02 Agosto 2021

02. LA LUNGA DECADENZA NELL'EPOCA DELL'IMPERIALISMO

«Lo spietato sfruttamento economico e l'oppressione politica esercitata sui contadini da parte dei proprietari fondiari costrinsero a più riprese i contadini a ribellarsi contro il loro dominio […]. Queste lotte di classe dei contadini - sollevazioni contadine e guerre contadine - costituirono appunto la forza motrice reale dello sviluppo storico nella società feudale cinese».
(Mao Tse-tung, da La rivoluzione cinese e il Partito comunista cinese, dicembre 1939)
È difficile capire tutta la storia contemporanea cinese senza inquadrarla come una reazione complessiva alla decadenza subita a causa dell'interventismo occidentale a partire dal XIX secolo. La civiltà cinese è infatti una delle più antiche e gloriose della storia umana, ma a partire da tale periodo viene sconvolta dalle potenze imperialiste. L'evento più lancinante e straziante, per quello che già all'epoca, con circa 400 milioni di abitanti, è il paese più popoloso del mondo, è senza dubbio la rivolta dei Taiping (1850-1864), un'enorme sommossa sociale, base di partenza per i movimenti rivoluzionari del XX secolo (Mao stesso vi si è ispirato): è il primo tentativo di ribellarsi alle umiliazioni subite dalle potenze imperialiste occidentali, ma anche di scuotere il paese dalla miseria crescente, dalla diffusa corruzione su cui si regge un sistema semi-castale inefficiente e ormai antiquato.
Scrivendo nel giugno 1853, Marx accoglie questa “rivoluzione cinese” con la speranza che possa «gettare una scintilla nella densa melma dell'odierno sistema industriale, causando l'esplosione della crisi generale che si cova da lungo tempo». «Sarebbe», continua Marx, «uno spettacolo curioso, quello della Cina che porta il disordine nel mondo occidentale».
La repressione, attivamente e ferocemente appoggiata dagli Inglesi, che combattono il movimento anche in prima persona, nel contesto della sempre più sanguinosa presenza durante le “Guerre dell'Oppio”, costa al paese decine di milioni di morti. Le stime variano tra i 20 e i 25 milioni.
La storia della Cina moderna nasce nel sangue e nella decisione imperiale di appoggiarsi sull'invasore straniero piuttosto che sulle istanze riformiste autoctone.3 Ciò segna una decadenza irrefrenabile che andrà avanti fino alla metà del '900. Per tracciare un rapido profilo degli eventi e delle problematiche dell'epoca precedente alla prima guerra mondiale riportiamo una presentazione di Angelo Bertozzi4:
«Alla fine dell'Ottocento il “Celeste Impero” è l'oggetto del desiderio di un vero e proprio “cartello” di potenze imperialiste - Inghilterra, Francia, Germania, Giappone, Stati Uniti e Italia - che alla penetrazione commerciale uniscono il controllo territoriale, le spedizioni punitive e la repressione. La dinastia Qing, sempre più in balia degli aggressori e sempre più screditata tra il popolo, cerca di rispondere all'aggressione imperialista tentando la via della modernizzazione e delle riforme, mentre tra le masse contadine e tra gli intellettuali si diffonde il nazionalismo e i primi fermenti rivoluzionari. […] La Cina che si presenta nella seconda metà del XIX secolo non è più l'orgoglioso e isolato “Impero di Centro”, geloso custode di una cultura millenaria. Le due “guerre dell'oppio”, quella contro l'Inghilterra (1839-42) e quella contro Inghilterra e Francia (1856-60) hanno forzatamente aperto le sue frontiere e intaccato la sua sovranità a favore degli aggressori: apertura al commercio di quindici porti, un potere sostanzialmente sovrano nelle concessioni (Canton, Shanghai, Tientsin) nelle quali le autorità straniere si affiancano, quando non sostituiscono, a quelle cinesi, il controllo delle dogane con l'affidamento ad un inglese dell'Ispettorato generale della dogane imperiali e la libertà di navigare nelle acque interne con le corazzate. Inoltre, la dinastia Qing, al potere dal XVII secolo, deve fare i conti con lo scoppio di numerose rivolte interne, la più pericolosa delle quali è quella dei Taiping, e con un discredito in continuo aumento. È tutto un mondo che sembra in pericolo il cui crollo si vuole arrestare dando il via ad una difficile restaurazione e ad una prima politica di modernizzazione. Lo scopo è, infatti, quello di difendere gli interessi nazionali, operare una maggiore resistenza per poter trattare su di un piano di parità. Ad avere il maggiore interesse alla stabilità del potere imperiale sono le potenze coloniali. Una politica contraddittoria? Tutt'altro: è la politica di chi vuole come controparte un interlocutore debole, bisognoso d'aiuti e, quindi, ricattabile. In questa prospettiva deve essere letto l'appoggio militare ed economico dato per il successo sulla rivolta dei Taiping. A dirigere la restaurazione e la politica di rafforzamento (Ziqiang) è l'Imperatrice Vedova Ci-xi, madre del giovanissimo imperatore Tongzhi salito al trono nel 1861 a soli tre anni, la cui influenza durerà per quasi un cinquantennio con interventi diretti e incisivi negli affari di governo. Accanto a lei si muove un vero e proprio “brain trust” composto di intellettuali e funzionari (tra questi Feng Guifen, il principe Gong e Zeng Guo-fan) che hanno come obiettivo la restaurazione dell'ortodossia confuciana e le istituzioni tradizionali. L'allontanamento da queste è, ai loro occhi, la causa del declino imperiale. L'importanza riconosciuta all'aspetto culturale è, peraltro, testimoniata dalla decisione di ampliare l'insegnamento dei principi confuciani tra le masse contadine attraverso la formazione di oratori stipendiati e la larga diffusione degli Editti sacri, la serie delle sentenze imperiali. Organo guida dello Ziqiang è l'Ufficio per l'amministrazione generale (Zongli Yamen) presieduto dal principe Gong e preposto ai rapporti con gli occidentali. Alla superiorità tecnologica e militare di quest'ultimi, delle quali la Cina ha fatto le spese, si rivolge il nuovo corso politico del Celeste Impero: innestare sulle sempre valide conoscenze cinesi le tecniche occidentali. A questo proposito, così si esprime Feng Guifen: “Se lasceremo che la morale cinese e i famosi insegnamenti fungano da base originale, e che essi siano integrati dai metodi usati dalle varie nazioni per il conseguimento della prosperità e della forza, non sarebbe il migliore di tutti i metodi?”

L'avvicinamento all'Occidente (Yangwu Yundong) doveva, quindi, limitarsi all'acquisizione del segreto alla base della sua potenza: armi e arsenali. Come riassume il letterato Wei Yuan bisogna “assimilare la superiorità tecnica barbara per controllare i barbari”... […] Il programma di rafforzamento si dirige anche verso il settore civile dell'economia. Il modello studiato dai funzionari governativi, detto “Guan du shang ban”, prevede il controllo statale con la gestione privata da parte di associazioni di mercanti cinesi dai quali dovrebbero pervenire i capitali. Ai funzionari è affidato il potere decisionale. È l'inizio di un capitalismo moderno in Cina che, agli occhi dei riformatori, avrebbe avviato una fase di sviluppo economico capace di rispondere alla forza commerciale ed economica straniera. Lo Stato diventa il motore principale dello sviluppo grazie ad una ingente politica di prestiti che si rivela indispensabile. […] Tuttavia, la politica di rafforzamento deve fare i conti con la persistenza e la resistenza della tradizione. […] Accanto alla mancanza di ingenti capitali, nonostante quelli che il governo non lesina, e alla mancanza di coordinamento degli sforzi, le iniziative economiche si devono scontrare con l'apparato burocratico che detiene il potere direttivo nelle grandi imprese e che è interessato a mantenere l'ordine sociale esistente. La stessa “neonata” borghesia (mercanti, compradores e funzionari tecnici) ha forti legami con l'élite burocratica tradizionale, anzi cerca di acquisirne i titoli e le funzioni con le ricchezze accumulate. Le due realtà sociali, anziché distinguersi, si compenetrano. A sancire il fallimento degli sforzi di modernizzazione sono i rapporti con le potenze straniere. […] Condizione indispensabile per l'avvio e il progresso del rafforzamento economico e militare era il permanere di rapporti pacifici con le potenze occidentali. Quest'ultime, d'altronde, avevano guadagnato molto terreno in seguito alle due guerre dell'oppio: apertura al commercio di quindici porti, un potere sostanzialmente sovrano nelle concessioni (Canton, Shanghai, Tientsin) nelle quali le autorità straniere si affiancano, quando non sostituiscono, a quelle cinesi, il controllo delle dogane con l'affidamento ad un inglese dell'Ispettorato generale delle dogane imperiali e la libertà di navigare nelle acque interne con le proprie corazzate. Inoltre, una forte discriminazione razziale tiene lontani i cinesi dalle aree controllate dagli occidentali.
Mentre consolidano i propri interessi sul territorio cinese, le potenze straniere, alle quali dobbiamo aggiungere il Giappone, estendono le proprie mire agli Stati “tributari” del Celeste Impero, a dimostrazione di come la politica di conciliazione perseguita dai riformatori sia solo un'illusione o, peggio ancora, ma più realisticamente, l'atteggiamento più rispondente alle intenzioni degli aggressori. Al centro dell'attenzione c'è il Vietnam, un impero tributario con il quale la Cina intrattiene profondi rapporti politici ed economici. La Francia, che dal 1860 ha dato il via alle prime annessioni territoriali nel sud, vuole il controllo del golfo del Tonchino, un importante snodo commerciale. Falliti i tentativi di conciliazione messi in campo dalla Cina e consumati i primi scontri militari con i volontari cinesi (le “Bandiere Nere”), la Francia inizia le ostilità nell'estate del 1884 in tutta la Cina meridionale: viene bombardato il porto di Fuzhan, affondata la flotta cinese e occupate parzialmente Taiwan e le isole Pescadores. Il trattato di Tientsin (primavera 1885) riconosce alla Francia il protettorato sul Vietnam, l'apertura al commercio del sud-ovest della Cina e il diritto di essere consultata in caso di avvio di una politica di sviluppo ferroviario. Negli stessi anni l'Inghilterra impone un trattato alla Thailandia e ottiene il protettorato sulla Birmania, mentre il Giappone estende la propria influenza sulla Corea. Nel 1892, infine, anche il Laos entra nell'orbita francese. Un passo alla volta viene meno, quindi, il sistema di stati cuscinetto che proteggeva i confini dell'impero cinese. Ma la sconfitta che sanziona il completo fallimento della politica di rafforzamento e apre la fase più acuta dell'attacco imperialista, è quella inflitta dal Giappone. Motivo della contesa è la volontà nipponica di rafforzare il controllo sulla Corea ponendo fine alla tradizionale influenza cinese. La Cina dichiara la guerra l'1 agosto 1894 e deve subito fare i conti con un esercito nemico moderno e qualitativamente superiore che si sbarazza facilmente della neonata marina cinese, invade Taiwan e arriva a minacciare Pechino. Il trattato di Shimonoseki (30 marzo 1895) è una vera e propria umiliazione imposta da un paese che la Cina aveva sempre considerato inferiore: rinuncia alla sovranità sulla Corea, cessione di Taiwan, delle isole Pescadores e della penisola di Liaodong, pagamento di una pesante indennità di guerra, apertura di porti con la possibilità per i giapponesi di impiantare proprie fabbriche. È il segnale di avvio del “break up of China”, lo spezzettamento del territorio cinese ad opera del “cartello” delle potenze imperialiste cui si aggiunge, sebbene in posizione debole e defilata, l'Italia. La debolezza della preda rende più virulenta la loro politica di penetrazione: le battaglie per le concessioni, gli interessati prestiti statali, le richieste di territori in affitto, il riconoscimento di zone d'influenza e la costruzione di ferrovie costituiscono le nuove modalità con le quali, nel giro di quattro intesi anni, vengono estorte nuove quote di sovranità alla Cina. Molto attiva è la Russia zarista interessata ad estendere la propria influenza sulla Manciuria. In cambio di una offerta di alleanza antigiapponese ottiene con il Trattato di Mosca (maggio 1896) il via libera per la costruzione di una linea ferroviaria - la Transmanciuriana - con forti diritti sui territori interessati: esenzione dall'imposta fondiaria, diritto di sfruttamento delle miniere all'interno dell'imprecisato “territorio della strada ferrata”, poteri di amministrazione e di polizia e mantenimento di una guardia. La Germania, presa a pretesto l'uccisione di due missionari, organizza una spedizione punitiva che si conclude con la firma di un trattato (6 marzo 1898) in base al quale ottiene il prestito per 99 anni del porto di Jiaozhou nello Shandong con il diritto di costruire una base navale fortificata e di occupare militarmente le zone circostanti sulle quali la Cina non può adottare alcun provvedimento senza accordarsi preventivamente con la Germania. Seguono a ruota la concessione in affitto alla Francia, con eguali diritti, di una zona del Guandong e l'estensione delle zone in affitto intorno a Hong Kong a favore dell'Inghilterra che inoltre, in cambio di un prestito, ottiene la sanzione definitiva del controllo sulle dogane cinesi. In questi anni si affacciano sulla “torta cinese” anche gli Stati Uniti che, sconfitta la Spagna nella guerra per Cuba (maggio 1898), si sono assicurati il controllo delle Filippine, vera e propria base d'appoggio naturale per l'ingresso nel mercato cinese e asiatico. Preoccupati di essere esclusi definitivamente dalla spartizione in atto e dalla creazione delle zone d'influenza, chiedono nel settembre del 1899, in una nota inviata dal segretario di Stato Hay a Germania, Francia, Inghilterra e Giappone, di garantire libero ed eguale accesso commerciale in Cina senza tariffe preferenziali. Una richiesta, questa, che non mette in discussione l'esistenza delle zone di influenza e delle rapine effettuate ai danni della Cina. […]
La pesante sconfitta con il Giappone rappresenta un importante crocevia politico-ideologico per alcuni settori dell'élite cinese che, consapevoli, ormai, del fallimento della politica di rafforzamento, ritengono indispensabile inaugurare una stagione di riforme dello Stato per impostare una resistenza efficace all'aggressione imperialista. Condizione necessaria per dare il via a questo percorso è la riforma dell'ideologia tradizionale, base del potere imperiale, che dev'essere compenetrata con quella occidentale per liberarla dagli elementi più retrivi e conservatori. La sfida che il nuovo nucleo di intellettuali lancia è, quindi, quella di trovare una nuova guida ideologica all'azione. Dal punto di vista sociale la truppa dei riformatori è composta in gran parte da uomini della élite burocratica tradizionale che non vogliono mettere in discussione il proprio potere e il ruolo centrale che ricoprono nella società, ma anche, in parte, avventuratisi nelle imprese moderne in seguito all'apertura al mercato mondiale. Una sorta di primo, anche se non ben delineato e numericamente esiguo, nucleo di grande borghesia nazionale dagli intenti fortemente patriottici. […] A partire dalla sconfitta con la Francia nella contesa per il Tonchino aumentano, in numero e intensità, i fenomeni di ribellione e resistenza popolare nei confronti della presenza degli stranieri e delle loro strutture, sul territorio cinese e nei confronti di un governo percepito sempre più come incapace e connivente con gli aggressori. E di connivenza in nome dello “status quo” se ne può certo parlare: le potenze straniere non nascondono, infatti, l'interesse di mantenere la dinastia Manciù al potere, mentre quest'ultima deve ottenere la loro benevolenza per puntellare il controllo sull'impero in una situazione estremamente delicata. Le rivolte popolari, anti-straniere ma anche anti-dinastiche, ricevono peraltro il sostegno e la copertura “ideologica” di funzionari locali e intellettuali; fatto, questo, che segnala l'emergere del consenso nei confronti di una nuova linea, per quanto debole e minoritaria, di intransigenza […] verso le potenze imperialiste. Le proteste violente contro i “diavoli stranieri” hanno per oggetto soprattutto le missioni cristiane e cattoliche che si stanno sviluppando anche nel centro della Cina, lontano dalle zone costiere delle concessioni. L'estensione delle loro proprietà fondiarie, la protezione loro accordata ufficialmente da autorità sempre più screditate, le umiliazioni inferte alle popolazioni locali, e la continua penetrazione culturale che preoccupa i funzionari e i letterati custodi della tradizione confuciana, sono tutti fattori che alimentano l'incendio. Le rivolte più importanti, sia per la partecipazione popolare che per le capacità organizzative […] sono quelle che scoppiano nel 1891 nella valle dello Yangzi nel corso delle quali sono massacrati ben millecinquecento cinesi convertiti al cristianesimo e vengono assalite strutture occupate dalle missioni, palazzi governativi e case dei ricchi. I ribelli, infine, arrivano anche a nominare un nuovo imperatore. Le potenze occidentali reagiscono inviando cannoniere nelle zone coinvolte, chiedendo indennizzi e punizioni esemplari e, su suggerimento francese, ipotizzando un'azione militare congiunta. Il governo cinese cede: un editto imperiale elogia le missioni cristiane, vengono destituiti i governatori sospetti di atteggiamenti anti-stranieri e pagati i primi risarcimenti. L'insofferenza nei confronti della penetrazione straniera si acuisce negli ultimi anni del secolo. Sono sempre più frequenti, infatti, le ribellioni popolari che hanno per oggetto i missionari, le missioni cristiane e cattoliche e i cinesi convertiti. Ad ogni incidente le potenze straniere, che dei missionari sono le tutrici, rispondono con dimostrazioni di forza (la “politica delle cannoniere”), esigendo forti indennizzi in denaro e dure pene per i colpevoli. A queste motivazioni di carattere “nazionale”, dobbiamo aggiungere quelle di carattere sociale: ad ingrossare le fila dei ribelli sono i contadini e i piccoli artigiani colpiti dalla concorrenza internazionale, messi in ginocchio da tasse sempre più pesanti, conseguenza degli impegni bellici e delle indennità di guerra, dalle corvée e dalla necessità di vendere i terreni e le proprie braccia a causa dell'indebitamento. Alla luce di questa duplice natura dobbiamo leggere la rivolta dei Boxer. La provincia che la partorisce è lo Shandong - nord est della Cina - duramente colpita dalla guerra con il Giappone e, subito dopo, oggetto delle mire imperialistiche di Germania e Inghilterra che prendono in affitto territori, aprono fabbriche e miniere e costruiscono ferrovie su terreni sottratti ai cinesi. Terra natale di Confucio, lo Shandong ospita una massiccia attività di proselitismo cristiano: i missionari e i numerosi convertiti accaparrano terre, si servono di bande armate e ottengono la protezione delle autorità locali; costituiscono un gruppo privilegiato sempre meno tollerato dalla popolazione locale che lo addita come unico responsabile di ogni male. Questo, ad esempio, è un proclama di una banda di Boxer: “Dal tempo del regno di Xianfeng [1851-61], la Chiesa cattolica e gli Occidentali hanno insieme complottato per distruggere la Cina. Hanno dilapidato il denaro del nostro paese, demolito i nostri templi, distrutto le effigi del Buddha, usurpato le terre dove il popolo aveva le sue tombe; migliaia di persone li odiano. Ogni anno gli alberi e le colture del popolo sono stati colpiti da flagelli, insetti o siccità. Per questo il paese era sconvolto, il popolo inquieto e la collera aveva raggiunto il Cielo”. I Boxer - in cinese Yi he tuan (Milizie della giustizia e della concordia) - costituiscono una società segreta con proprie credenze religiose e magiche, talismani e formule di invulnerabilità, i cui adepti praticano la boxe come rituale. […] Priva di un capo unico e carismatico, si divide in due sezioni principali, distinte dal colore del turbante, della cintura e degli stendardi, le cui unità di base sono i “Tan”, allo stesso tempo l'altare, il quartiere generale e il territorio sul quale viene esercitata l'autorità. La maggioranza degli adepti è costituita da contadini e braccianti ai quali si aggiungono artigiani in rovina, maestri, soldati e un variegato panorama di sbandati e declassati. I Boxer, rappresentanti di un mondo di vittime, sono però carenti dal punto di vista ideologico e si limitano a presentarsi come difensori del popolo e a redistribuire parte dei bottini. Nelle loro file, mano a mano che il motivo antistraniero diventa dominante, entrano anche funzionari locali. Dopo le prime azioni contro gli stranieri nel 1898-99 e l'iniziale repressione delle autorità nello Shandong, i Boxer si spostano a nord e, all'inizio del 1900, controllano una vasta area fino al porto di Tientsin. Il 13 giugno, dopo aver tenuto testa alle truppe straniere in diversi scontri, entrano a Pechino dove incendiano chiese e massacrano cristiani. Ormai dilagano in tutto il nord-est della Cina ottenendo un forte appoggio tra la popolazione e l'esercito. La corte e l'imperatrice vedova Cixi decidono, quindi, di appoggiare la ribellione per dirigerla contro le potenze straniere e rafforzare la propria posizione nel paese. Il 21 giugno, il giorno dopo l'uccisione di un diplomatico tedesco e l'apertura del fuoco da parte delle truppe cinesi, l'imperatrice dichiara la guerra.
Per due mesi il quartiere delle legazioni a Pechino, in cui si trovano 473 civili stranieri protetti da 450 guardie straniere e da uno sparuto gruppo di marinai francesi e italiani, è posto sotto assedio dai Boxer e dalle truppe cinesi che, tuttavia, evitano di passare all'attacco. Violenze si segnalano in altre zone del nord-est dove i ribelli uccidono duecento missionari stranieri e trentamila cinesi convertiti. Nel sud, invece, le autorità provinciali non assecondano la politica della corte e si accordano con i consoli stranieri per tenere la situazione sotto controllo. Sull'onda di una massiccia campagna interventista che sobilla l'opinione pubblica, i governi stranieri si accordano per l'invio di una spedizione militare congiunta. Sotto la maschera della missione in nome della civiltà agisce la forte preoccupazione di perdere il terreno guadagnato negli ultimi cinquant'anni e la volontà di dare una dura lezione. Il programma è chiaramente enunciato dall'imperatore tedesco Guglielmo II: “Nessuna grazia! Nessun prigioniero! Mille anni fa, gli Unni di re Attila si sono fatti un nome che è entrato nella storia e nella leggenda. Allo stesso modo voi dovete imporre in Cina, per mille anni, il nome 'tedesco' di maniera che mai più in avvenire un cinese osi guardare di traverso un tedesco”.
Il contingente internazionale, composto da 16 mila uomini tra giapponesi, russi, inglesi, americani, tedeschi, francesi, austriaci e italiani, sbarca a Tientsin e il 14 agosto 1900 entra a Pechino e libera il quartiere delle legazioni. È l'inizio di una rappresaglia senza pietà: in una capitale messa al sacco vengono massacrati migliaia di uomini e il Palazzo Imperiale è occupato e spogliato dei suoi tesori. Interi villaggi vengono incendiati e in Manciuria la pacificazione è assicurata dai soldati russi con lo sgozzamento di migliaia di uomini, donne e bambini. L'imperatrice, che si era rifugiata a Sian, cede e il 7 settembre 1901 la corte accetta il protocollo che raccoglie le dure richieste straniere: punizione con la morte e l'esilio per i rivoltosi, messa al bando delle società antistraniere, pagamento di una pesante indennità di guerra garantita dalle entrate delle dogane, divieto per due anni di importare armi, divieto di ingresso ai cinesi nel quartiere delle legazioni presidiato da truppe straniere così come dodici punti sulle vie di accesso sul mare da Pechino. Per la sovranità cinese è un colpo tremendo, una vera e propria umiliazione nazionale. Negli stessi anni altri movimenti testimoniano lo sviluppo della volontà di resistenza e rinnovamento. Nell'ottobre del 1900 Sun Yat Sen, il futuro padre della repubblica cinese, guida nel Guandong una rivolta repubblicana con ventimila seguaci, in maggioranza contadini. Il tentativo, senz'altro prematuro, fallisce, ma il segnale è chiaro: la Cina tradizionale, i suoi ceti dirigenti, devono fare i conti con una nuova generazione di intellettuali nazionalisti e fortemente rinnovatori».
Come spiega l'Accademia delle Scienze dell'URSS ,
«Lenin in un articolo pubblicato nel dicembre 1900 nel primo numero dell'Iskra, mise in luce le vere cause dell'insurrezione dei Boxer: “Potevano i cinesi — scriveva — non odiare degli uomini che erano giunti in Cina solo per il profitto, che si servivano della propria civiltà solo per l'inganno, il saccheggio e la violenza, che conducevano una guerra contro la Cina per ottenere il diritto di commerciare l'oppio (la guerra dell'Inghilterra e della Francia contro la Cina nel 1856), che coprivano ipocritamente la politica del saccheggio con la diffusione del cristianesimo?”. Egli affermava che negli ultimi anni “uno dopo l'altro i governi europei si sono messi a saccheggiare accanitamente, cioè ad 'affittare', le terre cinesi, tanto che non a caso si era parlato di una spartizione della Cina”. Dalla tribuna del Reichstag anche August Bebel smascherò la politica della Germania imperialista in Cina e le atrocità compiute dalle truppe tedesche. L'insurrezione popolare dei Boxer ebbe una grande importanza per lo sviluppo della lotta di liberazione nazionale in Cina. Essa dimostrò la decisione del popolo cinese di resistere all'aggressione e impedì la spartizione territoriale della Cina tra gli imperialisti. Tuttavia, le forze unite degli imperialisti, dotate di armi più moderne, riuscirono a sconfiggere il movimento e a rafforzare le proprie posizioni nel paese. All'inizio del XX secolo era ormai compiuto il processo di trasformazione della Cina in semi-colonia delle potenze imperialiste».
3. J. Newsinger, Il libro nero dell'impero britannico, Maut – 21, Palermo 2014 [1° edizione originale The Blood Never Dried: A People's History of the British Empire, 2006; 2° edizione aggiornata, 2013], pp. 76-96.
4. D. A. Bertozzi, Sul declinante celeste impero piomba il colonialismo europeo, Storia in network, n° 117-118, luglio-agosto 2006.
5. Accademia delle Scienze dell'URSS, Storia universale, vol. VII, cit., cap. L'insurrezione dei Boxer-CCDP.