04 Agosto 2020

4.2. IL TENTATO COLPO DI STATO CONTRO STALIN NEL 1927

Il 1927 è un anno di svolta per i fatti di politica internazionale, che segnano nuove tensioni tra l'URSS e le potenze occidentali capitaliste. In questo frangente l'opposizione di Trockij raggiunge un momento di non ritorno. Vediamo cosa ci dicono Sayers e Kahn8:
«Nella sua autobiografia egli descrive la febbrile attività cospirativa del suo movimento in quell'epoca: “In varie parti di Mosca e di Leningrado si tennero riunioni segrete, cui partecipavano operai e studenti di entrambi i sessi, i quali si raccoglievano in gruppi da venti a cento e a duecento per ascoltare qualche rappresentante dell'opposizione. In una sola giornata io intervenivo a due, tre e talvolta anche a quattro di queste riunioni. […]”
L'opposizione organizzò ingegnosamente una grande assemblea nel salone del Politecnico, che era stato occupato dall'interno. […] I tentativi dell'amministrazione di fermare l'assemblea si rivelarono inefficaci. Kamenev e io parlammo per circa due ore. Trockij preparava febbrilmente il momento di scoprire le carte. Alla fine di ottobre i suoi piani erano pronti. Un'insurrezione doveva aver luogo il 7 novembre 1927, giorno del decimo anniversario della rivoluzione bolscevica. I seguaci più risoluti di Trockij, già membri dell'Armata Rossa, dovevano capeggiare l'insurrezione. Si costituivano distaccamenti per l'occupazione di punti strategici in tutto il paese. Segnale dell'insurrezione doveva essere una dimostrazione politica contro il governo sovietico durante la grande parata degli operai che doveva aver luogo a Mosca la mattina del 7 novembre.

Trockij scrisse in seguito in La mia vita: “Il gruppo dirigente dell'opposizione era di fronte a questo finale con gli occhi sbarrati. Ci accorgemmo con chiarezza di poter rendere le nostre idee proprietà comune delle nuove generazioni non con la diplomazia e gli espedienti, ma solo attraverso una lotta aperta che non si sottraesse a nessuna conseguenza pratica. Andammo incontro all'inevitabile débâcle con la certezza di aver comunque aperto la strada al trionfo delle nostre idee in un futuro più lontano”. L'insurrezione di Trockij fallì appena ebbe inizio. La mattina del 7 novembre, mentre gli operai marciavano per le vie di Mosca, volantini di propaganda trockijsti piovevano su di loro con l'annuncio dell'avvento della “nuova direzione”. Piccole bande di trockijsti apparvero improvvisamente nelle strade, agitando bandiere e cartelli. Gli operai indignati le dispersero. Le autorità sovietiche agirono con prontezza. Muralov, Smirnov, Mračkovskij, Dreitzer e altri ex membri della guardia militare trockijsta furono rapidamente sopraffatti. Kamenev e Pjatakov vennero arrestati a Mosca. Agenti del governo irruppero nelle tipografie clandestine Trockijste e nei depositi d'armi. Zinov'ev e Radek furono arrestati a Leningrado, dove si erano recati per organizzare un putsch previsto per lo stesso giorno. Uno dei seguaci di Trockij, il diplomatico Joffe, già ambasciatore in Giappone, si uccise. In alcuni luoghi i trockijsti furono arrestati in compagnia di ex ufficiali bianchi, terroristi socialisti-rivoluzionari e agenti stranieri. Trockij fu espulso dal Partito Bolscevico e mandato in esilio».
Approfondiamo la questione con il seguente passo di Domenico Losurdo9:
«Se già si aggira mentre Lenin è ancora in vita, nonostante l'enorme prestigio che circonda la sua figura, lo spettro della lacerazione del gruppo dirigente bolscevico e della guerra civile nell'ambito dello stesso schieramento rivoluzionario prende decisamente corpo negli anni successivi. È quello che risulta in modo inequivocabile da testimonianze importanti provenienti dall'interno dell'opposizione antistalinista e da transfughi del movimento comunista nei quali la vecchia fede si è trasformata in odio implacabile. Vediamo in che modo Boris Souvarine descrive la situazione venutasi a creare nel PCUS a circa dieci anni dalla Rivoluzione d'Ottobre: “L'opposizione completa la propria organizzazione come partito clandestino in seno al partito unico, con la sua gerarchia in miniatura, il suo Politbjuro, il suo Comitato Centrale, i suoi agenti regionali e locali, i suoi gruppi di base, le sue quote di partecipazione, le sue circolari, il suo codice per la corrispondenza”.
La prospettiva è quella di uno scontro non solo politico ma anche militare. Nel suo libro di memorie pubblicato negli Stati Uniti subito dopo la fine del Secondo conflitto mondiale, Ruth Fischer, già figura di primissimo piano del comunismo tedesco e membro del Presidium del Komintern dal 1922 al 1924 racconta in che modo aveva a suo tempo partecipato all'organizzazione in URSS della “resistenza” contro il “regime totalitario” insediatosi a Mosca. Siamo nel 1926. Dopo aver rotto con Stalin l'anno prima, Zinov'ev e Kamenev si sono riavvicinati a Trockij: il “blocco” si organizza per la conquista del potere. Si sviluppa così una capillare rete clandestina che si estende “sino a Vladivostok” e all'Estremo Oriente: corrieri diffondono documenti riservati del partito e dello Stato ovvero trasmettono messaggi cifrati; guardie del corpo armate provvedono a vigilare su incontri segreti. “I dirigenti del blocco si accingono a stabilire i passi definitivi”; sulla base del presupposto che lo scontro con Stalin può essere risolto solo con la “violenza”, essi si incontrano in un bosco nelle vicinanze di Mosca al fine di analizzare approfonditamente “l'aspetto militare del loro programma”, a cominciare dal “ruolo di quelle unità dell'esercito” disposte ad appoggiare il “colpo di Stato”. Fischer così prosegue: “Si trattava di una questione in larghissima parte tecnica, che doveva essere discussa tra i due leader militari, Trockij e Lasevic [vice commissario alla Guerra, che poi muore prima delle purghe]. Poiché, in quanto vice-comandante dell'Armata Rossa egli era pur sempre in una più favorevole posizione legale, Lasevic fu incaricato di elaborare i piani per l'azione militare contro Stalin”.
È in questo contesto che vanno inserite le manifestazioni di piazza organizzate, l'anno dopo, per il decimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre: da Mosca e Leningrado esse avrebbero dovuto estendersi agli “altri centri industriali” e così “costringere la gerarchia di partito a cedere”. In quegli anni, in Europa non era un mistero per nessuno l'asprezza dello scontro politico in atto nella Russia sovietica: “La storia della lotta tra Stalin e Trockij è la storia del tentativo di Trockij di impadronirsi del potere […], è la storia di un colpo di Stato mancato”.
Il geniale organizzatore dell'Armata Rossa, ancora circonfuso di “immensa popolarità”, non si è certo rassegnato alla sconfitta: “La sua violenza polemica e il suo orgoglio cinico e temerario, ne fanno una specie di Bonaparte rossi, sostenuto dall'esercito, dalle masse operaie e dallo spirito di rivolta dei giovani comunisti contro la vecchia guardia del leninismo e l'alto clero del partito”. Sì, “l'alta marea della sedizione monta verso il Cremlino”. A tracciare questo quadro è un libro, Tecnica del colpo di Stato, che vede la luce a Parigi nel 1931 e gode subito di notevole successo. L'autore, Curzio Malaparte, che è stato a Mosca e ha avuto colloqui con personalità di primo piano, dà della prova di forza del 1927 la lettura che abbiamo visto confermata da Ruth Fischer, e cioè da un autorevole rappresentante dell'opposizione anti staliniana: “Alla vigilia della celebrazione del decimo anniversario della Rivoluzione d'ottobre, l'arresto di Trockij susciterebbe un'impressione sfavorevole […]. L'occasione scelta da Trockij per impadronirsi dello Stato non potrebbe esser migliore. Da quel buon tattico che è, egli si è messo al coperto. Per non aver l'aria di un tiranno, Stalin non osa arrestarlo. Quando potrà osare, sarà troppo tardi, pensa Trockij: le luminarie per il decimo anniversario della rivoluzione saranno spente, e Stalin non sarà più al potere”.
Con il fallimento del putsch Trockij, espulso dal partito, è costretto a trasferirsi prima ad Alma Ata e poi in Turchia. Qui le “autorità consolari sovietiche” gli versano “a titolo di diritti d'autore, 1500 dollari”. Sarà pure “una somma ridicola”, come afferma uno storico seguace e biografo di Trockij, ma il gesto può essere letto come un tentativo di non acutizzare ulteriormente la contraddizione».
8. Ivi, cap. 15, paragrafo 4 - La lotta per il potere.
9. Tratto integralmente da D. Losurdo, Stalin, cit., pp. 73-76.