26 Settembre 2020

4.3. I PRINCIPI ORIGINARI DEL PARTITO COMUNISTA D'ITALIA

«Siamo cresciuti in ambienti già socialisti; poi è venuta la rivoluzione sovietica che ha suggestionato profondamente i giovani. Avevamo compreso proprio dall'esempio sovietico che era possibile farla finita, che era possibile fare la rivoluzione. Non vi è paragone che consenta di far comprendere la potenza del mito della rivoluzione sovietica sulle nostre coscienze di allora. Tutto questo ci ha come ispirato ed aperto la mente: una via c'era, una soluzione c'era... Allora la questione si poneva sul piano della conquista del potere. Noi guardavamo al parlamentarismo come ad una espressione marcia della corruzione borghese. La sola via che avevamo dinanzi era l'azione rivoluzionaria».
(Luigi Amadesi, classe 1904, segretario nazionale della FGCI dal 1931 al 1935)24
Al termine del XVII Congresso del Partito Socialista Italiano, il 21 gennaio 1921 al teatro Goldoni di Livorno, Bordiga, a nome della mozione comunista, dichiara che il Psi si è posto fuori dal Comintern e invita chi ha votato la mozione di Imola (che aveva raccolto 58.783 adesioni, ossia il 34,27% dei consensi) a confluire al teatro San Marco per costituire il Partito Comunista d'Italia. I delegati della frazione comunista uscirono dal Teatro Goldoni al canto dell'Internazionale e, come indicato da Bordiga, si recarono a svolgere il Congresso fondativo del Partito comunista al Teatro San Marco. Si trattava di una sistemazione di fortuna: l'edificio, utilizzato come deposito di materiali del Regio Esercito durante la Prima guerra mondiale, era privo di sedute e i delegati si riparavano con degli ombrelli dalla pioggia che entrava dai vetri rotti delle finestre e dagli squarci nel tetto. Avvenne così la scissione di Livorno. Il I Congresso del PCd'I non dura molto e sarà più la passerella di comunisti italiani e stranieri (come Jules Humbert-Droz per la Svizzera) e vedrà Fortichiari proporre lo scioglimento della frazione comunista perché «ha esaurito il suo compito», Ortensia Bordiga portare il saluto delle donne comuniste e Polano annunciare che la Fgsi (Federazione Giovanile Socialista Italiana) aderisce al nuovo partito. Il 27 gennaio, infatti, la Fgsi quasi all'unanimità muterà nome in Federazione Giovanile Comunista d'Italia (Fgcd'I). Nel pomeriggio del 21 è poi approvato il nuovo statuto che introduce la disciplina ferrea e centralizzata di partito, come sempre auspicato da Lenin. Il nuovo Comitato Centrale conta appena 15 membri di cui 5 costituiscono il Comitato Esecutivo che risiederà a Milano e continuerà a pubblicare il bisettimanale Il Comunista che dall'11 ottobre successivo sarà quotidiano. Nel Comitato Esecutivo del Pcd'I il lavoro è collegiale, tuttavia è evidente che il capo indiscusso è Bordiga che con Terracini e Ruggero Grieco costituisce il nucleo politico e organizzativo vero e proprio; Repossi dirige il Comitato Sindacale, mentre a Fortichiari va il cosiddetto “Ufficio 1°” o lavoro “illegale”. Tra i gruppi fondativi del partito ricopre particolare importanza quello torinese dell'Ordine Nuovo, che raccoglie le giovani personalità di Gramsci e Togliatti. Di seguito il programma del Partito, il cui testo venne pubblicato anche sulla prima tessera del 1921:
«Il Partito Comunista d’Italia (Sezione della Terza Internazionale - Comunista) è costituito sulla base dei seguenti 10 princìpi, che vanno a costituire il primo programma effettivo del partito:
1. Nell’attuale regime capitalistico si sviluppa un sempre crescente contrasto fra le forze produttive ed i rapporti di produzione, dando origine all’antitesi di interessi ed alla lotta di classe tra il proletariato e la borghesia dominante.
2. Gli attuali rapporti di produzione soo protetti dal potere dello Stato borghese, che, fondato sul sistema rappresentativo della democrazia, costituisce l’organo per la difesa degli interessi della classe capitalistica.
3. Il proletariato non può infrangere né modificare il sistema dei rapporti capitalistici di produzione da cui deriva il suo sfruttamento, senza l’abbattimento violento del potere borghese.
4. L’organo indispensabile della lotta rivoluzionaria del proletariato è il partito politico di classe. Il Partito Comunista, riunendo in sé la parte più avanzata e cosciente del proletariato, unifica gli sforzi delle masse lavoratrici, volgendosi dalle lotte per gli interessi di gruppi e per risultanti contingenti alla lotta per la emancipazione rivoluzionaria del proletariato; esso ha il compito di diffondere nelle masse la coscienza rivoluzionaria, di organizzare i mezzi materiali di azione e di dirigere nello svolgimento della lotta il proletariato.
5. La guerra mondiale, causata dalle intime insanabili contraddizioni del sistema capitalistico che produssero l’imperialismo moderno, ha aperto la crisi di disgregazione del capitalismo in cui la lotta di classe non può che risolversi in conflitto armato fra le masse lavoratrici ed il potere degli Stati borghesi.
6. Dopo l’abbattimento del potere borghese, il proletariato non può organizzarsi in classe dominante che con la distruzione dell’apparato sociale borghese e con la instaurazione della propria dittatura, ossia basando le rappresentanze elettive dello Stato sulla sola classe produttiva ed escludendo da ogni diritto politico la classe borghese.
7. La forma di rappresentanza politica dello Stato proletario è il sistema dei consigli dei lavoratori (operai e contadini), già in atto nella rivoluzione russa, inizio della rivoluzione proletaria mondiale e prima stabile realizzazione della dittatura proletaria.
8. La necessaria difesa dello Stato proletario contro tutti i tentativi contro-rivoluzionari può essere assicurata solo col togliere alla borghesia ed ai partiti avversi alla dittatura proletaria ogni mezzo di agitazione e di propaganda politica, e con la organizzazione armata del proletariato per respingere gli attacchi interni ed esterni.
9. Solo lo Stato proletario potrà sistematicamente attuare tutte quelle successive misure di intervento nei rapporti dell’economia sociale con le quali si effettuerà la sostituzione del sistema capitalistico con la gestione collettiva della produzione e della distribuzione.
10. Per effetto di questa trasformazione economica e delle conseguenti trasformazioni di tutte le attività della vita sociale, eliminandosi la divisione della società in classi andrà anche eliminandosi la necessità dello Stato politico, il cui ingranaggio si ridurrà progressivamente a quello della razionale amministrazione delle attività umane».
24. P. Spriano, Storia del Partito comunista italiano, vol. 1 – Da Bordiga a Gramsci. Parte prima, cit., pp. 44-45.