26 Settembre 2020

1.4. LA “SVOLTA STRUTTURALE” E L'IMMOBILISMO DELLA CHIESA

«Consideriamo la tendenza dell’industria moderna di far cooperare i fanciulli e i giovani dei due sessi al grande movimento della produzione sociale come un progresso e una tendenza legittimi, benché il modo in cui essa viene realizzata sotto il giogo del capitale sia abominevole». (Karl Marx)9

«L'introduzione della macchina portò con sé anche il lavoro delle donne e dei fanciulli, che è più economico e perciò più conveniente per il capitalista. Prima dell'introduzione della macchina ogni mestiere richiedeva una lunga preparazione ed una speciale abilità. Le macchine invece possono venir spesso manovrate da un bambino; e questa è la ragione per cui dopo la invenzione della macchina il lavoro delle donne e dei fanciulli ha trovato una così larga applicazione. Oltre a ciò le donne e i fanciulli non possono opporre al capitalista una resistenza così forte come gli operai. Quelli sono più timidi, più mansueti, hanno per lo più una fede superstiziosa nell'autorità e nei preti. Perciò il fabbricante sostituisce spesso gli uomini con delle donne e costringe i fanciulli ad esaurire le loro giovani energie per il suo profitto». (Nikolaj Bucharin & Evgenij Preobraženskij, da L'A.B.C. del Comunismo, 1919)10
La vera e propria “svolta strutturale”, che porta ad una rinascita del pensiero femminista, si ha a metà del XIX secolo, ed è strettamente correlato all'affermazione del capitalismo con il conseguente ingresso delle donne nel mondo del lavoro industriale. La necessità di avere una manodopera minimamente alfabetizzata porta alla necessità di aprire progressivamente alle donne l'accesso al mondo dell'istruzione, cosa resa possibile anche dalla parallela progressiva secolarizzazione con la conseguente perdita progressiva di peso della cultura clericale, quanto meno tra le élite. In questa fase assistiamo alla biforcazione tra due tipi di femminismo:
1) un femminismo “liberale” e “borghese”, che si limita a rivendicare diritti politici e civili;
2) un femminismo “sociale” e “proletario” che oltre ai diritti politici-civili richiede anche quelli sociali. Vedremo che l'affermazione di questo filone prenda forza e tenda a legarsi strettamente con la diffusione delle teorie socialiste e marxiste.

La svolta è tale che perfino la Chiesa non può eludere la questione. È in questo periodo che viene formulato il “dogma dell’immacolata concezione” nel 1854 da papa Pio IX; la notevole diffusione del culto mariano (fino a quel momento una figura secondaria) culminerà nel “dogma dell’assunzione di Maria” sancito da Pio XII nel 1950. Ciononostante la Chiesa manterrà per tutto il XX secolo un atteggiamento di intransigente chiusura verso le rivendicazioni delle donne. Nel 1930 papa Pio XI (1922-1939) ricorda che il matrimonio è una «divina istituzione», «dotta di dignità sacramentale» e «perpetua indissolubilità», condanna per la prima volta apertamente il divorzio, gli anticoncezionali e le pratiche abortive, negando esplicitamente l'emancipazione femminile, che impedisce la «fedele e onesta soggezione della moglie al marito». Con il lungo pontificato di Pio XII (1939-1958) si insiste sul ruolo della donna produttrice e riproduttrice, oltre che sulla famiglia come «comunità naturale», anteriore cioè alla società civile. Da ricordare che nel periodo del fascismo la Chiesa è d'accordo con il regime nella ridefinizione delle identità femminili in base ai modelli più tradizionali, ossia ai ruoli di «sposa, madre, sorella». In questa fase e anche dopo si incentiva l'immagine della “donna-casalinga” non emancipata. Anche di fronte alla fine del fascismo, nel 1945 Pio XII conferma che il destino della donna è di essere madre; quella che va a lavorare «stordita dal mondo agitato in cui vive, abbagliata dall'orpello di un falso lusso, diventa avida di loschi piaceri». Fino agli anni '60 rimane forte in molti Paesi il peso della Chiesa, che propone un modello di madre cui tocca un lungo elenco di compiti: «riaffermare la professione di fede, trasmettere ai figli i valori religiosi e l'ossequio al clero, opporsi a ogni forma di materialismo e soprattutto alla scuola laica, garantire l'unità della famiglia, guadagnare l'anima del marito pur senza ribellarglisi». (Bravo, Storia Sociale delle Donne nell'Italia contemporanea) Il Concilio Vaticano II (1962-65) segna una parzialissima “apertura” con l'enciclica Pacem in terris: papa Giovanni XXIII riconosce nell'accesso delle donne alla vita pubblica un «segno dei tempi». Nel 1988 però, nella Mulieris Dignitatem, Giovanni Paolo II ribadisce l'importanza dell'innata mistica femminile, denuncia tutti i limiti del “Women's Liberation Movement”, critica e condanna la libertà sessuale, il divorzio, l'aborto, la pillola contraccettiva e l'idea stessa di poter liberare la propria individualità accedendo al lavoro a tempo pieno, novità che mette a rischio l'unità familiare. Una sostanziale immobilità segna quindi la Chiesa per l'intero corso del XX secolo, confermandola come la principale forza sociale, culturale e in senso ampio politica della reazione antifemminile.11


9. Citato in Partito Comunista Internazionale, La donna e il socialismo, cit.
10. N. Bucharin & E. Preobraženskij, L'A.B.C. del Comunismo, cap. II - Lo sviluppo dell'ordinamento sociale capitalista, paragrafo 15 - La dipendenza del proletariato, la riserva industriale, il lavoro delle donne e dei fanciulli, 1919, disponibile qui: https://www.marxists.org/italiano/bucharin/1919/abc/abc2.htm.