27 Settembre 2022

4.01 L'USO POLITICO DELLE CARESTIE DA PARTE DEGLI INGLESI

«Se la storia del governo britannico dell’India fosse condensata in un singolo fatto, questo sarebbe che in India non vi fu alcun aumento di reddito procapite dal 1757 al 1947». (Mike Davis)23
I crimini dell'imperialismo britannico in India sono mostruosi. Evitiamo di farne qui un lungo elenco. Vale la pena però sottolineare come anche in questo caso sia evidente modalità prescelta dai britannici per governare questo enorme paese: principalmente il terrore e la repressione indiscriminata, giustificati politicamente e culturalmente con la convinzione diffusa della profonda inferiorità della “razza” indiana. Quando si accusano le violenze dei bolscevichi occorrerebbe ricordare quali siano state le modalità spietate per cui il primato dell'interesse imperiale “bianco” valesse a tal punto da non esitare nel lasciar morire milioni di persone in un'ottica tipicamente utilitaristica e razzista. Riportiamo l'episodio della carestia del Bengala del 1943, sintomatico anche per lo spazio infinitesimale dedicatovi nei manuali di storia, anche quelli specializzati sulla Gran Bretagna, come spiega qui di seguito John Newsinger24:
«Un'utile cartina tornasole con cui vagliare le storie generali dell'Impero britannico che vi capitano sottomano riguarda la trattazione della carestia del Bengala del 1943-44. Cosa dice Darwin [John Darwin, professore di Storia a Oxford autore di Unfinished Empire: The Global Expansione of Britain, ndr] di questa catastrofe in un libro di oltre quattrocento pagine? A pagina 346 vi accenna entro parentesi: “(la carestia del Bengala del 1943 potrebbe aver ucciso oltre 2 milioni di persone)”.
Non proprio esauriente! Ma pur sempre un progresso rispetto a un altro suo premiatissimo libro: The Empire Project: The Rise and Fall of the British World System, 1830-1970, che non ne fa menzione alcuna nelle sue seicento e passa pagine a stampa. Discorso simile per quanto riguarda un titolo ancora precedente, sempre di Darwin: Britain and Decolonisation: The Retreat from Empire in the Post-War World. Anche qui la carestia sfugge alla sua attenzione. A esser sinceri, Darwin non è certo il solo a commettere questa dimenticanza, che all'opposto è assolutamente tipica. Prendiamo per esempio il professor Denis Judd, autore di Empire, acclamata storia generale dell'Impero britannico. Anche qui neppure un cenno alla carestia del Bengala. Fatto forse più sorprendente, Judd non la nomina nemmeno nella sua storia del Raj britannico, ovvero l'Impero anglo-indiano, intitolata The Lion and the Tiger: ma la cosa che più sgomenta è che non ne faccia cenno neppure nella sua biografia del leader nazionalista Nehru, colui che definì questa carestia “la sentenza definitiva sulla dominazione britannica”. Persino la prestigiosa Oxford History of the British Empire: The Twentieth Century, summa degli studi anglo-americani in merito, si dimentica della carestia. Val la pena ricordare che Lord Wavell, divenuto viceré nel corso della catastrofe, descrisse questa carestia come “uno dei più grandi disastri occorsi a un popolo sotto la dominazione britannica”. Si trattò, in effetti, del peggior disastro inflitto al subcontinente nel corso del XX secolo: ma è impossibile venirlo a sapere dalla lettura di una qualsiasi Storia dell'Impero britannico. Perché?
L'omissione non è casuale né idiosincratica, dacché troppi storici di valore se ne sono resi colpevoli: essa deriva proprio dall'enormità dell'accaduto. Che è incompatibile con qualsiasi interpretazione benevola dell'Impero britannico, vuoi del genere celebrativo vuoi di quello realista: perché a prestargli l'attenzione che esige, finirebbe giocoforza con lo spostare il centro di gravità storiografico in direzione antimperialista. Di conseguenza la carestia del Bengala viene obliterata. […] Eppure immaginiamo che la gran parte degli storici dimentichi o ignari della carestia del Bengala non esiterebbe a bollare come “criminale” qualsiasi altro regime del XX secolo che avesse presieduto alla morte per fame di così tanta gente. È evidente insomma che questa dimenticanza non può ascriversi alle manchevolezze di questo o di quell'altro singolo storico. Ci troviamo piuttosto di fronte alla sistematica rimozione di uno dei segreti inconfessabili della classe dominante britannica. Tale rimozione non può più esser tollerata. Durante gli anni che ci separano dalla prima edizione del presente volume (2006), Madhusree Mukerjee ha pubblicato Churchill's Secret War, un vigoroso resoconto della carestia e dell'operato britannico in merito. L'autrice sostiene che il bilancio delle vittime non sia di 3,5 milioni come generalmente accettato, bensì di 5 milioni. E sottolinea come durante tutto il periodo d'emergenza l'India continuasse a esportare il cibo che, laddove utilizzato per alleviare gli effetti della carestia, avrebbe forse salvato fino a 2 milioni di vite. E, per soprammercato, i britannici non spedirono viveri sufficienti ad affrontare la situazione nel Bengala. La priorità degli inglesi, sostiene Mukerjee, era assicurarsi che non vi fossero penurie in Gran Bretagna, nonché accumulare scorte di cibo in vista della liberazione d'Europa. Per dirla con Churchill, gli indiani a far la fame ci erano abituati. Un atteggiamento in cui è difficile non vedere una volontà di punire la popolazione indiana, nei confronti della quale Churchill aveva reso maniefsta la propria avversione a più riprese. Nel corso di quasi tutte le discussioni sull'India avvenute nel 1943 in sede di gabinetto di guerra, il Primo Ministro manifestò una “furia montante”, a tal punto da allarmare alcuni dei colleghi presenti. Beninteso, il ruolo di Churchill in questa catastrofe è stato taciuto dai suoi numerosi biografi. Ci si sarebbe perlomeno aspettato che Churchill's Secret War provocasse discussioni e polemiche, ma fino a questo momento si è atteso invano».
Questa carestia non è la prima né l'ultima in India. Lo spiega Ramtanu Maitra25:
«durante i centonovant’anni di saccheggio e di sfruttamento per mano britannica, il subcontinente indiano subì una dozzina di grandi carestie, che nel loro insieme uccisero milioni di indiani di ogni regione. Quanti milioni di indiani perirono in questo modo non è facile da stimare con esattezza, tuttavia i dati forniti dai dominatori britannici indicano che potrebbero essere sessanta. Ovviamente, la cifra reale potrebbe essere di gran lunga superiore».
Due dozzine di carestie uccidono almeno sessanta milioni di indiani. Di seguito quelle che hanno causato, ciascuna, più di un milione di vittime:
-Carestia del Bengala, 1770 - 10 milioni di morti
-Carestie di Madras, 1782-1783 e di Chalisa, 1783-1784 - 11 milioni di morti
-Carestia di Doji Bara (o “del teschio”) 1791-1792 - 11 milioni di morti
-Carestia del Doab Alto, 1860-1861 - 2 milioni di morti
-Carestia di Orissa, 1866 - 1 milione di morti
-Carestia di Rajputana, 1869 - 1,5 milioni di morti
-Grande Carestia, 1876-1878 - 5,5 (o 11) milioni di morti
-Carestie indiane, 1896-1897 e 1899-1900 - 6 milioni di morti
-Carestia del Bengala, 1943-1944 - 3,5 (o 5) milioni di morti
L'autore spiega bene come sia inaccettabile ricondurre tali carestie a fenomeni naturali, avendovi le autorità britanniche avuto un ruolo politico cosciente:
«La prima ragione della regolarità con cui le carestie si verificarono e furono lasciate imperversare per anni ad ogni occasione, sta nella politica imperiale britannica di spopolamento delle sue colonie. Se queste carestie non si fossero abbattute sull’India, la sua popolazione avrebbe raggiunto il miliardo molto prima del XX secolo, cosa che britannici consideravano o avrebbero considerato un esito disastroso. Innanzitutto perché una popolazione maggiore avrebbe significato un maggior consumo di prodotti locali da parte degli indigeni, riducendo le possibilità del Raj britannico di saccheggiare con profitto. La soluzione logica sarebbe stata quella di sviluppare infrastrutture agricole per tutta l’India, ma ciò avrebbe non soltanto costretto la Gran Bretagna a spendere più denaro per sostenere il proprio impero coloniale e bestiale, ma avrebbe anche sviluppato un popolo in salute che avrebbe potuto ribellarsi dell’abominio chiamato Raj britannico. Queste carestie di massa ebbero il risultato voluto di indebolire la struttura sociale e la spina dorsale degli indiani, rendendo sempre meno probabili le ribellioni contro le forze coloniali».
Perfino i «campi di soccorso» diventano uno strumento di controllo socio-demografico:
«Considerate le azioni del vicario del viceré Lytton, Richard Temple, un altro prodotto di Haileybury imbevuto di dottrina genocida in funzione imperiale. Temple prese ordini da Lytton per assicurare che le opere di soccorso non costassero “più del necessario”. Stando ad alcuni analisti, i campi organizzati da Temple non erano molto differenti da quelli delle SS. La gente, ormai mezza morta di fame, era costretta a marciare per centinaia di chilometri per raggiungere i campi in cui avrebbero avuto cibo razionato in cambio di lavoro, con quantità di cibo inferiori a quelle concesse ai futuri prigionieri dei nazisti».
Infine, riporta l'economista B.M. Bhatia:
«I britannici si rifiutarono di prestare un soccorso adeguato alle vittime della carestia motivando che tale misura avrebbe incoraggiato l’indolenza. Sir Richard Temple, che nel 1877 era stato selezionato per organizzare gli sforzi di soccorso in piena carestia, decise che la razione di cibo per gli indiani affamati dovesse ammontare a sedici once di riso al giorno, meno della dieta per i prigionieri del campo di concentramento di Buchenwald destinato agli ebrei nella Germania di Hitler. La ritrosia dei britannici nel rispondere con urgenza e vigore alla penuria di cibo ebbe come esito una serie di circa due dozzine di sconcertanti carestie, durante l’occupazione britannica dell’India. Queste spazzarono via decine di milioni di persone. La frequenza delle carestie mostrò un sconcertante tendenza a crescere nel XIX secolo».26
23. Citato in R. Maitra, La Carestia del Bengala e gli altri genocidi che i britannici vi nascondono, Movisol.org, 20 febbraio 2016.
24. J. Newsinger, Il libro nero dell'impero britannico, cit., pp. 16-19.
25. R. Maitra, La Carestia del Bengala e gli altri genocidi che i britannici vi nascondono, cit.
26. Per questa e la precedente citazione: Ibidem.

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