03 Dicembre 2020

5.2. IL RIPENSAMENTO DI VALENTINO PARLATO E LUIGI PINTOR

Valentino Parlato e Luigi Pintor sono stati due tra le “penne” più prestigiose de Il Manifesto, giornale italiano contraddistintosi nei decenni per l'opera di revisionismo ideologico in senso contrario al marxismo-leninismo. Dopo la mutazione anticomunista del giornale gramsciano L'Unità e la chiusura di Liberazione è diventato negli ultimi anni l'ultimo quotidiano che si presenta come “comunista” ad uscire nelle edicole. Per questo la sua linea editoriale antistalinista ha influenzato inevitabilmente i settori sociali progressisti italiani, andando nel tempo ad agire in profondità anche sulle organizzazioni politiche comuniste italiane. Nella coltre del “racconto ufficiale” all'insegna del revisionismo, sono però talvolta emerse alcune incrinature. Riportiamo due pezzi dei due autori sopra citati a dimostrazione da un lato della loro stessa constatazione di aver forse esagerato nella critica storico-politica, dall'altro della piena consapevolezza del fatto che certi fatti fossero noti. Iniziamo con un brano di Valentino Parlato, che nel 201140 risponde ad una lettrice che chiedeva chiarimenti riguardo ai suoi apprezzamenti su Stalin, creando non poco sconcerto nella Redazione del giornale:
«Per cominciare una premessa: il gruppetto del Manifesto è stato cacciato dal PCI [nell'autunno del 1969, ndr], perché criticava la soggezione del PCI di allora allo stalinismo e quando a dirigere l'Unione sovietica c'era Brežnev, il più opaco degli stalinisti. I meriti - a mio parere - di Stalin? Innanzitutto avere fatto uscire la Russia dalla feudalità zarista. In secondo luogo avere fatto convivere e collaborare etnie tra loro assolutamente diverse. In terzo luogo (piuttosto importante) avere sconfitto le armate di Hitler. I tedeschi, attaccando l'Urss, pensavano di dovere fronteggiare qualcosa di analogo all'esercito zarista, clamorosamente sconfitto nella Prima guerra mondiale. E invece no: l'Armata rossa ha combattuto, ha sopportato 21 milioni di morti senza mai fare un passo indietro. Evidentemente quei soldati erano convinti di difendere a ogni costo il loro paese e il governo di Stalin. Vorrei aggiungere che la straordinaria resistenza dell'Armata rossa nella seconda guerra mondiale è stata anche il prodotto della vittoriosa guerra civile delle forze armate sovietiche contro quelle dei generali zaristi Kornilov, Kolčac e altri, sostenute da truppe regolari o mercenarie. Da Il sarto di Ulm di Lucio Magri traggo un'affermazione del Ministro degli esteri francese di allora, Pichon. Secondo Pichon, a fianco delle forze armate zariste combattevano 140 mila francesi, 190 mila rumeni, 140 mila inglesi e 140 mila serbi. Questo è quel che mi viene di scriverti. Certo per parlare seriamente di Stalin bisognerebbe scrivere un saggio impegnativo, ma per concludere trascrivo un brano di Isaac Deutscher, storico di prestigio e piuttosto trockijsta: “Nel giro di tre decenni, il volto dell'Urss si è completamente trasformato. Il nocciolo dell'azione storica dello stalinismo è questo: esso ha trovato la Russia che arava con aratri di legno e la lascia padrona della pila atomica. Ha incalzato la Russia al grado di seconda potenza industriale del mondo e non si è trattato soltanto di una questione di puro e semplice progresso materiale e di organizzazione. Un risultato simile non si sarebbe potuto ottenere senza una vasta rivoluzione culturale nel corso della quale si è mandato a scuola un paese intero per impartirgli una istruzione estensiva”. Insieme a tutto questo - come scrivi tu - ci sono “gli errori e gli orrori” che non vanno affatto trascurati o dimenticati. Grazie per la tua lettera».
Qualche anno prima, nel 1999, era uscito un intervento di Luigi Pintor41 dal tenore simile:

«Ho visto recentemente in televisione un documentario sull’invasione tedesca dell’Unione Sovietica e sulla tragedia del corpo di spedizione italiano sul Don. Belle testimonianze di sopravvissuti, immagine epiche e dolorose. Penso che bisognerebbe raccogliere e proiettare tutto il materiale relativo alla guerra sul fronte orientale, compresi i film di propaganda: lì è andato in scena il più grande spettacolo del mondo e lì sta la chiave della storia del nostro secolo. Ho pensato, guardando le immagini sconnesse di quel documentario e ascoltando il commento parlato, che soltanto chi ha più di settant’anni conserva una memoria diretta di quel tempo. È un’avventura ma un grande privilegio. Tutto quello che io so, per poco che sia, l’ho imparato in quei due o tre anni. E la menzogna in cui oggi siamo immersi e in cui vivono le giovani generazioni suona alle mie orecchie come un insulto a cui è vano opporre la memoria individuale. Tutto era perduto in quei giorni ed anni, le democrazie europee erano crollate sul campo come carta pesta, le armate corazzate del terzo Reich e le croci uncinate dilagavano sul continente e oltre senza colpo ferire, il fascismo e il terrore non conoscevano più ostacoli. Meno uno, il solo al di qua dell’Atlantico e dei mari del nord e del sud: uno strano paese che aveva fatto una sua rivoluzione solitaria, che oggi è piombato nella corruzione e nella decadenza ed è in guerra con se stesso, ma allora si alzò in piedi come un gigante che spezza ogni catena. Dirà qualche anno più tardi nell’aula del parlamento italiano un esponente del governo di allora: di certo Stalin è stato un uomo su cui Dio ha impresso la sua impronta. Metafisica a parte, come saranno usciti dalle acciaierie oltre gli Urali quei cannoni e quei carri pesanti capaci di respingere e di frantumare la macchina da guerra tedesca? Come avranno fatto quei contadini ucraini, quegli operai leningradesi, quegli uomini di marmo di ogni provincia, quei giovani tartari, uzbeki, mongoli, ceceni, a formare un solo grande esercito per salvare la propria terra e la nostra? Come ha potuto quella guerra patriottica, senza i Kutuzov e i Tuchačevskij, saldarsi con l’antifascismo mondiale e l’ideale di libertà di ogni popolo? Come fu possibile trarre questa forza da molte privazioni e sofferenze sotto un regime rozzo e sprezzato dai posteri? C’era qualcuno, forse, che aveva visto più lontano degli altri. Il comunismo ci ha rimesso ma noi no e forse dovremmo ringraziare. Prima ringraziare e poi revisionare e anche ribaltare la storia: tanto è lontana mille anni e nessuno può eccepire. Vicino a Mosca commemorano ogni tanto una battaglia dell’età napoleonica mimandola sul terreno, e c’è anche un museo scenografico che la fa rivivere agli spettatori come ne fossero i protagonisti. Ma sulle sponde del placido Don non c’è, che io sappia, nessuna Disneyland che onori la più grande vittoria militare del ventesimo secolo».
Chiudiamo con uno scritto di Fosco Giannini42, comunista ex senatore della Repubblica, che recensendo un'opera di Losurdo lambisce il tema preso qui in oggetto:
«da senatore della repubblica avevo conquistato una certa popolarità e, in relazione ai temi della guerra imperialista in Afghanistan, ai temi della lotta contro la base USA a Vicenza e contro la NATO i miei articoli venivano spesso ospitati anche da Il Manifesto. Ciò mi dette la possibilità di costruire relazioni importanti con una parte della redazione del giornale. E, col tempo, mi dette la possibilità di verificare l’ostilità profonda, direi viscerale, che la maggioranza de Il Manifesto nutriva contro Losurdo. Ciò per me fu ancora più chiaro dopo una lunga conversazione, telefonica, con la compagna Rossana Rossanda [la fondatrice e la più nota esponente del gruppo del giornale, ndr] che, disinvoltamente, liquidava il pensiero di Losurdo come “stalinista”, tout-court. Per correttezza, debbo dire Lucio Magri non era dello stesso parere della Rossanda; ad esempio: ebbi con lui una lunghissima discussione tre giorni prima della sua morte e, tra le tante “eredità”, lasciatemi, una mi colpì: “Io - a differenza di altri miei compagni di strada - non sono mai stato né antistalinista né antisovietico, ma sono stato critico dello stalinismo e dell’URSS. C’è una bella differenza”. E, andando oltre: “Sono certo, senza false modestie, che se fossi stato io il segretario del PRC, esso non sarebbe finito ai confini dell’anticomunismo, come oggi accade”.»
40. V. Parlato, Ma Stalin è tutto da buttare?, rubrica Scritto&Parlato, Il Manifesto-Salvatoreloleggio.blogspot.it, 27 marzo 2011.
41. L. Pintor, La chiave del secolo, Il Manifesto, 10 dicembre 1999.
42. F. Giannini, Sul marxismo occidentale e sulla crisi del comunismo in Italia, Marx21 (web), 16 giugno 2017.