05 Dicembre 2020

4.1 LE INDICAZIONI DI POLITICA ESTERA

Tracciamo le linee di politica estera espresse da Stalin nell'ultima fase della sua vita, a inizio anni '50, sfruttando l'analisi di Franco Molfese32:
«negli interventi noti degli ultimi mesi della vita, Stalin lasciò alcune indicazioni fondamentali su taluni problemi storici del movimento comunista ed operaio internazionale nel periodo in corso del passaggio dal capitalismo al socialismo sul piano mondiale. Queste indicazioni testimoniano la sua inscuotibile fiducia nella forza espansiva dei principi e della prassi del marxismo-leninismo e confermano la sua sollecitudine per il futuro dell'URSS e del socialismo mondiale. Queste indicazioni riguardano principalmente l'internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti, i problemi della pace e della guerra e il passaggio al comunismo nell'URSS. Richiamarle, non costituisce soltanto una esercitazione storiografica. Il riconoscimento della loro validità riveste un preciso significato politico-ideologico nelle complesse controversie attuali sulle vie del socialismo. […] Nell'ultima seduta del XIX Congresso del Pcus. tenutosi nell'ottobre del 1952, Stalin con un conciso intervento ricordò innanzitutto i rapporti di mutuo appoggio sempre intercorsi fra il Pcus e gli altri partiti comunisti, fra l'URSS e gli altri popoli “fratelli”.
Sottolineò il grande contributo fornito dall'URSS, “reparto d'assalto” del movimento rivoluzionario e operaio internazionale, in specie con la vittoria nella II guerra mondiale che aveva liberato i popoli dell'Europa e dell'Asia dalla minaccia della schiavitù fascista. Dichiarò poi che il difficile “compito d'onore” addossatosi dall'URSS quando era sola, veniva ora agevolato dalla costituzione dei nuovi “reparti d'assalto” delle democrazie popolari, dalla Cina alla Cecoslovacchia. Si rivolse quindi ai partiti comunisti o “operai-contadini” che si trovavano impegnati in lotte, talvolta durissime, sotto il tallone delle “draconiane leggi borghesi”. Il loro lavoro, indubbiamente difficile, era tuttavia illuminato dalle esperienze di “errori e di successi” compiute dall'URSS e dalle democrazie popolari. Inoltre - affermò Stalin - la borghesia internazionale si è trasformata in modo molto profondo, è diventata più reazionaria, ha perso i legami col popolo e quindi si è indebolita. Prima praticava il liberalismo, difendeva le libertà democratico-borghesi. Oggi del liberalismo non rimane più traccia. È scomparsa la cosiddetta “libertà individuale”, i diritti della persona sono riconosciuti soltanto a chi detiene il capitale, mentre tutti gli altri uomini sono considerati come “grezzo materiale umano, buono soltanto per essere sfruttato”. Anche il principio dell'uguaglianza dei popoli e degli individui è sistematicamente calpestato, i pieni diritti spettano soltanto alla minoranza sfruttatrice. Prima la borghesia si considerava alla testa della nazione e ne difendeva i diritti e l'indipendenza “al di sopra di tutto”. Adesso non vi è più traccia del “principio nazionale” e la borghesia “vende i diritti e l'indipendenza della nazione per dollari”. Le bandiere delle libertà democratico-borghesi e dell'indipendenza e sovranità nazionali sono state gettate a mare dalla borghesia capitalistica. Tocca ai partiti comunisti risollevare queste bandiere se vorranno raggruppare attorno a sé la maggioranza del popolo e divenire in tal modo la forza dirigente della nazione. Non vi è nessun altro che possa farlo. Gli ultimi trent’anni di storia della lotta di classe nei paesi capitalistici dimostrano quanto sia ancora valida l'indicazione staliniana. Fra l'altro, quei partiti comunisti - in particolare il Pci e gli altri “eurocomunisti” - che hanno gradatamente rinunciato alla lotta per l'indipendenza nazionale, hanno in pari tempo imboccato la via dei cedimenti dinnanzi alla propria borghesia e all'imperialismo Usa e hanno attentato o spezzato i legami fraterni con l'URSS e gli altri paesi del campo del socialismo. Ma questa capitolazione non ha fruttato neppure sul terreno del mantenimento della “democrazia”. Sotto l'incalzare della aggravata crisi globale delle società capitalistiche, anche le libertà democratico-borghesi svaniscono aprendo la via alla “democrazia protetta”, all'autoritarismo, quando non addirittura a nuove forme più o meno larvate di fascismo. […] Verso la fine del 1951 nell'URSS si accese un grande dibattito, che impegnò il partito, le organizzazioni economiche e gli specialisti intorno alla proposta di redazione di un manuale di economia politica che raccogliesse in forma sistematica e i principi scientifici elaborati da Marx e da Lenin ed attuati nella costruzione del socialismo nell'URSS. Stalin intervenne più volte nel dibattito e in una di tali occasioni allargò il discorso ai problemi determinanti della pace, della guerra e dell'imperialismo. Basandosi sulle tesi leniniste dell'imperialismo quale causa principale delle guerre nella nostra epoca ed appoggiandosi sull'esperienza storica della prima metà del secolo, Stalin ribadì il principio dell'inevitabilità delle guerre imperialiste provocate dallo sviluppo ineguale dei vari capitalismi, ma sottolineò anche con forza l'inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici osservando: “Si dice che i contrasti tra il capitalismo e il socialismo sono più forti che i contrasti fra i paesi capitalistici. Teoricamente, certo, questo è vero. È vero anche solo oggi, ai nostri giorni, ma era vero anche alla vigilia della seconda guerra mondiale. E lo capivano, in maggiore o minore misura, anche i dirigenti dei paesi capitalistici. Eppure la seconda guerra mondiale non incominciò con la guerra contro l'URSS, ma con la guerra fra i paesi capitalistici. Perché? Perché, in primo luogo, la guerra contro l'URSS, in quanto guerra contro il paese del socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i paesi capitalistici, giacché, mentre la guerra fra i paesi capitalistici pone solo la questione del predominio di determinati paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guerra contro l'URSS deve invece necessariamente porre la questione dell'esistenza del capitalismo stesso. In secondo luogo, perché i capitalisti, sebbene a scopo di 'propaganda' facciano chiasso circa l'aggressività dell'Unione Sovietica, non credono essi stessi a questa aggressività, poiché tengono conto della politica pacifica dell'Unione Sovietica e sanno che l'Unione Sovietica non attaccherà, dal canto suo, i paesi capitalistici”.
Notò poi che il movimento in difesa della pace (allora molto ampio, combattivo ed omogeneo) pur essendo prezioso per i fini “democratici” del mantenimento della pace o per scongiurare o rinviare una determinata guerra, non era sufficiente ad eliminare l'inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici se non si elevava al livello superiore della lotta per il socialismo. Infatti l'imperialismo continuerebbe a sussistere e a conservare le sue forze e quindi a rendere inevitabili le guerre. Stalin concludeva con un grande monito: “Per eliminare l'inevitabilità della guerra, è necessario distruggere l'imperialismo”. La “sottolineatura” staliniana sull'inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici anche nell'epoca della coesistenza e del confronto fra imperialismo e socialismo, è importante, nelle sue molteplici implicazioni, per l'elaborazione di una globale strategia antimperialista da parte del campo mondiale del socialismo e del movimento per la liberazione nazionale e per la pace».
32. F. Molfese, Riflessioni su Stalin, CCDP, 10 marzo 2003.