17 Settembre 2021

5.2. MAO E LA CINA NEMICI DELL'URSS DI CHRUSCEV, BREZNEV E GORBACEV

«Il dogmatismo e il revisionismo si contrappongono entrambi al marxismo. Il marxismo deve necessariamente andare avanti, svilupparsi in ragione dello sviluppo della pratica, non può segnare il tempo. Se si facesse stagnante e stereotipato, non avrebbe più vita. Tuttavia, non si possono infrangere i principi fondamentali del marxismo senza cadere nell'errore. Considerare il marxismo da un punto di vista metafisico, come qualcosa di rigido, è puro e semplice dogmatismo. Negare i principi fondamentali e la verità universale del marxismo è revisionismo, è, cioè, una forma di ideologia borghese. I revisionisti cancellano la differenza tra il socialismo e il capitalismo, tra la dittatura del proletariato e quella della borghesia. Ciò che essi auspicano è, di fatto, non la linea socialista, bensì la linea capitalista. Nelle presenti circostanze, il revisionismo è ancora più nocivo del dogmatismo. Sul fronte ideologico ci incombe un compito importante: quello di criticare il revisionismo». (Mao Tse-tung, da Intervento alla conferenza nazionale del Partito Comunista Cinese sul lavoro di propaganda, 12 marzo 1957)
Le cose cambiano con la morte di Stalin. Inizialmente Mao sottolinea la necessità di proseguire nella collaborazione con l'URSS ma già nel 1956 iniziano le critiche private alla “destalinizzazione” promossa da Chruščev. Le divergenze sarebbero esplose pubblicamente solo nel 1959. Il deterioramento dei rapporti è dovuto sia alle critiche sovietiche all'incauto “Grande balzo in avanti”, sia alle divergenze profonde sulla collocazione internazionale e sulle diverse interpretazioni della “coesistenza pacifica”: «Mao temeva che l'URSS chruščeviana fosse disposta a sacrificare la propria solidarietà alla Cina e alle lotte di liberazione del Terzo Mondo sull'altare di un compromesso con gli Stati Uniti» che distogliesse gli investimenti interni dal settore militare per favorire lo sviluppo socio-economico interno. Ne segue una polemica ideologica feroce in cui Grover Furr prende giustamente le parti di Mao come più corretto interprete di una politica estera marxista-leninista.
La tensione aumenta nel giugno 1959, quando Chruščev fa sapere ai cinesi che non li avrebbe aiutati ad ottenere la bomba atomica per non vanificare la distensione e la cooperazione con l'Occidente. Soltanto tre mesi prima «era scoppiata in Tibet una rivolta armata, sostenuta e finanziata dagli Stati Uniti» che crea grossi problemi alla Cina, in tensioni politico-militari anche con l'India, spalleggiata anche in questo caso dall'URSS.
Infine nel luglio 1960 avviene la sciagurata decisione di Chruščev di richiamare migliaia di tecnici e di esperti che l'URSS aveva inviato in Cina in cooperazione alla costruzione di un'industria moderna. In un clima di crescente scontro politico-ideologico nell'aprile e nel maggio 1962 si verificano perfino incidenti di frontiera tra Cina e URSS. In questa fase la responsabilità politica di Chruščev nell'aver rovinato le relazioni tra le due principali potenze comuniste mondiali è immensa. La sua caduta nel 1964 non porta ad un miglioramento nelle relazioni tra i due paesi, ormai poco fiduciosi l'uno dell'altro. I cinesi continuano a bollare come «cricca revisionista» il PCUS di Kosygin e Breznev. Negli anni successivi la Cina cerca in ogni maniera di uscire dall'isolamento internazionale cui l'hanno condannata l'URSS e gli altri Stati socialisti (con la sola eccezione dell'Albania). Riesce una manovra di avvicinamento con la Romania di Ceausescu, che porta ormai avanti una politica estera relativamente indipendente da Mosca, ma esplode il paradosso con l'intervento sovietico a Praga del 1968: in tale occasione Mao critica fortemente la «cricca revisionista di Dubcek», accusata di voler portare la Cecoslovacchia verso il capitalismo e la socialdemocrazia; allo stesso tempo la Cina si unisce alle potenze occidentali nella condanna dell'URSS. La situazione di conflittualità tra i due paesi raggiunge l'apice nel 1969, con lo scoppio di una vera e propria guerra lungo i confini sino-sovietici. Arrivati a questo punto la Cina, sempre più indebolita sia sul piano interno (dalla Rivoluzione culturale) che su quello esterno (con il rischio di una guerra contro l'ex alleato sovietico, nel timore esagerato che questo possa utilizzare l'arma nucleare), gioca una carta inaudita:
avvia la normalizzazione dei rapporti diplomatici con il nemico storico del paese, gli USA.
«La svolta nella politica internazionale di Pechino era in effetti di enorme portata: il rapporto preferenziale con gli USA e il Giappone prendeva il posto dell'alleanza coi paesi socialisti e con quei paesi non allineati e movimenti di liberazione che in vario modo avevano un rapporto stretto e solidale con l'Unione Sovietica. Quella svolta, anche se certamente portò una serie di vantaggi alla RPC come nazione, si accompagnò anche ad alcune scelte in campo internazionale che ne intaccarono fortemente il prestigio nel movimento comunista e tra le forze progressiste e antimperialiste a livello mondiale (come ad esempio l'ostilità al governo Allende in Cile, il sostegno all'UNITA contro il MPLA nella lotta di liberazione in Angola, o quello ai khmer rossi in Cambogia, l'ostilità nei confronti del Vietnam, sfociata in incursioni militari nel suo territorio, l'apprezzamento per l'installazione degli euromissili). Tutte scelte compiute in funzione anti-sovietica e in convergenza tattica con gli Stati Uniti».
Si può parlare di “tradimento” per questo periodo, iniziato negli ultimi anni dell'era Mao e proseguito fino a inizio anni '80, quando la Cina arriva perfino a sostenere i ribelli islamici in Afghanistan contro le truppe sovietiche? Certamente le responsabilità primarie della rottura dell'alleanza sono imputabili all'URSS di Chruščev; allo stesso tempo si può ribattere che la stessa Cina abbia di fatto avviato per un decennio abbondante lo stesso ragionamento dapprima denunciato come revisionista, andando molto più in là rispetto a quelle che per Chruščev erano solo intenzioni non dispiegatesi in pieno (per lo meno sotto il suo comando). La Cina, con qualche eccezione (quale il proseguimento del sostegno militare alla lotta dei Vietcong) mette da parte per tutti gli anni '70 l'internazionalismo proletario, stringe accordi con il primo nemico di classe mondiale e lavora sistematicamente per indebolire la lotta antimperialista e il campo socialista, in quegli anni strettamente intrecciati. Il tutto avviene nella speranza di potersi concentrare sullo sviluppo tecnologico-economico interno, grazie al supporto statunitense. Quando Deng Xiaoping avvia il nuovo corso modernizzatore interno può già godere di tale situazione, che sceglie di non rinnegare: ancora nel 1982 pone come priorità le Quattro modernizzazioni che richiedono una situazione internazionale stabile e confini sicuri con l'URSS. Gli scarsi aiuti ottenuti dagli USA convincono presto i cinesi a riavvicinarsi a Mosca, che a sua volta aveva ripreso con maggiore vigore a cercare di ricucire i rapporti. Le relazioni si normalizzano solo durante l'epoca Gorbačev, d'accordo con Deng nel ritenere indispensabile l'interdipendenza tra politica estera di pace, stabilità, cooperazione internazionale e riforme interne. Questa presunta e apparente convergenza fra le due strategie di riforma si basa però su un fraintendimento, che emerge via via come un nuovo elemento di frattura ideologica tra la Cina socialista e l'ultima URSS di Gorbačev. Quella che per i cinesi è stata una svolta tattica, per Gorbačev è una non dichiarata svolta strategica. Alla fine della perestrojika «all'interno del PCC cominciarono a circolare documenti che interpretavano il progressivo collasso del sistema sovietico fra il 1989 e il 1991 come il naturale prodotto delle politiche “revisioniste” di Gorbačev. Addirittura, al momento del tentativo di rovesciamento di Gorbačev, nell'agosto 1991, tra i dirigenti del PCC vi fu chi propose di appoggiare pubblicamente tale azione».34 La Cina ha certamente contribuito a tale esito in misura non insignificante, seppur involontariamente, con la sua politica estera revisionista dell'ultimo ventennio. Paradossalmente i cinesi hanno saputo trarre da questi eventi lezioni preziose per sé stessi. La propria politica estera e il progetto strategico di lungo termine sono tesi a favorire lo sviluppo delle forze produttive nell'ambito di una cooperazione internazionale interna alla globalizzazione capitalista, con modalità pacifiche e immemori dell'internazionalismo proletario. Se tale politica, nell'apice dello scontro di classe dell'ultimo ventennio della guerra fredda, ha rappresentato oggettivamente un tradimento del movimento antimperialista e comunista mondiale, nel nuovo mondo multipolare sorto dopo il 1991 è diventato per il colosso cinese la migliore strada possibile da intraprendere, non solo in un'ottica di emancipazione nazionale antimperialista, ma forse anche in termini di adattamento della teoria marxista-leninista. Ritorneremo su questo delicato tema più avanti. Ora torniamo a concentrarsi sulla figura di Mao Tse-tung e sui suoi insegnamenti.
34. Per le informazioni e le citazioni ci si è rifatti fin qui a F. Sorini, Note sulla politica internazionale della Cina, cit., pp. 115-127.