29 Settembre 2022

09. IL BOLLENTE MEDIO ORIENTE

«In 170 anni di dominio in Medio Oriente l'imperialismo ha costruito un capolavoro di assurdità: non c'è un metro di territorio in tutta la regione mediorientale che non sia rivendicato da qualcuno e non c'è paese che possa dirsi al riparo da ambizioni di conquista altrui. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi, che ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein come proprio territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad assorbire alcuni emirati e parte del Kuwait, lo Yemen pretende la restituzione del territori che l'Arabia gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati, tutti Stati con debolissima giustificazione storica, rivendica un pezzo dell'altro: il Qatar rivendica il nord dell'Abu Dhabi, il Bahrein pretende alcune isole situate presso Qatar, Abu Dhabi rivendica la sovranità su Dubay, Shariah vuole l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole Shariah, e secondo l'emiro di Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati della costa di Oman fanno parte del suo territorio; per altro la Giordania è uno Stato inventato, mai esistito nella storia, il Libano in ultima analisi è sempre stato territorio siriano, Israele è uno Stato letteralmente artificiale programmato e realizzato secondo un disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed egiziani e aspira a nuove espansioni. Tutta la “legalità” del Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità, la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni con riga, compasso e matita, in base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi del popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare. Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare la geometria della spartizione delle ricchezze, in una sequenza interminabile di invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi militari, tra immani sofferenze e perdite spaventose delle popolazioni soggette. L'inchiostro con cui questa storia tragica è stata scritta negli ultimi 100 anni è il petrolio». (Filippo Gaja)118
Il Medio Oriente non ha mancato di sollecitare le attenzioni dell'imperialismo. Se nel primo '900 è stato teatro di occupazioni e domini indiretti da parte delle potenze inglesi e francesi, nel periodo della guerra fredda esso è diventato sfera di interesse degli USA:
«Il 9 marzo 1957, il Congresso degli Stati Uniti approvò una risoluzione presidenziale che divenne in seguito nota come dottrina Eisenhower. Si trattava di un semplice pezzo di carta, come le precedenti dottrine Truman e Monroe, in base al quale il governo degli Stati Uniti conferiva al governo degli Stati Uniti il rimarchevole e invidiabile diritto di intervenire militarmente in altri paesi. Con un tratto di penna, il Medio Oriente fu aggiunto all'Europa e l'emisfero occidentale divenne il campo da gioco dell'America. La risoluzione affermava che “gli Stati Uniti considerano elemento vitale ai fini dell'interesse nazionale e della pace mondiale la salvaguardia dell'indipendenza e dell'integraità delle nazioni del Medio Oriente”. Eppure, proprio in questo stesso periodo […] la CIA diede inizio alla sua operazione per rovesciare il governo siriano».119
In realtà gli USA non avevano esitato ad intervenire anche prima di tale risoluzione, come mostra il colpo di Stato organizzato nel 1953 in Iran. Abbiamo già visto il caso dell'Egitto, nel capitolo riguardante l'Africa, anche se rientrerebbe meglio nel discorso complessivo del Medio Oriente: i due paesi sono i maggiori esempi dell'opposizione totale degli USA a modelli politici variegati che si rifanno in forme diverse al nazionalismo, al panarabismo, al neutralismo o al socialismo (variamente inteso), ma contraddistinti tutti dalla consapevolezza di non poter accettare impunemente lo sfruttamento imperialista occidentale, incompatibile con il proprio sviluppo economico. Da allora il Medio Oriente è rimasto uno dei terreni prediletti dell'interventismo statunitense, sia durante che dopo la guerra fredda, mostrando come alla base delle ragioni delle interferenze non ci fosse solo un viscerale e paranoico anticomunismo e antisovietismo tipico della guerra fredda, ma una serie di interessi ben precisi di tipo economico-politico.
Nel 2006 Samir Amin120 ha scritto le seguenti righe, che appaiono profetiche in riferimento alla guerra in Siria e alla ripresa di una nuova conflittualità geo-politica con la Russia:
«Il progetto degli Stati Uniti, appoggiato dagli alleati europei subalternizzati (nonché da Israele per la regione specifica), consiste nel porre sotto il loro controllo militare tutto il pianeta. In questa prospettiva, il Medio Oriente è stato scelto in questa fase come obiettivo principale per quattro ragioni:
- nasconde le risorse petrolifere più abbondanti del pianeta e perciò il loro controllo diretto da parte delle forze armate statunitensi darebbe a Washington una posizione privilegiata ponendo i loro alleati - Europa e Giappone - e gli eventuali rivali (la Cina) in una scomoda situazione di dipendenza per i loro rifornimenti energetici;
- è situato nel centro del mondo antico e facilita la minaccia militare permanente contro la Cina, l’India e la Russia;
- la regione attraversa un momento di debolezza e di confusione, che permette all’aggressore di assicurarsi facilmente la vittoria, almeno nell’immediato;
- nella regione, gli Stati Uniti dispongono di un alleato di ferro, Israele, dotato di armamento nucleare.
L’aggressione ha posto i paesi situati sulla linea del fronte (Afghanistan, Iraq, Palestina, Libano, Siria, Iran) nella peculiare situazione di paesi distrutti (i primi quattro), o minacciati di distruzione (la Siria e l’Iran)».
Andiamo ora a ricostruire un quadro più articolato di quanto abbozzato in questo capitolo, tenendo sempre a mente i collegamenti con la “questione palestinese”.
118. Dalla quarta di copertina de F. Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, Maquis-CCDP, 1991.
119. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., p. 135.
120. S. Amin, L’aggressione Usa in Medio Oriente, Prctorino.it-CCDP, 9 ottobre 2006 [1° edizione originale agosto 2006].

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