22 Settembre 2020

7.2. LA LETTERA-DENUNCIA DI HOLZ

Hans Heinz Holz (26 febbraio 1927, Francoforte sul Meno, Germania – 11 dicembre 2011, Sant'Abbondio, Svizzera) è considerato uno degli ultimi grandi filosofi marxisti-leninisti del secolo passato. Allievo di Ernst Bloch, a 17 anni Holz viene incarcerato dalla Gestapo, la polizia politica del regime hitleriano. Un'esperienza che lo spingerà ad essere tra i fondatori dell'Associazione dei perseguitati dal regime nazista (VVN). Nel 1971 inizia la sua carriera accademica come professore all'università di Marburgo, proseguita poi anche nei paesi Bassi.
Membro del Partito comunista tedesco DKP dal 1994, Holz è stato autore di numerosi saggi sulla storia e il sistema della dialettica, sulla teoria dell'arte e sulle scienze socio-politiche. Fino alla morte il filosofo tedesco, cui nel 1997 è stata assegnata una laurea honoris causa dall'Università di Urbino, è stato presidente onorario dell’Associazione Internazionale Hegel-Marx per il pensiero dialettico. Il 7 febbraio 1995 Holz scrive una Lettera sull'Antistalinismo17 che diffondiamo con qualche piccolo taglio sulle parti meno rilevanti:
1. Il 30 gennaio 1995 (non per l'anniversario della “presa del potere” da parte di Hitler, ma in occasione del Congresso del Partito Democratico per il Socialismo), sulla Süddeutsche Zeitung è apparso un articolo dal titolo Stalinismo. Se fossi un liberale, il contributo, ragionevolmente argomentato, sul tema “isterie di Gysi” mi sarebbe piaciuto: va da sé che vanno sottoposti a processo i delitti in cui possiamo imbatterci; va da sé che è auspicabile non si abbiano più Gulag; chi potrebbe volere, inoltre, ciò che, oggi, si lega al termine insultante “stalinista”? Naturalmente personalizzare è insensato: i marxisti “dovrebbero aver imparato che la storia non è fatta da singoli uomini”. È anche giustificata un'assunzione di responsabilità e un senso forte di pentimento nei confronti delle incolpevoli vittime (ed io aggiungo: nei confronti di compagni, a noi in particolare vicini, che sono stati condannati, pur se innocenti). Mi trovo, inoltre, d'accordo con il giornale quando scrive che “stalinismo” è una non-parola e quando, proseguendo, cita la signora Wagenknecht, secondo cui “fare i conti con il marxismo, con le strutture del socialismo è importante... Separarsi dallo stalinismo nel 1995 è una farsa; ma non meno irritante è ridurre la questione del superamento del recente passato tedesco all'altra, della legittimità o non legittimità della Stasi. È necessario pensare”.
[…] Eppure io voglio qualcosa di più: dal punto di vista politico, in quanto comunista e dal punto di vista scientifico, in quanto materialista storico. In quanto comunista, voglio sapere se debbo sbarazzarmi - come di una zavorra - del passato del mio movimento; oppure, al contrario, se posso pormi in continuità con una linea che, a partire da Marx ed Engels - e passando per Lenin, Luxemburg, Gramsci ma anche Stalin e Mao - giunge fino all'oggi. Certamente, sono in grado di sottrarmi alla tentazione di ridurre la storia comunista ad una serie positiva di lotte eroiche e nobili; sono in grado di accogliere, insieme alle rose, anche le spine che le accompagnano e, dunque, i lati oscuri che pur appartengono a quella stessa storia. Se non facessi così, infatti, non mi limiterei, solo, a semplificazioni retoriche, ma finirei, addirittura, col prescindere interamente dalla storia. In quanto materialista storico, vorrei sapere come può avvenire che un movimento - nato con la finalità di lottare per i diritti umani - abbia finito coll'offendere proprio quei diritti. Vorrei sapere quali obiettive, autentiche contraddizioni conducono a ciò, senza accontentarmi delle tirate piccolo-borghesi sull’“intolleranza, brutalità, cattivo uso del potere, tendenza profonda al dispotismo”, che a Stalin si attribuiscono […].
Kurt Gossweiler ha dato a queste domande una risposta chiara, anche se partitica. Sì, noi siamo gli eredi di una grande storia, da assumere positivamente e della quale anche Stalin fa parte; esistono spiegazioni di ciò che è successo; è bene che un consesso marxista, di grande prestigio ed internazionale abbia lanciato la parola d'ordine di condurre a fondo questa discussione. Per parte mia, condivido in linea di principio questa posizione […]. Certamente, a parer mio, gli argomenti di Gossweiler, per quanto corretti, sono ancora un primo approccio. Ritengo che, per poter ricavare dal passato conseguenze per il futuro, noi si debba elaborare, a fondo, categorie storiche e di filosofia della storia, capaci di spiegare quanto è successo. Quali erano effettivamente le forze che - condizionate da una situazione interna, ma anche esterna - hanno avviato il primo tentativo di costruzione del socialismo ma che, anche, lo hanno condotto alla sconfitta? Vale a dire: il problema non è apprezzare la correttezza o meno di questa o quella decisione: decisioni sbagliate si hanno in ogni processo, inevitabilmente, e ciò vale quale che sia il sistema sociale; né va dimenticato che gli stessi criteri di valutazione mutano, mutando gli scopi generali posti. Inoltre, chi giudica a posteriori ha il vantaggio di una visione complessiva anche delle conseguenze, che era negata agli attori impegnati nel decidere. Dunque, piuttosto, ciò che va analizzato è il nodo centrale e il punto di vista di classe rispetto a cui, in una situazione data, si son fatte valutazioni; quali effettive (vale a dire, politicamente efficaci) alternative si dessero e, così, riflettere sul serio sulle contraddizioni di un processo storico. Né va dimenticato che ogni posizione in campo va valutata per gli interessi che sottende. È in questo modo che si può giudicare la portata storica di un'epoca, le sue tendenze ed i comportamenti dei soggetti che in essa operano.
2. Stalinismo: uno slogan anticomunista.
Se un fatto è certo è che la nozione di “stalinismo” è inadeguata sia alla caratterizzazione del periodo di costruzione dell'Unione Sovietica, sia alla comprensione delle tendenze in esso operanti. Ciò che è peggio (ma che vale anche come un indizio) è che, per la prima volta, quella nozione sia stata introdotta da Nikita Chruščev, segretario generale del PCUS; tutti gli avversari del comunismo intesero quella nozione come una “dichiarazione di morte” […]. Ed oggi più che mai “stalinismo” è, appunto, uno slogan anticomunista che, anche quando viene usato nella prospettiva di un rinnovamento democratico, serve a combattere una concezione del socialismo coerentemente comunista. […] La nozione o lo slogan 'stalinismo' si presta bene allo scopo che abbiamo detto, per la sua stessa struttura linguistica: “Stalin+ismo”, dunque, la trasformazione di un nome proprio in un qualcosa di impersonale, di collettivo.
Così si ottiene la possibilità di indicare:
- una fase nella costruzione del socialismo;
- una certa forma della società comunista;
- una certa tematizzazione del marxismo;
- ed, infine, un certo uso, personalistico, del potere statale.
Inoltre si ottiene di poter ammassare e confondere l'un con l'altro aspetti diversi del comunismo, a partire dalla Rivoluzione d'Ottobre fino al “crollo” delle società socialiste est-europee, allo scopo di poter, così, tutto mischiare in uno stesso biasimo. “Stalinismo” è termine sviante, anche perché riesce a sussumere sotto di sé una serie di manifestazioni dell'organizzazione del processo sociale e del movimento comunista mondiale che – invece – si collocano entro la cosiddetta “destalinizzazione” a partire dal XX Congresso. La personalizzazione di problemi che, invece, sono sistematici, attribuendoli all'operare di una figura “diabolica”, consente dunque anche di spacciare errori successivi come conseguenze di quell'unica causa originaria. Com'è ovvio, la conseguenza è che si impedisce, così, la possibilità di un adeguato intendimento, storico-materialistico, delle vicende del comunismo e ci si consegna nelle mani della propaganda nemica - anche al di là degli intendimenti di tanti compagni. Anche lo slittamento terminologico da “Stalinismo” a “epoca di Stalin” non fa compiere alcun progresso conoscitivo. “L'epoca di Stalin” fu quella di enormi successi - ottenuti con immani sforzi - nella costruzione del socialismo in un paese scarsamente sviluppato, sia in ambito economico che tecnologico e culturale. Si tratta di successi che riguardano sia l'industrializzazione e le sue infrastrutture, sia l'introduzione di una forma di proprietà non capitalistica. Ne derivò una generale crescita media degli standard di vita di larghe masse, ed il fatto che ciò sia stato ottenuto nel contesto di una politica di intervento - militare, economico e ideologico - da parte delle potenze capitalistiche, non fa che rendere più rilevante il risultato raggiunto. La cosiddetta “epoca di Stalin” fu anche quella di un meraviglioso processo di educazione di massa, di attività culturale, di alfabetizzazione di popolazioni ancora in gran parte analfabete, del costituirsi e svilupparsi di culture nazionali nella cornice di un unitario quadro federativo, nonché dell'elaborazione di una Carta costituzionale che, anche secondo i criteri della teoria costituzionalistica borghese, non può che essere riconosciuta democratica (ovviamente, se ciò non dice nulla a proposito dell'applicazione effettiva di quella Costituzione, dice molto, invece, per la comprensione di quali fossero le linee di sviluppo prefigurate). Per la classe operaia del mondo intero, in quell'epoca, l'Unione Sovietica valeva come la patria propria - e, certo, non si può attribuire tutto ciò ad un gigantesco fraintendimento! La cosiddetta “epoca di Stalin” fu anche - e non è l'ultima cosa - l'epoca della lotta eroica di tutti i sovietici - non solo dei comunisti sovietici - contro il fascismo, lotta combattuta e vinta, a poco più di vent'anni dalla Rivoluzione d'Ottobre. Tutto ciò va tenuto nel conto quando si vuol giudicare l'epoca e proprio nel momento in cui pur si intende individuarne, risalendo alle loro cause, delitti ed errori. Se così non si facesse, non si riuscirebbe a render conto del rapporto fra comunisti e loro storia; solo tenendo ben presenti questi presupposti potremo stabilire un corretto rapporto critico pure con gli enormi errori che quell'epoca hanno ugualmente caratterizzato.
3. Forme deviate di sviluppo, delitti e loro cause. Chi richiede spiegazioni desta subito sospetto - quasi che andasse in cerca di risposte edulcorate e tranquillizzanti. Ad evitare equivoci di tal genere, va subito detto che le cose non stanno affatto così: lo scopo effettivo è comprendere gli effetti di contraddizioni autentiche e ricavarne le opportune lezioni. Ciò non significa accogliere di buon grado quegli effetti; ma è, tuttavia, certo che va mantenuta la differenza fra spiegazione di processi storici e loro valutazione moralistica. Valutare moralisticamente non ha nulla a che fare col comprendere, dal punto di vista storico-materialistico, appunto la storia - e va da sé che tale distinzione non comporta negare alla morale il suo ruolo di fattore storico non solo importante, ma addirittura imprescindibile. Su questo mi trovo d'accordo con Gerns e Steigerwald: “Non fa problema quando la violenza ed il terrore controrivoluzionario vengono contrastati dalla violenza rivoluzionaria. Ciò è inevitabile in qualunque rivoluzione, se i rivoluzionari non vogliono capitolare di fronte al terrore controrivoluzionario”.
La storia è ricca di esempi di violente lotte di classe, con innumerevoli vittime da ambo le parti; e naturalmente tutto ciò è terribile e con tutte le sue forze una politica orientata umanisticamente deve volgersi ad impedire o, almeno, a limitare simili espressioni di violenza; ma se gli oppressi - per la loro moralità e per il loro desiderio di pace - dovessero impedirsi di perseguire, anche con la violenza, la loro stessa emancipazione, non farebbero altro che offrirsi quali vittime inermi alla violenza dei dominatori. Ha ragione Gossweiler quando scrive: “È un fatto che mai finora una classe oppressa ha potuto liberarsi dal giogo dei dominatori, senza che la sua lotta rivoluzionaria di liberazione e la sua resistenza ai tentativi di restaurazione contro-rivoluzionaria non costasse la vita anche di vittime innocenti”.
Ma torniamo alla polemica sullo “stalinismo” ed alla questione non già di un uso temporaneo e circoscritto della violenza, ma piuttosto all'interrogativo se, al momento dell'uso del terrore da parte degli organi statali, sussistesse ancora una questione rivoluzione/controrivoluzione e delle conseguenze che son derivate da un uso eccessivo dello stesso terrore. Sulla scia della polemica ideologica aperta dal XX Congresso, si è rimproverata a Stalin - come falsa - la tesi secondo cui, con la vittoria del socialismo in un solo paese, la lotta di classe sarebbe divenuta più acuta. Sennonché tale critica va contro tutti i dati storici e la stessa logica della cosa. Cerchiamo di riflettere. Dal punto di vista del capitalismo, con l'inizio della costruzione del socialismo in un sesto del mondo, per la prima volta fa la sua comparsa - all'esterno - un nemico organizzato statualmente; e ciò nello stesso momento in cui - al proprio interno - si approfondiscono le contraddizioni e le lotte di classe si fanno più aspre. Si consideri che, per la natura stessa delle cose, il movimento operaio all'interno dei paesi capitalistici e, all'esterno, il nemico Unione Sovietica, sono ovviamente alleati. Poste queste condizioni, risultava a dir così naturalmente la strategia degli stati capitalistici, volta a circondare l'Unione Sovietica, ad ostacolare la crescita della sua potenza e, possibilmente, a far naufragare il socialismo. Tutto ciò si può facilmente documentare, considerando le linee essenziali della politica estera e militare dei paesi capitalistici. Lo scopo di far naufragare il socialismo prevedeva, anche, la disgregazione del partito comunista in Unione Sovietica, la sua paralisi mediante gli scontri interni circa le scelte d'orientamento politico, nonché l'appoggio a correnti non socialiste o contrarie al socialismo. È chiaro che con la Rivoluzione d'Ottobre le classi in Unione Sovietica non erano “scomparse”. All'interno di rapporti di proprietà in cambiamento, si davano strati, sociologicamente definibili, che utilizzando mille legami (di famiglia, di chiesa e di altri tipi di solidarietà), erano volti a mantenere il loro tipo di vita, le loro aspirazioni, scale di valori, ecc., ed a trasmetterli, inoltre, ai propri figli; in questo modo finivano col costituire una contraddizione (spesso non dichiarata) sociale e ideologica rispetto alla costruzione di nuove forme sociali. Questi strati dovevano - a volte, ma non sempre, contro la loro volontà cosciente e il loro lealismo nazionale - divenire portatori di fenomeni distruttivi rispetto alla costruzione socialista; altre volte, invece, producevano perfino elementi che cedevano alle strumentalizzazioni.
La lotta di classe, dunque, continuava sia all'esterno che all'interno; le pressioni dal di fuori e le minacce di intervento portarono la lotta di classe ad una svolta assai pericolosa (così come già era capitato durante la Rivoluzione francese, il terrore e le minacce di invasione s'intrecciavano l'uno con l'altra). Nello svolgersi effettivo dei contrasti sui principi e le strategie, si verificarono molti sbandamenti e mutamenti di fronte, perché sia gli interessi individuali che di gruppo si andavano variamente scontrando e intersecando. Con l'aggravarsi del pericolo esterno (rafforzamento del fascismo, Patto anti-comintern, colpo di stato franchista in Spagna, aggressione giapponese alla Cina), le controversie interne rischiarono di condurre ad un indebolimento decisivo e perfino al crollo del socialismo da poco nato. Avendo presenti tutte queste condizioni, non è possibile giudicare errata la tesi dell'inasprimento della lotta di classe dopo la Rivoluzione d'Ottobre. Ed è chiaro che da quella tesi derivava la necessità di superare o di ostacolare la lotta di frazione all'interno del partito e perfino, se necessario, di eliminarla; come anche di accelerare la trasformazione dei rapporti di produzione e di proprietà, allo scopo di tagliare le radici stesse di una coscienza non socialista tra le masse. Non è chi non veda come fosse impossibile realizzare un simile programma senza ricorrere anche alla violenza repressiva.
A questo punto si pone la questione della violazione delle norme socialiste. Non vi è dubbio che le persecuzioni fecero vittime non solo fra attivi nemici del nuovo stato, ma anche fra numerosissimi innocenti ed autentici compagni. Che le cose siano andate in questo modo, lo si può spiegare facilmente, se abbiamo presente la situazione della Russia, a partire dalla Rivoluzione d'Ottobre fino allo Stato sovietico. In Russia mancavano quelle tradizioni di diritto pubblico che, invece, in Europa occidentale - a partire dal diritto romano - si sono costruite nel corso di due millenni circa (anche se ciò non ha impedito più di una grave regressione). Antiche abitudini di autoritarismo statuale zarista, sostenuto da una polizia politica altamente organizzata e largamente diffusa, si riproposero. La rapida crescita del partito comunista sovietico fece sì che ad esso aderissero numerosi elementi opportunistici e carrieristici, i quali si conquistarono possibilità di carriera allontanando e sostituendo vecchi quadri rivoluzionari. Questi elementi usarono l'obiettiva situazione di minaccia sia dall'interno che dall'esterno per assicurarsi incontrollate strutture di potere e così consolidare la loro propria posizione. È in un contesto di questo genere che nacquero i delatori. Naturalmente tutto ciò non ha nulla a che fare con il socialismo; piuttosto si tratta di un processo che nasce avendo all'origine specifici esiti della storia russa. L'organizzazione di partito crebbe in modo relativamente rapido nell'immenso paese, ma avvalendosi di forze non sufficientemente vagliate; per questo, in verità, il partito non ebbe la capacità di mantenere sotto controllo il suo stesso sviluppo e ne fu, invece, dominato e immiserito. Più tale immiserimento cresceva e più tendeva ad allargarsi - in una misura, per altro, ben maggiore di quanto non si sia, oggi, disposti a riconoscere. Non dobbiamo farci illusioni: ogni volta che ci si impegnerà a costruire il socialismo in un paese scarsamente sviluppato, analoghi pericoli di deformazioni si riproporranno. D'altronde è per questo che risulta tanto importante cercare di capire le cause di quelle deformazioni, invece che enfatizzare moralistiche condanne. Nel IV capitolo del mio Sconfitta e futuro del socialismo […], ho già trattato, sia pur rapidamente, delle gravi deformazioni a cui si è accompagnata la costruzione del socialismo, in un contesto caratterizzato dalle minacce esterne, dalla continuazione della lotta di classe all'interno, dal peso del sottosviluppo tecnico-economico e, per giunta, in un paese dalla grande estensione ma culturalmente arretrato, nonché mancante di una tradizione democratico-borghese e in cui perdurava un modo di pensare autoritario. Tutto ciò ha comportato l'abbandono delle norme leniniste nella vita interna di un partito che andava sempre più burocratizzandosi - come d'altronde accadeva anche nell'apparato dello stato - ma anche ha portato con sé l'istituzionalizzazione di forme repressive di dominio e - cosa importantissima per l'abbandono del principio dell'autocritica - prima il silenzio e poi addirittura la caduta dell'impegno teorico.
L'impulso verso il socialismo non può mantenersi a dispetto delle forme organizzative della vita sociale. Non si dovrebbe neanche parlare di “deformazioni del socialismo”, dacché non si aveva nessun socialismo realizzato che potesse venir deformato. Piuttosto, bisogna parlare di autentiche contraddizioni interne e di forme deviate di sviluppo nel tentativo di costruzione del socialismo. Bisogna riconoscere però che in varie occasioni il gruppo dirigente del Partito cercò di porre fine a quelle forme deviate di sviluppo (ad es., si pensi ai molti tentativi di separare funzioni statuali e di partito - fenomeno, questo, alla cui base c'era semplicemente la mancanza di quadri qualificati, sostituita di fatto da una sorta di unificazione personale delle funzioni). Tuttavia, non si evitò di naufragare nella pesantezza ed immaturità dell'apparato ed anche nell'impossibilità di realizzare un programma per il quale mancavano i presupposti materiali.
Lo scoppio della guerra; la situazione eccezionale dei quattro terribili anni di distruzione del paese e dell'immensa perdita di uomini; gli anni della ricostruzione dopo il 1945, non è dubbio, comportarono un' interruzione nel processo di socializzazione strutturale. La massiccia mobilitazione dei popoli sovietici in difesa dell'URSS fu possibile ottenerla, anche, facendo appello all'ideologia nazionale - in primo luogo al nazionalismo russo (“la Grande Guerra Patriottica”); ma così - equiparando spirito nazionale e spirito comunista - si veniva a colpire l'internazionalismo del movimento comunista. È mia opinione che, nei suoi ultimi anni, Stalin abbia cercato di correggere quelle che ho chiamato le forme deviate di sviluppo: penso in particolare ai suoi tardi scritti - passati nel dimenticatoio dopo il XX Congresso - sull'economia e sui fondamenti teorici, prendendo ad esempio il caso della linguistica. Stalin, mi pare, operò in questo senso, anche se era preoccupato che una simile correzione non nuocesse ad un'Unione Sovietica indebolita dalla guerra e dalla rinnovata politica aggressiva da parte degli USA. Che la mia valutazione sia o no giusta, può accertarlo solo un'analisi (per ora del tutto assente nelle discussioni che si ascoltano) che sia condotta in modo spassionato. Sennonché va riconosciuto, purtroppo, che le discussioni sullo “stalinismo” lasciano, finora, ben poco spazio ad una simile analisi spassionata.
4. Falsificazione della teoria marxista-leninista? Debbo con nettezza contrappormi a Gerns e Steigerwald quando attribuiscono a Stalin “deformazioni nella teoria”. Gerns e Steigerwald si appoggiano sull'autorità del sociologo non comunista (che anch'io stimo molto) Werner Hofmann. Nei suoi lavori teorici - primo fra tutti il capitolo sul materialismo storico e dialettico nel Breve corso di storia del PCUS - Stalin si è rivolto alle larghe masse, per la prima volta coinvolte in un impegno culturale. Con notevolissima capacità didattica, egli ha saputo rendere i difficili problemi di una filosofia e di una teoria dialettica della storia in forma accessibile anche per lettori scientificamente affatto sprovveduti. È chiaro che ciò ha comportato marcate semplificazioni - come sa perfettamente chiunque abbia scritto manuali; altrettanto chiaro è - giusta la finalità divulgativa - che, in qualche modo, la forma dialettica di ragionamento va sistematizzata e, dunque, in una certa misura irrigidita. In altro luogo (“La dialettica come sistema aperto, […]”), ho mostrato come la sistematizzazione staliniana dei fondamenti della filosofia marxista si attenga strettamente ad un modello leninista: in particolare, i 16 punti della dialettica, che riassumono la lettura leninista di Hegel, concordano con i punti fondamentali indicati da Stalin. All'inizio degli anni Trenta, prima dello scritto di Stalin, molti significativi filosofi marxisti hanno elaborato gli stessi schemi sistematici, in risposta al bisogno, dovunque avvertito, di esposizioni divulgative dei fondamenti del materialismo storico e dialettico. Per far solo degli esempi, si pensi a Max Raphael (1934) ed a Georges Politzer (1935). Non è questa la sede per un'analisi degli scritti di Stalin che hanno rilievo teorico. Un'analisi di questo genere, comunque, confermerebbe la capacità di Stalin di rendere in modo chiaro e semplice contenuti complessi di strutture teoriche di fondo; di far vedere le interrelazioni anche in materie tutt'altro che trasparenti ed, infine, di chiarire il proprio punto di vista in contrapposizione con altre concezioni. Importantissimo contributo di Stalin ad uno sviluppo teorico del marxismo va considerata la sua critica al rigido schema unidimensionale a proposito del rapporto base/sovrastruttura, mediante l'introduzione di un elemento terzo, (la lingua). È certo un problema di sociologia della cultura e della conoscenza (e, in questa chiave, trattato anche da W. Hofmann) che gli schemi ed 'elementi' elaborati da Stalin (ma, prima, da Lenin) non siano stati usati dalla scienza sovietica come base di discussione e per condurre ulteriori indagini, ma piuttosto come limiti dogmatici per ogni lavoro teorico. Va aggiunto, peraltro, che questa dogmatizzazione e mancanza di creatività riguardo ai problemi fondamentali (accompagnata da opportunismo politico) è, propriamente, un fenomeno caratterizzante la scienza sovietica in un'epoca successiva a Stalin: le prime annate della rivista Scienza Sovietica (1948-52) testimoniano di una scienza che discute apertamente e che ha il gusto della discussione. Non è qui il luogo per approfondire la questione che questa caduta della teoria rappresenta. È certo, comunque, che essa va di pari passo con il processo di burocratizzazione del partito e dello stato; ma anche che ha radici proprie, dato che la Russia precedente la Rivoluzione possedeva basi ben gracili dal punto di vista della tradizione e dell'attività scientifica, rese per altro ancora più deboli per l'emigrazione di scienziati borghesi in seguito alla Rivoluzione. Lo sviluppo di una cultura scientifica richiede generazioni - ma all'Unione Sovietica non era per nulla concesso di potersi giovare di così tanto tempo. Che nelle prime fasi di sviluppo di una concezione del mondo si presentino fenomeni di infantilismo dogmatico, certo, non è cosa infrequente nella storia - si pensi alla vicenda dei dogmi cristiani. Di solito, tuttavia - e in relazione alla stabilizzazione complessiva di una società - quelle fasi vengono col tempo superate e sostituite da forme di sviluppo più differenziate.
5. La fine dello sviluppo. Il XX Congresso interruppe questa prospettiva lunga di sviluppo. La critica degli errori e dei crimini degli anni precedenti non fu condotta come risultato di un'analisi storico-materialistica delle autentiche contraddizioni obiettive nella costruzione del socialismo in un paese solo e poco sviluppato. Assunse piuttosto l'aspetto della protesta moralistica, in definitiva, contro una sola persona. I collaboratori del 'diabolico' Stalin ne divennero i critici; furono essi ad usarlo come capro espiatorio, al fine di nascondere le responsabilità loro proprie. Dopo il XX Congresso, all'interno del movimento comunista, la critica al cosiddetto “stalinismo” assunse, sempre più, la forma della denuncia di un unico colpevole. […] anni dopo la morte di Stalin, si continuava ad attribuire allo “stalinismo” ogni forma errata di sviluppo, anche se era trascorso tempo sufficiente per poter rivitalizzare lo spirito rivoluzionario del partito.
Varrebbe la pena di interrogarsi, finalmente, sugli errori compiuti dai critici di Stalin […]! Una ricerca fondamentale di cui restiamo debitori è quella volta ad individuare i punti in cui la politica del XX Congresso si allontanò da una prospettiva leninista (anche per questo rimando al mio Sconfitta e futuro del socialismo). Per parte mia, comunque, do per assodato che con Chruščev nel partito prevalse una linea opportunistica (vale a dire, revisionistica). Opportunistica definisco quella politica che negozia vantaggi economici a corto termine, legati peraltro a forniture da parte dei paesi capitalistici. Quella politica che, tutta presa dal desiderio di pace, è pronta a concessioni sistematiche a vantaggio del nemico. Quella politica che subordina l'integrazione del campo socialista agli interessi della superpotenza. Ancora, chiamo “opportunistica” la politica che è disposta ad una revisione del socialismo scientifico, accogliendo nel suo seno - in modo acritico - concezioni estranee al marxismo stesso; con la conseguenza, per altro, di ridurne il potenziale critico a mera apologetica. Insomma, chiamo “politica opportunistica” l'insieme di tutte quelle manifestazioni che comportano un annacquamento della spinta di classe e che hanno come conseguenza l'assunzione di strategie e di concezioni riformistiche. Questa mia valutazione dell'opportunismo tendenzialmente dominante nella politica sovietica successiva al 1956 ha da esser comprovata da ricerche su materie precise, capaci di considerarne anche le implicite conseguenze. È certo, comunque, che si tratta di un groviglio di questioni, non semplificabili col ridurle all'unica etichetta - diffamatoria - di “stalinismo”. Dobbiamo aprire, finalmente, la discussione sulla nostra storia. La mia ragione mi dice che la decisiva interruzione dello sviluppo la si ebbe con il XX Congresso del PCUS; ma nessuno, tuttavia, possiede l'intera ragione. Finora non ci siamo occupati adeguatamente delle cause storiche, contentandoci invece di verdetti morali (legittimi ma non storici); è in questo senso che mi sento di condividere sia la domanda che la risposta di Gossweiler: “Perché il revisionismo riuscì a distruggere la costruzione socialista di decenni? Naturalmente, le ragioni sono molte; tra esse molto importante è, a mio avviso la seguente: il revisionismo ha saputo presentarsi per molti anni come antirevisionismo, come difesa del leninismo contro le falsificazioni operate da Stalin... Ma in realtà l'antistalinismo fu, dall'inizio e per sua stessa natura, anti-leninismo, antimarxismo, anti-comunismo”.
È necessario che ci liberiamo dal cliché stalinismo/antistalinismo; dobbiamo riuscire a studiare la nostra storia, liberi da tali pregiudizi. Né dobbiamo dimenticare che noi studiamo la storia per operare meglio nel futuro, per evitare errori di cui già conosciamo il modello. Insomma, in vista di forme di liberazione dell'umanità che siano alternative alla società capitalistica che è società dello sfruttamento e dell'oppressione.»
17. H. H. Holz, Lettera sull'antistalinismo, Associazionestalin.it, 7 febbraio 1995. Per le notizie biografiche su Holz si è fatto riferimento a D. Losurdo, È morto Hans Heinz Holz, grande filosofo marxista e militante politico comunista, Domenicolosurdo.blogspot.it, 12 dicembre 2011; Redazione Il Giornale, È morto Hans Heinz Holz l'ultimo dei grandi filosofi marxisti, Il Giornale (web), 12 dicembre 2011.