando il braccio a una donna di 65 anni. […] Nel corridoio del primo piano trovarono un piccolo gruppo di persone, tra cui Gieser, che stringeva ancora il suo spazzolino: “Qualcuno suggerì di sdraiarsi, per dimostrare che non facevamo nessuna resistenza, così mi sdraiai. I poliziotti arrivarono e cominciarono a picchiarci, uno dopo l’altro. Io mi riparavo la testa con le mani e pensavo: ‘Devo resistere’. Sentivo gridare ‘basta, per favore’ e lo ripetevo anch’io. Mi faceva pensare a quando si sgozzano i maiali. Ci stavano trattando come animali, come porci”. […] Gieser era in corridoio: “Intorno a me era tutto coperto di sangue. Un poliziotto gridò ‘Basta!’ e per un attimo sperammo che tutto sarebbe finito. Ma gli agenti non si fermarono, continuarono a picchiare di gusto. Alla fine ubbidirono all’ordine, ma erano come dei bambini a cui si toglie un giocattolo contro la loro volontà”. Ormai c’erano poliziotti in tutta la scuola. Picchiavano e davano calci. Secondo molte vittime c’era quasi del metodo nella loro violenza: gli agenti pestavano chiunque gli capitasse a tiro, poi passavano alla vittima successiva lasciando a un collega il compito di continuare a picchiare la prima. Sembrava importante che tutti fossero pestati a sangue. […] In questo crescendo di violenza ci furono momenti in cui i poliziotti scelsero l’umiliazione. Un agente si mise a gambe aperte davanti a una donna inginocchiata e ferita, si afferrò il pene e glielo avvicinò al viso. Poi si girò e fece la stessa cosa con Daniel Albrecht, che era inginocchiato lì accanto. Un altro poliziotto interruppe un pestaggio per prendere un coltello e tagliare i capelli alle vittime, tra cui Nicola Doherty. Un altro chiese a un gruppo di ragazzi se stavano bene e quando uno disse di no, partì un’altra scarica di botte. […]
Covell e decine di altre vittime dell’irruzione furono portati all’ospedale San Martino, dove i poliziotti camminavano su e giù per i corridoi, battendo il manganello sul palmo delle mani, ordinando ai feriti di non muoversi e di non guardare dalla finestra, lasciandoli ammanettati. Poi, senza che fossero stati medicati, li spedirono all’altro capo della città nel centro di detenzione di Bolzaneto, dove erano trattenute decine di altri manifestanti, presi alla Diaz e nei cortei. I primi segnali che c’era qualcosa di più grave possono sembrare banali. Alcuni poliziotti avevano vecchie canzoni fasciste come suoneria del cellulare e parlavano con ammirazione di Mussolini e Pinochet. Diverse volte ordinarono ai prigionieri di gridare “Viva il duce” e usarono le minacce per costringerli a intonare canzoni fasciste: “Uno, due, tre. Viva Pinochet!”. Le 222 persone detenute a Bolzaneto furono sottoposte a un trattamento che in seguito i pubblici ministeri hanno definito tortura. […] Norman Blair ricorda che mentre era in piedi nella posizione che gli avevano ordinato una guardia gli chiese: “Chi è lo Stato?”. “La persona davanti a me aveva risposto ‘Polizei’, così detti la stessa risposta. Avevo paura che mi pestassero”. Stefan Bauer osò dare un’altra risposta: quando una guardia che parlava tedesco gli chiese di dove era, rispose che veniva dall’Unione europea e aveva il diritto di andare dove voleva. Lo trascinarono fuori, lo riempirono di botte e di spray al pepe sulla faccia, lo spogliarono e lo misero sotto una doccia fredda. I suoi vestiti furono portati via e dovette tornare nella cella gelida con un camice d’ospedale. Tremanti sui pavimenti di marmo delle celle, i detenuti ebbero solo qualche coperta, furono tenuti svegli senza mangiare e gli venne negato il diritto di telefonare e a vedere un avvocato. Sentivano pianti e urla dalle altre celle. Uomini e donne con i capelli rasta vennero brutalmente rasati. Marco Bistacchia fu portato in un ufficio, denudato, costretto a mettersi a quattro zampe e ad abbaiare. Poi gli ordinarono di gridare “Viva la polizia italiana!”. Singhiozzava troppo per ubbidire. Un poliziotto anonimo ha dichiarato al quotidiano La Repubblica di aver visto dei colleghi che urinavano sui prigionieri e li picchiavano perché si rifiutavano di cantare Faccetta nera. Ester Percivati, una ragazza turca, ricorda che le guardie la chiamarono puttana mentre andava al bagno, dove una poliziotta le ficcò la testa nel water e un suo collega maschio le urlò: “Bel culo! Ti piacerebbe che ci infilassi dentro il manganello?”. Alcune donne hanno riferito di minacce di stupro, anale e vaginale. […] All’esterno arrivò una versione dei fatti molto distorta. […] Le forze dell’ordine italiane raccontarono ai mezzi d’informazione una serie di menzogne. Perfino mentre i corpi insanguinati venivano trasportati fuori dalla Diaz in barella, i poliziotti raccontavano ai giornali che le ambulanze allineate nella strada non avevano nulla a che fare con l’incursione, che le ferite dei ragazzi erano precedenti all’incursione, e che l’edificio era pieno di estremisti violenti che avevano attaccato gli agenti. Il giorno dopo, le forze dell’ordine tennero una conferenza stampa in cui annunciarono che tutte le persone presenti nell’edificio sarebbero state accusate di resistenza aggravata e associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio. Alla fine, i tribunali italiani hanno respinto tutti i capi di accusa contro ogni singolo imputato […]. Nella stessa conferenza stampa, furono esibite quelle che la polizia descrisse come armi: piedi di porco, martelli e chiodi che gli stessi agenti avevano preso in un cantiere accanto alla scuola, strutture in alluminio degli zaini, 17 macchine fotografiche, 13 paia di occhialini da nuoto, 10 coltellini e un flacone di lozione solare. Mostrarono anche due bombe molotov che, come ha concluso in seguito Zucca, erano state trovate in precedenza dalla polizia in un’altra zona della città e introdotte alla Diaz alla fine del blitz. Queste bugie facevano parte di un più ampio tentativo di inquinare i fatti. La notte dell’incursione, un gruppo di 59 poliziotti entrò nell’edificio di fronte alla Diaz dove c’era la redazione di Indymedia e dove, soprattutto, un gruppo di avvocati stava raccogliendo le prove degli attacchi della polizia ai manifestanti. Gli agenti andarono nella stanza degli avvocati, li minacciarono, spaccarono i computer e sequestrarono i dischi rigidi. Portarono via tutto ciò che conteneva fotografie e filmati. Poiché i magistrati rifiutavano di incriminare gli arrestati, la polizia riuscì a ottenere l’ordine di espellerli dal paese, con il divieto di tornare per cinque anni. In questo modo i testimoni furono allontanati dalla scena. In seguito i giudici hanno giudicato illegali tutti gli ordini di espulsione, così come i tentativi d’incriminazione. […] Nessun politico italiano è stato chiamato a rendere conto dell’accaduto, anche se c’è il forte sospetto che la polizia abbia agito come se qualcuno le avesse promesso l’impunità. Un ministro visitò Bolzaneto mentre i detenuti venivano picchiati e a quanto sembra non vide nulla, o almeno nulla che ritenesse di dover impedire. Secondo molti giornalisti, Gianfranco Fini – ex segretario del partito neofascista Msi e all’epoca vicepremier – si trovava nel quartier generale della polizia. Nessuno gli ha mai chiesto di spiegare quali ordini abbia dato. Gran parte dei rappresentanti della legge coinvolti nelle vicende della scuola Diaz e di Bolzaneto – e sono centinaia – se l’è cavata senza sanzioni disciplinari e senza incriminazioni. Nessuno è stato sospeso, alcuni sono stati promossi. […] Genova ci dice che quando il potere si sente minacciato, lo stato di diritto può essere sospeso. Ovunque».
Le promozioni al capo della polizia De Gennaro.
Per la cronaca il capo della Polizia italiana all'epoca dei fatti è Gianni De Gennaro, rimasto in carica fino al 2007. Dopo un anno passato a fare il capo di gabinetto del Ministero dell'interno, il 23 maggio 2008 viene scelto dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica per l'incarico di direttore del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza. L'11 maggio 2012, il governo Monti designa Gianni De Gennaro per la carica di sottosegretario di Stato, assegnandogli anche la delega alla sicurezza della Repubblica in qualità di funzionario e non di politico. L'ex-poliziotto ricopre tale carica fino al 28 aprile 2013. Il 3 luglio 2013, il governo Letta designa l'ex-poliziotto per il ruolo di presidente di Finmeccanica (azienda statale successivamente ribattezzata Leonardo). Questo incarico gli viene confermato dal consiglio di amministrazione della società il 15 maggio 2014. Nel frattempo nell'aprile 2008 viene richiesto il rinvio a giudizio per De Gennaro per istigazione alla falsa testimonianza nelle indagini inerenti ai fatti del G8 di Genova e in particolare i fatti della scuola Diaz. Il 1º luglio 2009 il pm chiede che gli siano attribuiti due anni di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza, cioè per pressioni sull'ex questore affinché dichiarasse il falso sugli eventi alla scuola Diaz durante il G8 di Genova, per cui in aprile dell'anno prima era stato chiesto il rinvio. L'8 ottobre 2009 nella sentenza di 1º grado, De Gennaro viene assolto. Il 17 giugno 2010 De Gennaro viene condannato in appello ad un anno e quattro mesi di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell'ex questore di Genova Francesco Colucci nel processo per l'irruzione alla Diaz del G8 nel 2001. Il 23 novembre 2011 viene infine assolto in quanto «i fatti non sussistono».
Il 10 dicembre 2012 l'ex questore di Genova Francesco Colucci è però condannato a due anni e otto mesi per falsa testimonianza in favore di De Gennaro, lasciando quindi diverse incongruenze circa il ruolo e le accuse rivolte a De Gennaro. Nell'aprile del 2015 la corte europea dei diritti umani accoglie un ricorso presentato da Arnaldo Cestaro, sessantaduenne all'epoca in cui era rimasto vittima del pestaggio, e condanna l'Italia per il reato di tortura, data la violazione dell'art. 3 della Costituzione.
La sentenza unanime dichiara inoltre che il sistema normativo italiano risulta essere non adeguato riguardo alle sanzioni contro gli atti di tortura, evidenziando così gli aspetti poco lineari dell'intera vicenda giudiziaria fino ad allora occorsa.
Le serie televisive sui poliziotti buoni.
Dopo i fatti del G8 di Genova sono fiorite serie tv italiane aventi per protagoniste le forze dell'ordine. Un'operazione tesa a ripristinare la simpatia e la fiducia verso la polizia che aveva mostrato la sua vera natura nei giorni del luglio 2001. È caldamente sconsigliata la visione di simili schifezze prodotte dalla tv di regime, usate per ripristinare un sentimento di legalità solo apparente e totalmente slegata con il concetto della giustizia.277
277. Fonti usate: Wu Ming, Tu che straparli di Carlo Giuliani, conosci l’orrore di Piazza Alimonda?, Wumingfoundation.com, 19 luglio 2012; N. Davies, Le ferite di Genova, Internazionale (web), 7 aprile 2015; A. Coccia, 20 luglio 2001, cronaca di un movimenticidio, Linkiesta.it, 20 luglio 2016; Wikipedia, Fatti del G8 di Genova, Fatti della scuola Diaz e Gianni De Gennaro, oltre al documentario video Comitato Piazza Carlo Giuliani onlus, La Trappola, Youtube, 28 giugno 2011.

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