03 Agosto 2020

2.7. SCRITTI SCELTI DELLA LUXEMBURG

La Luxemburg è diventata famosa per la frase «o socialismo o barbarie», ma ci si dimentica spesso il discorso precedente, altrettanto bello:
«Non vi è difesa, né via d'uscita, né salvezza alcuna dal sanguinoso caos e dal baratro che si è spalancato, se non nel socialismo. Solo la rivoluzione mondiale del proletariato può ridare ordine a questo caos generale, può dare lavoro e pane a tutti, può porre fine al macello reciproco dei popoli, può portare pace, libertà e vera civiltà all'umanità prostrata. Basta con il sistema del lavoro salariato! Questa è la parola d'ordine del momento. Il lavoro associato deve prendere il posto del lavoro salariato e del dominio di classe. I mezzi di produzione non devono più essere monopolio di una classe, ma divenire bene comune di tutti. Non più sfruttatori e sfruttati! La produzione e la ripartizione dei prodotti devono rispondere all'interesse della comunità. Regolazione della produzione e ripartizione dei prodotti nell'interesse della comunità! Abolizione dell'attuale modo di produzione e di ripartizione, l'uno basato sullo sfruttamento e la rapina, l'altro sulla truffa! Al posto dei padroni e dei loro schiavi salariati, liberi compagni di lavoro! Il lavoro non sia pena di nessuno, ma dovere di ciascuno! Un'esistenza degna dell'uomo sia assicurata a tutti coloro che adempiono il proprio dovere verso la società. La fame non sarà più la maledizione del lavoro, ma la punizione degli oziosi! Solo in una società basata su questi principi sarà possibile estirpare l'odio tra i popoli e la schiavitù. Solo se questa società sarà realizzata, la terra non sarà più profanata dallo sterminio di esseri umani. Solo allora potremo dire: questa guerra è l'ultima. Il socialismo è oggi l'unica ancora di salvezza dell'umanità. Sulle cadenti mura della società capitalista sfavilla, come un presagio impresso a lettere di fuoco, il monito del Manifesto comunista: Socialismo o regresso nella barbarie!» (da Che cosa vuole la Lega Spartaco, 1918)12
Spesso dimenticata è anche la concezione dell'uso della violenza:
«È pura follia pensare che i capitalisti possano piegarsi volontariamente alle delibere socialiste di un parlamento o di un'assemblea nazionale e che rinuncino in modo pacifico alla proprietà, al profitto e al privilegio di sfruttare. Tutte le classi dominanti hanno sempre difeso, fino in fondo con tenacia ed energia, i propri privilegi. I patrizi romani come i feudatari medievali, i cavalieri inglesi come i mercanti di schiavi in America, i boiari della Valacchia come i fabbricanti di seta di Lione: tutti costoro hanno fatto scorrere fiumi di sangue, sono ricorsi all'omicidio, alla morte e alla distruzione, hanno fomentato la guerra civile e il tradimento della patria pur di conservare i loro privilegi e il loro potere. Ultima delle classi sfruttatrici, la borghesia imperialista supera in brutalità, cinismo ed infamia tutti i suoi predecessori. Essa difenderà, con le unghie e coi denti, il suo dio più sacro, il profitto e il privilegio di sfruttare. Impiegherà tutti gli strumenti a sua disposizione con spietata crudeltà, come ha fatto nel corso di tutta la sua politica coloniale e nell'ultima guerra mondiale. Muoverà cielo e terra contro il proletariato. Mobiliterà le campagne contro le città, fomenterà gli strati arretrati della classe operaia contro l'avanguardia socialista, cospirerà con gli ufficiali per provocare carneficine, cercherà di ostacolare ogni provvedimento socialista con i mille mezzi della resistenza passiva, susciterà venti Vandee contro la rivoluzione e chiederà soccorso al nemico straniero […]. E preferirà ridurre il paese a un cumulo di ceneri fumanti piuttosto che rinunciare spontaneamente alla schiavitù salariata. Occorrerà spazzare via questa opposizione, passo dopo passo, con pugno di ferro e spietata energia. Alla violenza della controrivoluzione borghese bisogna opporre la violenza rivoluzionaria del proletariato; agli assalti, agli intrighi e alle provocazioni della borghesia, la chiarezza inflessibile di intenti, la vigilanza e la pronta mobilitazione delle masse proletarie. Alle minacce della controrivoluzione il proletariato deve rispondere armandosi e disarmando le classi dominanti; alle manovre ostruzionistiche della borghesia in parlamento deve replicare con l'organizzazione attiva delle masse dei lavoratori e dei soldati; all'onnipresenza e ai mille strumenti di potere della società borghese deve opporre il potere della classe operaia, compatto, concentrato, potenziato al massimo grado».13
Chiara, così come per Lenin anche per la Luxemburg, l'idea che l'europeismo borghese non sia una ricetta valida, essendo definita un «aborto dell'imperialismo»:
«L’idea degli Stati Uniti d’Europa come condizione per la pace potrebbe a prima vista sembrare ad alcuni plausibile, ma a un esame più attento non ha nulla in comune con il metodo di analisi e con la concezione della socialdemocrazia. […] noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria, ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei? L’idea dell’Europa come unione economica contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. […] Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. L’Europa non rappresenta una speciale unità economica all’interno dell’economia mondiale più di quanto non la rappresenti l’Asia o l’America».
Che significa? Luxemburg ci ricorda una cosa molto simile: la regola del capitalismo è quella della competizione, della competizione feroce e continua. Gli stati, e i loro eserciti, sono strumento della competizione tra i soggetti principali della competizione inter-capitalistica. Dunque è illusorio immaginare che possa esistere la pace nel capitalismo, a prescindere dalle forme che assumono gli Stati in quell’ambito. Considerate che l’autrice scriveva nel 1911… Dopo l’apocalisse dei due conflitti mondiali, in Europa sembra tramontata l’era dei conflitti armati; ma l’Unione Europea è l’arena ideale della guerra economica tra gli stati membri, come vediamo ogni giorno. Perché vi sia questa guerra economica c’è bisogno della frammentazione e dell’assenza di solidarietà tra i cittadini europei; eppure per aversi un popolo europeo, fondamento ineludibile di un vero Stato europeo, occorrerebbero proprio solidarietà e identità di vedute tra i diversi cittadini europei. Ne segue che è del tutto implausibile che l’Unione evolva negli Stati Uniti: proprio perché l’una si fonda sull’assenza di quegli elementi che sarebbero indispensabili per avere gli altri. L’altro motivo per cui Luxembourg escludeva che gli Stati Uniti potessero essere una parola d’ordine dei rivoluzionari attiene al fatto che essa rimanda ad un certo qual “nazionalismo europeo”: gli europei si unirebbero, sostanzialmente, contro gli altri popoli del mondo. In altre parole, l’europeismo non è il coronamento, ma il contrario esatto dell’internazionalismo. E infatti:
«che un’idea così poco in sintonia con le tendenze di sviluppo non possa fondamentalmente offrire alcuna efficace soluzione, a dispetto di tutte le messinscene, è confermato anche dal destino dello slogan degli “Stati Uniti d’Europa”. Tutte le volte che i politicanti borghesi hanno sostenuto l’idea dell’europeismo, dell’unione degli stati europei, l’anno fatto rivolgendola, esplicitamente o implicitamente, contro il “pericolo giallo”, il “continente nero”, le “razze inferiori”; in poche parole l’europeismo è un aborto dell’imperialismo».
Come si fa allora a raggiungere la pace?
«Gli amici della pace presenti nei circoli borghesi credono che la pace nel mondo e il disarmo possano essere realizzati entro la struttura dell’attuale ordine sociale, mentre noi, che basiamo la nostra analisi sulla concezione materialistica della storia e sul socialismo scientifico, sappiamo che il militarismo può essere cancellato dal mondo solo con la distruzione del sistema capitalista. Da ciò deriva la reciproca opposizione delle nostre tattiche nella diffusione dell’idea di pace. I pacifisti borghesi si sforzano - e dal loro punto di vista è perfettamente logico e comprensibile - di inventare ogni sorta di progetto “pratico” per ridurre gradualmente il militarismo, e sono naturalmente inclini a prendere per buono ogni segno apparente di una tendenza verso la pace, a credere sulla parola ad ogni dichiarazione della diplomazia, amplificandola fino a farne il fondamento della propria attività. I socialdemocratici, dal canto loro, devono, in questa come in tutte le vicende inerenti la critica sociale, considerare come loro compito quello di qualificare i tentativi borghesi di limitare il militarismo come pietose mezze misure, e le sentimentali dichiarazioni provenienti dagli ambienti governativi come diplomatiche messinscene, opponendo alle finzioni e alle rivendicazioni borghesi una spietata analisi della realtà capitalistica. Da questo punto di vista i compiti dei socialdemocratici, in merito alle benevole dichiarazioni elargite dal governo britannico, non possono che essere quelli di definire l’idea di una parziale limitazione degli armamenti come una impraticabile mezza misura, e di spiegare alla popolazione che il militarismo è strettamente intrecciato alle politiche coloniali, alle politiche doganali, alle politiche internazionali, e che quindi le nazioni presenti, se davvero volessero onestamente e sinceramente dire basta alla concorrenza sugli armamenti, dovrebbero iniziare dal disarmo della politica commerciale, abbandonando in tutte le parti del mondo le predatorie campagne coloniali e le politiche internazionali delle sfere d’influenza - in una parola dovrebbero fare, nella loro politica estera come in quella domestica, l’esatto contrario di tutte quelle politiche che la natura di un moderno stato capitalista esige. Da ciò si può evincere con chiarezza il nocciolo della concezione socialdemocratica secondo cui il militarismo, in entrambe le sue forme - come guerra e come pace armata - è il figlio legittimo e la logica conseguenza del capitalismo, quindi può essere superato solo con la distruzione del capitalismo stesso; per questo chiunque desideri onestamente la pace nel mondo e la liberazione dal tremendo fardello degli armamenti deve desiderare anche il socialismo».
12. R. Luxemburg, Che cosa vuole la Lega di Spartaco, Die Rote Fahne, Marxists.org, 2001 [1° edizione originale 14 dicembre 1918].
13. Ibidem.