27 Settembre 2022

10. LA SECOLARE PRESENZA IMPERIALISTA IN AFGHANISTAN

Si ricorda l'Afghanistan come «il Vietnam dell'URSS». I sovietici sono stati bollati come imperialisti invasori del paese per i propri interessi geopolitici ed economici. Smonteremo pezzo per pezzo questa vulgata borghese.
Partiamo da alcuni fatti poco noti: l'Afghanistan ha subito per quasi tutta la sua storia dominazioni, invasioni o ingerenze delle potenze imperialiste occidentali. Già nel XIX secolo monarchia afghana, indipendente dal 1747, deve fronteggiare l'interventismo colonialista inglese, che sfocia in guerre anglo-afghane (1838-42 e 1878-80) al termine delle quali il paese si ritrova sotto sovranità limitata dal governo di Londra. Durante il regno di Habibullah (1901-1919) si forma e cresce un movimento nazionalista e progressista dei giovani afghani, che ottiene dal regnante il riconoscimento immediato e reciproco del governo bolscevico in Russia nel 1917. Nel 1919 viene assassinato Habibullah, aprendo così la strada del potere ai settori nazionalisti progressisti che riescono ad imporre al vertice Amanhullah. Il governo bolscevico russo appoggia il nuovo governo, chiedendo ai britannici di rinunciare ad ogni diritto e pretesa sul paese, riconoscendone così l’indipendenza e la sovranità. Di fronte al rifiuto di Londra scoppia la terza guerra anglo-afghana, breve e violentissima. Gli inglesi utilizzano tutti i più moderni mezzi bellici: autoblindo, aerei (con bombardamenti su diverse città afghane, compresa Kabul) lanciafiamme, pallottole esplosive; il valore degli afghani, unito alle difficoltà del territorio e soprattutto allo stato di agitazione delle popolazioni suddite di Londra (dall’Egitto all’India, dall’Irlanda al Somaliland), nonché il timore di alimentare l’influenza sovietica, sono i fattori che convincono la Gran Bretagna a stipulare la Pace di Rawalpindi (agosto 1919): l’Afghanistan ottiene il pieno riconoscimento della propria identità statuale e nel 1921 per tutelarsi dagli inglesi stipula un Trattato di amicizia, neutralità e cooperazione Afgano-Sovietico. Il che non impedisce alle spie britanniche di riuscire a fomentare una rivolta reazionaria contro Amanullah, deposto nel 1929. Fino al 1963 si alternano regnanti e governi tesi a mantenere un maggiore equilibrio tra Gran Bretagna (sostituiti nel dopoguerra dagli USA nella “sfera d'influenza”) e URSS, con una politica tendente al neutralismo in politica estera e ad una moderata modernizzazione in politica interna. Tra continui interventi e pressioni del blocco imperialista occidentale, viene varata una nuova Costituzione di stampo liberal-democratico nel 1964. Un anno dopo, nelle prime elezioni parlamentari della storia afghana, segnate da un clima di violenze, confusione e brogli, vengono eletti 200 deputati, in massima parte notabili locali, proprietari terrieri, funzionari governativi e qualche intellettuale. Alle elezioni partecipa anche il neonato Partito Democratico Popolare Afghano (PDPA) che raccoglie forze nazionaliste e progressiste (non meramente comuniste come spesso descritto) e che, pur ancora clandestino, riesce ad eleggere 4 candidati. Il nuovo governo rinnova con l’URSS per altri dieci anni il Patto di neutralità e reciproca non aggressione del 24 giugno 1931, il quale prevede anche reciproca assistenza in caso di aggressioni straniere. Sul piano della politica interna però le riforme liberali sono inefficaci e insufficienti ad avviare un serio sviluppo, tanto che nel 1972-73, in seguito ad una grave siccità, esplode una carestia che causa la morte di 200-300 mila persone, nonostante l'ampio sostegno alimentare internazionale.
In questo contesto nel 1973 l'ex primo ministro nazional-progressista Daud, con l’appoggio di un vasto fronte progressista e patriottico, rovescia la monarchia e istituisce la repubblica.
Il nuovo governo viene salutato con simpatia da Mosca e anche il PDPA, al cui interno si sono nel frattempo formate due fazioni distinte (Khalq e Parcham; divisi su base etnica, più che teorico-politica), decide di appoggiarlo, ponendosi alla guida delle lotte sociali e iniziando a radicarsi soprattutto tra studenti e giovani ufficiali delle forze armate. Il nuovo governo Daud inizia ad accettare l'idea di cedere alle pressioni provenienti dall'Iran (incentivato dagli USA) sulla necessità di contrastare maggiormente l'influenza sovietica all'interno del paese: nel settembre 1975 Daud licenzia 40 ufficiali militari addestrati dai sovietici e si impegna per il futuro a ridurre la dipendenza afghana dagli addestramenti forniti dall'URSS: tali misure erano richieste dall'Iran per accettare un aiuto economico da 2 miliardi di dollari. Nonostante la moderazione del regime repubblicano, già in questo periodo scoppia una rivolta islamica capeggiata dal leader mujahidin Hekmatyar, che condanna il «regime senza Dio, dominato dai comunisti». La linea viene radicalizzata dal 1977 quando, sotto pesanti pressioni internazionali, Daud decide di allontanare dal governo le forze nazionali e progressiste con una repressione che sancisce una svolta reazionaria e “di destra” del nuovo regime, accompagnata dall'annuncio presidenziale di voler bandire il pluripartitismo. In tale contesto si determina l’assassinio del prestigioso dirigente rivoluzionario M. Kayber (primi di aprile 1978). La reazione popolare è notevole: oltre 25.000 persone partecipano alla manifestazione di protesta. Di fronte all'ordine del presidente Daud di arrestare l’intero gruppo dirigente del PDPA, matura l’insurrezione dell'esercito che attua un golpe “democratico”: il 27 aprile 1978 reparti corazzati e unità aeree insorgono ed occupano i centri nevralgici del potere. Sono guidati da giovani ufficiali progressisti legati al PDPA, a cui si affiancano leader contadini e tribali, oltre al ceto intellettuale delle città, professori e studenti. Vengono liberati tutti i prigionieri politici. Daud viene ucciso. Si forma il Consiglio Rivoluzionario.
Inizia la storia della Repubblica Democratica Afghana, caratterizzata in questa primissima fase dalla leadership di Muhammad Taraki Nur, che rafforza immediatamente i legami dell'Afghanistan con l'URSS e crea un governo in cui si trovano rappresentate paritariamente le fazioni interne del PDPA.
Secondo Selig Harrison, specialista dell'Asia meridionale per il Washington Post, la prima causa del suddetto «colpo di Stato» sta proprio nell'atteggiamento dell'Iran, che per rompere il non-allineamento internazionale afghano, avrebbe forzato a tal punto la situazione da distruggere i delicati equilibri politici interni al paese, la cui situazione è drammatica:
«La Rivoluzione doveva cominciare praticamente da zero l’edificazione di una società moderna e civile, in un paese di 16 milioni di abitanti, composto da 22 nazionalità diverse, suddivise a loro volta in decine e decine di tribù e centinaia di clan; con il 90% della popolazione analfabeta, che tra le donne raggiungeva il 99%. Un paese dove la maggioranza dei contadini era senza terra e lavorava per i grandi possidenti, i quali controllavano tutte le attività commerciali, amministrative dello stato ed il reale potere politico. Un paese dove le lotte intestine tra gli schieramenti religiosi, sunniti e sciiti, venivano appoggiate e favorite anche dall’esterno, in modo da garantire lo storico “immobilismo dell’equilibrio”, che perpetrava lo status quo millenario, su cui si erano fondati fino ad allora tutti i regimi passati».
L'aspettativa di vita è di circa 40 anni, la mortalità infantile si attesta almeno al 25%, le misure igieniche assolutamente primitive, la denutrizione diffusa, le infrastrutture (strade di grande viabilità e ferrovie) praticamente inesistenti, l'agricoltura primitiva e l'identità nazionale pressoché assente: la popolazione si identifica ancora con i gruppi etnici esistenti.
È insomma «una vita ben poco diversa da quella che si viveva molti secoli fa».134
134. Fonti usate: E. Vigna, Afghanistan 1978, Rivoluzione democratica e nazionale, CCDP, giugno 2008; L'Afghanistan e la cattiva coscienza, L'Ernesto-Marx21 (web), 1 maggio 2001; Enciclopedia De Agostini, Afghanistan, Sapere.it; W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 503-504, 514.

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