26 Settembre 2020

5.1. IL CONFLITTO TRA “BESSARIONE” E “BRONSTEIN” NEI “QUADERNI DAL CARCERE”

Se il rapporto di Gramsci con Trockij è quanto meno tormentato, analizziamo il suo rapporto con Stalin. La vulgata dei revisionisti ha costruito la leggenda dell’estraneità o addirittura dell’avversione tra i due. Leggiamo l'analisi di Aldo Bernardini13:
«Tutto basato sul nulla, dato che i passi dei Quaderni del carcere, che si occupano di Stalin, di Trockij e del socialismo sovietico, sono tutti a favore di Stalin. In un passo del 1930-32 (citiamo sempre dall’edizione Gerratana, qui p. 801 s.), Gramsci critica Bronstein (Trockij) che “può ritenersi il teorico politico dell’attacco frontale in un periodo in cui esso è solo causa di disfatta”, e pone l’essenziale distinzione fra guerra di movimento o di manovra e guerra di posizione, quale quella che allora doveva sostenere l’Unione Sovietica ed in cui (udite, udite!) “è necessaria una concentrazione inaudita dell’egemonia e quindi una forma di governo più intervenzionista, che più apertamente prenda l’offensiva contro gli oppositori e organizzi permanentemente l’impossibilità di disgregazione interna: controlli d’ogni genere, politici, organizzativi, ecc., rafforzamento delle posizioni egemoniche del gruppo dominante, ecc.”.
La distinzione fra i due tipi di “guerra” viene approfondita (p. 865 s.) con la famosa distinzione fra la situazione dell’oriente, in cui “lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa” e l’occidente, ove “tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile”, per rigettare ancora una volta le teorie di Trockij. Assai significativo (p. 1728 s.) è il passo riferito proprio a Stalin (Giuseppe Bessarione), che trae spunto da un’intervista dello stesso del settembre 1927, per rilevare “come secondo la filosofia della prassi (cioè il marxismo, nota mia) sia nella formulazione del suo fondatore, ma specialmente nella precisazione del suo più recente grande teorico (dunque, si direbbe Stalin, al di cui scritto si fa riferimento), la situazione internazionale debba essere considerata nel suo aspetto nazionale”. Si tratta proprio del rapporto dialettico tra nazionale e internazionale che nella concezione di Stalin è fondamentale: “Su questo punto mi pare sia il dissidio fondamentale tra Leone Davidovici (Trockij) e Bessarione come interprete del movimento maggioritario...”.
Almeno in due occasioni Gramsci spiega ed approva “la liquidazione di Leone Davidovici” (p. 1744), come “liquidazione anche del parlamento ‘nero’ che sussisteva dopo l’abolizione del parlamento 'legale'” in Unione Sovietica; e soprattutto quando, analizzando in termini sintetici ma profondi le tendenze di Trockij, Gramsci rileva che la corrente che ha avversato quest’ultimo ha applicato la formula giacobina non come “cosa astratta, da gabinetto scientifico” bensì “in una forma aderente alla storia attuale, concreta, vivente, adatta al tempo e al luogo, come scaturiente da tutti i pori della determinata società che occorreva trasformare, come alleanza di due gruppi sociali, con l’egemonia del gruppo urbano” (cioè quello che stava praticando Stalin). E in via definitiva (p. 2164), quando Gramsci, sempre a proposito della tendenza di Trockij, rileva senza mezzi termini “la necessità inesorabile di stroncarla” (il passo è attribuibile al 1934), secondo quanto appunto era avvenuto in Unione Sovietica».
Non si può inoltre dimenticare che quando Gramsci prepara un elenco di libri per Sraffa, Trockij è un autore all'indice anche all'interno del PCI («Le misure prese contro Trockij e altri – si legge nella famosa e “famigerata” lettera inviata al prigioniero da Ruggero Grieco nel febbraio del 1928 – sono state, certo, dolorose, ma non era possibile fare diversamente»). La circostanza va segnalata perché fornisce la prova da una parte dell'indipendenza e dell'autonomia di giudizio di Gramsci e dall'altra della curiosità – curiosità politica, desiderio di sapere come stanno le cose rivolgendosi alle fonti dirette – con le quali il recluso guarda al conflitto che continua fra gli eredi di Lenin, conflitto al quale Stalin avrebbe posto termine ordinando nel 1940 l'assassinio del rivale.
È altresì vero che nel 1926 lo stesso Gramsci ha inviato a Giuseppe Stalin la famosa lettera (mai consegnata da Togliatti) di dissenso sui suoi metodi interni di conduzione del partito, ma tale contrarietà non riguarda in sè la politica intrapresa dal Partito, quanto piuttosto la preoccupazione che la giusta necessità di impedire la creazione di una errata opposizione guidata da Trockij non diventi un motivo di spaccatura internazionale del movimento comunista internazionale. Gramsci non discute insomma la giustezza delle politiche intraprese dal PCUS, all'interno del quale in questo periodo Stalin è la figura dominante (ma non unica), né l'erroneità delle proposte di Trockij, ma si preoccupa del fatto di mantenere un rapporto di facciata tale da far sì che la maggioranza del gruppo dirigente russo si limiti a vincere (e non a stravincere) il confronto con la minoranza. Gramsci ragiona probabilmente (e giustamente) sul fatto che un'eccessiva pesantezza nello stroncare l'opposizione possa portare a dissidi interni ed esterni assai pericolosi (come di fatto avverrà). D'altronde Gramsci, costretto in carcere dal 1926, non può che avere un quadro limitato dello scontro politico sempre più violento (con attacchi virulenti da ambo le parti) nato in seno al PCUS e delle sue conseguenze ormai inevitabili. Che dal pensiero dell’ultimo Gramsci risulti un distacco rispetto a Stalin è dunque falso: Gramsci ne approva in buona misura anche i tratti che oggi vengono qualificati “autoritari”, “dittatoriali” e peggio ancora. Nemmeno può dirsi, secondo l’ultimo rifugio della vulgata revisionista, che “oggettivamente” l’impostazione gramsciana sia antitetica: differenze possono risultare dai contesti consapevolmente diversi (occidente e oriente) e dalle diverse fasi e livelli di lotta in Unione Sovietica e, in particolare, nell’Italia fascista, cui Gramsci non può non pensare: ma Gramsci sarebbe stato il primo a farsi una grande risata se qualcuno gli avesse prospettato di applicare all’Unione Sovietica di Stalin le elaborazioni che egli faceva soprattutto per l’Italia di allora.14
13. A. Bernardini, Gramsci e Stalin, Lavoropolitico.it, 28 giugno 2011.
14. Citazioni e analisi tratti da A. Guerra, Gramsci, Stalin e Trotsky, Nilalienum.com, 1 ottobre 2008; G. Niccolai, Gramsci accusa Togliatti, Il Secolo d'Italia-Beppeniccolai.org, 1 maggio 1977.