18 Ottobre 2021

9.1. LA LOTTA TRA SOCIALISMO E CAPITALISMO SECONDO AMIN E ARRIGHI

In un intervento del 2013, l'economista marxista Samir Amin afferma che chiedersi se la Cina sia oggi socialista o capitalista «è una domanda mal posta, troppo generale ed astratta per avere una risposta che abbia un senso. Infatti la Cina ha seguito una via originale sin dagli anni '50, forse addirittura dalla rivoluzione Taiping del diciannovesimo secolo». Secondo Amin ci sono alcuni aspetti che vanno pesati attentamente prima di discutere della natura della Cina.
La proprietà collettiva della terra.
In ogni transizione al capitalismo, la terra è stata privatizzata. Oggi in Cina, nonostante decenni di pressione per la privatizzazione, la terra rimane di proprietà collettiva e solo i diritti d'uso sono scambiabili, in maniera limitata, sul mercato.
Questo ha permesso lo sviluppo di una «piccola produzione senza piccola proprietà» e un'urbanizzazione controllata, a differenza della combinazione di latifondo e urbanizzazione selvaggia (nelle baraccopoli) tipica di altri paesi del “Terzo Mondo”.
Lo Stato cinese.
La Cina ha un progetto di costruzione di un sistema industriale sovrano, da gestire in relazione con la “piccola produzione” agricola e in relazione all'integrazione della Cina nella globalizzazione capitalista. Un progetto del genere, che negli ultimi decenni ha permesso l'elevazione delle condizioni di vita di centinaia di milioni di persone, è del tutto assente nel resto del sud globale. Altri paesi hanno sviluppo economico, ma solo al prezzo di vendere la propria sovranità al progetto imperiale statunitense. Altri ancora rimangono nella povertà assoluta e in condizione subalterna.
L'integrazione nella globalizzazione.
A differenza dell'URSS che è rimasta isolata, un isolamento che ha poi giocato un ruolo importante nella fine dello Stato sovietico, la Cina si è lentamente aperta al mondo, pagando un prezzo alto all'integrazione nel mercato globale ma anche rendendosi indispensabile. La Cina è entrata nelle istituzioni finanziarie ma ha in parte costretto le istituzioni finanziarie a piegare le loro stesse regole pur di avere dentro la Cina. Una cosa che non è riuscita agli altri paesi “in via di sviluppo” come la Russia o il Brasile. Secondo Amin si può parlare di un «capitalismo di stato», poiché è evidente che nella produzione sono stati introdotti gli elementi tipici della produzione capitalista, a partire dall'estrazione di plus-valore. Ma si deve parlare di un capitalismo di stato particolare, diverso da quello, per esempio, francese. Il progetto di sviluppo nazionale e sovrano è di fronte a due sfide. La prima è costruire un sistema militare in grado di non subire l'aggressione dell'imperialismo. La seconda – probabilmente la più difficile – è la democratizzazione della vita sociale. Amin non intende qui l'adozione di un sistema di elezioni multipartitiche sul modello occidentale, ma la ripoliticizzazione della società, una nuova «linea di massa» che dia ai lavoratori cinesi una voce diretta sulla direzione che deve prendere la Cina. Perché si possano affrontare queste sfide, è necessario secondo Amin che la terra resti di proprietà collettiva.
L'economista italiano Giovanni Arrighi ha esposto, a metà del decennio precedente, una visione ottimista sulla creazione di una «nuova linea di massa». Secondo Arrighi da quando sono state avviate le riforme, la lotta di classe nei luoghi di produzione ha influenzato lo sviluppo dello stato cinese: nuove leggi sul lavoro, nuova assistenza sociale, un sostanziale arresto delle privatizzazioni. Secondo Arrighi, non si tratta solo di una virata più “sociale” delle politiche di stato, ma di un vero e proprio «contro-movimento» che ha «rimesso nella lampada il genio del capitalismo», evocato dalle riforme economiche. Un contro-movimento reso possibile dalle lotte della classe operaia cinese che – ben distante dall'immagine di schiavi impassibili dipinti dai media occidentali – non ha mai smesso di lottare sul luogo di lavoro. Nel frattempo, non si sono realizzati i sogni di molti capitalisti mondiali: il Partito Comunista Cinese non ha promosso riforme politiche in stile Gorbačev-Eltsin e l'apertura delle fila del Partito ai «capitalisti patriottici» è stata limitata. Secondo Arrighi non si può parlare di capitalismo in Cina fin tanto che la classe capitalista, per quanto potente, non può prendere il controllo sullo Stato. Come Amin, Arrighi non si avventura a chiamare “socialismo” la formazione economico-sociale attualmente presente in Cina, si limita a registrare e auspicare per il futuro una «società di mercato non capitalista».66
66. Paragrafo a cura di Paolo Rizzi, che ha usato come fonti: S. Amin, China 2013, Monthly Review, 1 marzo 2013; G. Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2008.

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