24 Settembre 2020

1.1. IL REGNO MILLENARIO DEL PATRIARCATO

«La figlia non è una merce, offerta in vendita al primo venuto che voglia acquistare la proprietà esclusiva della ragazza?... Allo stesso modo che nella grammatica due negazioni valgono una affermazione, si può dire che nel negozio coniugale due prostituzioni valgono una virtù. Il cambiamento di un’epoca storica si può sempre determinare dal progresso del rapporto delle donne con la libertà, perché qui, nel rapporto della donna con l’uomo, del debole con il forte, appare nel modo più evidente la vittoria della natura umana sulla brutalità. Il grado dell’emancipazione femminile è la misura naturale della emancipazione generale». (Karl Marx)3
Vedremo più avanti come il marxismo affronti l'origine del patriarcato. Per ora cominciamo a darne una definizione neutra: il patriarcato è un sistema sociale nel quale il potere, l'autorità e i beni materiali sono concentrati nelle mani dell'uomo più anziano dei vari gruppi di discendenza e la loro trasmissione avviene per via maschile, generalmente a vantaggio del primogenito maschio (organizzazione patrilineare).
Durante l'Alto Medioevo il rafforzamento del patriarcato, fenomeno già ben presente nelle società dell'antichità nonché nella cultura greco-romana, viene riaffermato in seguito al regno di Giustiniano I (527-565) ed al primato in tutto l'Occidente del diritto bizantino-romano. Tra i provvedimenti più vistosi vi sono l'obbligo di fedeltà a carico solo della moglie, la reintroduzione del dovere di assoluta obbedienza da parte della donna e la sua sottomissione al marito (il “pater familias”). Col patriarcato si consolida anche la patrimonializzazione dell'eredità, con la trasmissione per linea fissa e maschile dei beni, segnando la fine della linea di discendenza femminile. Tutte le caratteristiche sopraelencate concorrono a formare la struttura della famiglia medievale e moderna, che conferma la fratellanza d'armi (in luogo dell'affratellamento) ma soprattutto arriva a fissare il prezzo della sposa (la donna diventa una merce), non più come obbligazione tra gruppi familiari, ma corrisposta direttamente alla sposa (ne è un esempio la pratica del mefio). Con l'affermazione della discendenza patrilineare si impedisce (salvo rari casi) una qualsiasi dipendenza economica della donna, obbligata alla totale subordinazione sociale ed economica verso l'uomo. Il ruolo della proprietà privata, riservata agli uomini, diventa condizione essenziale del patriarcato, ed è un fatto riconosciuto anche dagli storici non marxisti. A livello culturale le caratteristiche essenziali delle società patriarcali sono state (e in molti casi persistono tuttora):
-un giudizio di devianza e inferiorità fisica e intellettuale delle donne, elaborato a partire dalla constatazione della differenza biologica tra i due sessi;
-l'esclusione delle donne dalla vita sociale, politica, lavorativa lasciando ad esse solo compiti di cura e assistenza dell’uomo e dei figli (nei ruoli canonici di “madre” e “moglie”;
-la negazione dell’accesso all'istruzione, ostacola così la formazione intellettuale femminile;
-la costruzione di immagini stereotipate di caratteristiche e ruoli maschili e femminili, con la loro conseguente interiorizzazione da parte della società nel suo complesso; ciò ha comportato pressioni sugli individui a conformarsi a tali modelli, pena l’esclusione dall'ordinamento sociale con risvolti repressivi e violenti (l'esempio più drammatico a riguardo è la stagione della “caccia alle streghe” svolta nel periodo dell'età “moderna”).
Anche la tradizione filosofica, nella sua quasi totalità, ha perpetuato tale modello, come spiega Wanda Tommasi:
«Due cose saltano agli occhi nel ripercorrere la tradizione filosofica occidentale alla luce della questione della differenza sessuale: in primo luogo il fatto che i filosofi, nell'affrontare tale questione, non hanno in realtà trattato della differenza dei sessi, ma di uno solo dei due sessi, quello femminile; in secondo luogo il fatto che, del sesso femminile, essi hanno parlato quasi sempre in termini svalutativi. Le due cose, io credo, sono collegate fra loro: il prevalere di un punto di vista androcentrico, se non misogino, ben radicato nella tradizione che ci sta alle spalle, ha fatto sì che si mettesse simbolicamente al centro l'uomo, il maschio […] e che la donna venisse inevitabilmente pensata come un essere da meno, difettivo, mancante rispetto al modello più alto di umanità».4
Così ad esempio si esprimeva Aristotele nell'antichità: «Tutti possiedono le parti dell’anima, ma le possiedono in maniera diversa, perché lo schiavo non possiede in tutta la sua pienezza la parte deliberatrice, la donna la possiede ma senza autorità, il ragazzo, la possiede non sviluppata”. (Aristotele, Politica, I, 13, 1260a 12-14)5
3. Citato in Partito Comunista Internazionale, La donna e il socialismo, Il comunista, n° 108, aprile 2008, disponibile su http://www.pcint.org/02_IlC/108/108_dona-1.htm.
4. W. Tommasi, I filosofi e le donne. La differenza sessuale nella storia della filosofia, Tre Lune Edizioni, Mantova 2001, p. 10.
5. Vd la seconda nota del paragrafo 1. La storia delle donne e del femminismo.