11 Luglio 2020

5.2. LA QUESTIONE MERIDIONALE

Antonio Gramsci, così come Lenin in Russia (e come faranno altri grandi rivoluzionari dopo di lui), capisce che in un Paese con ampie sacche di arretratezza economica come l'Italia, diventa fondamentale per la conquista del potere l'alleanza organica tra proletariato industriale e agricolo, ossia tra operai e contadini. Solo una simile alleanza sarebbe capace di porre fine alla “questione meridionale”, sancitasi nel XIX secolo con uno sfruttamento intensivo del Meridione, portata avanti dalla borghesia industriale del Nord d'accordo con la borghesia fondiaria del Sud, che in questa maniera ha potuto mantenere i propri privilegi evitando la tanto necessaria riforma agraria. Leggiamo di seguito alcuni estratti di testi30 in cui Gramsci ragiona su questi temi:
«Nei paesi ancora capitalisticamente arretrati come la Russia, l'Italia, la Francia e la Spagna, esiste una netta separazione tra la città e la campagna, tra gli operai e i contadini. Nell'agricoltura sono sopravvissute forme economiche prettamente feudali, e una corrispondente psicologia. […] La mentalità del contadino è rimasta perciò quella del servo della gleba, che si rivolta violentemente contro i “signori” in determinate occasioni, ma è incapace di pensare se stesso come membro di una collettività (la nazione per i proprietari e la classe per i proletari) e di svolgere un'azione sistematica e permanente rivolta a mutare i rapporti economici e politici della convivenza sociale. La psicologia dei contadini era, in tali condizioni, incontrollabile; i sentimenti reali rimanevano occulti, implicati e confusi in un sistema di difesa contro gli sfruttamenti, meramente egoistica, senza continuità logica, materiata in gran parte di sornioneria e di finto servilismo. La lotta di classe si confondeva col brigantaggio, col ricatto, con l'incendio dei boschi, con lo sgarrettamento del bestiame, col ratto dei bambini e delle donne; con l'assalto al municipio: era una forma di terrorismo elementare, senza conseguenze stabili ed efficaci. […] Il contadino è vissuto sempre fuori dal dominio della legge, senza personalità giuridica, senza individualità morale: è rimasto un elemento anarchico, l'atomo indipendente di un tumulto caotico, infrenato solo dalla paura del carabiniere e del diavolo. Non comprendeva l'organizzazione, non comprendeva lo Stato, non comprendeva la disciplina; […] Quattro anni di trincea e di sfruttamento del sangue hanno radicalmente mutata la psicologia dei contadini. Questo mutamento si è verificato specialmente in Russia ed è una delle condizioni essenziali della rivoluzione. Ciò che non aveva determinato l'industrialismo col suo normale processo di sviluppo, è stato prodotto dalla guerra. […] Le condizioni storiche dell'Italia non erano e non sono molto differenti da quelle russe. Il problema della unificazione di classe degli operai e dei contadini si presenta negli stessi termini: essa avverrà nella pratica dello Stato socialista e si fonderà sulla nuova psicologia creata dalla vita comune in trincea. […]
Gli operai d'officina e i contadini poveri sono le due energie della rivoluzione proletaria. Per loro specialmente il comunismo rappresenta una necessità essenziale: il suo avvento significa la vita e la libertà, il permanere della proprietà privata significa il pericolo immanente di essere stritolati, di tutto perdere fino alla vita fisica. Essi sono l'elemento irriducibile, la continuità dell'entusiasmo rivoluzionario, la ferrea volontà di non accettare compromessi, di proseguire implacabilmente fino alle realizzazioni integrali, senza demoralizzarsi per gli insuccessi parziali e transitori, senza farsi troppe illusioni per i facili successi. Sono la spina dorsale della rivoluzione, i ferrei battaglioni dell'esercito proletario che avanza, rovesciando con l'impeto gli ostacoli o assediandoli con le sue maree umane che sgretolano, corrodono con opera paziente, con indefesso sacrificio. Il comunismo è la loro civiltà, è il sistema di condizioni storiche nelle quali acquisteranno una personalità, una dignità, una cultura, per il quale diventeranno spirito creatore di progresso e di bellezza. […] Ma con le sole forze degli operai d'officina la rivoluzione non potrà affermarsi stabilmente e diffusamente: è necessario saldare la città alla campagna, […] In Italia quest'opera è meno difficile di quanto si pensi: durante la guerra sono entrate nella fabbrica cittadina ingenti quantità di popolazione rurale: su di essa la propaganda comunista ha rapidamente attecchito; essa deve servire di cemento tra la città e la campagna». (da Operai e contadini, L’Ordine Nuovo, 2 agosto 1919)
«Io propongo come titolo L'Unità puro e semplice, che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale, perché credo che dopo la decisione dell'Esec. All. sul governo operaio e contadino, noi dobbiamo dare importanza specialmente alla questione meridionale, cioè alla questione in cui il problema dei rapporti tra operai e contadini si pone non soltanto come un problema di rapporto di classe, ma anche e specialmente come un problema territoriale, cioè come uno degli aspetti della questione nazionale. Personalmente io credo che la parola d'ordine “governo operaio e contadino” debba essere adattata in Italia così: “Repubblica federale degli operai e dei contadini”. Non so se il momento attuale sia favorevole a ciò, credo però che la situazione che il fascismo va creando e la politica corporativa e protezionistica dei confederali porterà il nostro partito a questa parola d'ordine».
(da La lettera per la fondazione de «l'Unità», al CE del PC d'Italia, 12 settembre 1923)
Infine un passaggio tratto dalle celeberrime Tesi di Lione31:
«La quistione agraria […]. Il partito deve tendere a creare in ogni regione delle unioni regionali dell'Associazione di difesa dei contadini: ma, entro questi quadri organizzativi più larghi, occorre distinguere quattro raggruppamenti fondamentali delle masse contadine, per ognuno dei quali è necessario trovare atteggiamenti e soluzioni politiche ben precise e complete. Uno di questi raggruppamenti è costituito dalle masse dei contadini slavi dell'Istria e del Friuli, la cui organizzazione è legata strettamente alla quistione nazionale. Un secondo è costituito dal particolare movimento contadino che si riassume sotto il titolo di: “Partito dei contadini” e che ha la sua base specialmente nel Piemonte; per questo raggruppamento di carattere aconfessionale e di carattere più strettamente economico, vale l'applicazione dei termini generali della tattica agraria del leninismo, dato anche il fatto che tale raggruppamento esiste nella regione in cui esiste uno dei centri proletari più efficienti in Italia. I due altri raggruppamenti sono di gran lunga i più considerevoli e quelli che domandano la maggiore attenzione del partito, e cioè:
1. la massa dei contadini cattolici, raggruppati nell'Italia centrale e settentrionale, i quali sono più o meno direttamente organizzati dall'Azione cattolica e dall'apparato ecclesiastico in generale, cioè dal Vaticano;
2. la massa dei contadini dell'Italia meridionale e delle isole. […]
La quistione dei contadini meridionali è stata esaminata dal congresso con particolare attenzione. Il congresso ha riconosciuto esatta l'affermazione contenuta nelle tesi della Centrale, secondo la quale la funzione della massa contadina meridionale nello svolgimento della lotta anticapitalistica italiana deve essere esaminata a sé e deve portare alla conclusione che i contadini meridionali sono, dopo il proletariato industriale e agricolo dell'Italia del nord, l'elemento sociale più rivoluzionario della società italiana. Quale è la base materiale e politica di questa funzione e delle masse contadine del Sud? I rapporti che intercorrono tra il capitalismo italiano e i contadini meridionali non consistono solamente nei normali rapporti storici tra città e campagna, quali sono stati creati dallo sviluppo del capitalismo in tutti i paesi del mondo; nel quadro della società nazionale questi rapporti sono aggravati e radicalizzati dal fatto che economicamente e politicamente tutta la zona meridionale e delle isole funziona come una immensa campagna di fronte all'Italia del nord, che funziona come una immensa città. Una tale situazione determina nell'Italia meridionale il formarsi e lo svilupparsi di determinati aspetti di una quistione nazionale, se pure immediatamente essi non assumono una forma esplicita di tale quistione nel suo complesso, ma solo di una vivacissima lotta a carattere regionalistico e di profonde correnti verso il decentramento e le autonomie locali. Ciò che rende caratteristica la situazione dei contadini meridionali è il fatto che essi, a differenza dei tre raggruppamenti precedentemente descritti, non hanno nel loro complesso nessuna esperienza organizzativa autonoma. Essi sono inquadrati negli schemi tradizionali della società borghese, per cui gli agrari, parte integrante del blocco agrario-capitalistico, controllano le masse contadine e le dirigono secondo i loro scopi. In conseguenza della guerra e delle agitazioni operaie del dopoguerra, che avevano profondamente indebolito l'apparato statale e quasi distrutto il prestigio sociale delle classi superiori nominate, le masse contadine del Mezzogiorno si sono risvegliate alla vita propria e faticosamente hanno cercato un proprio inquadramento. Così si sono avuti movimenti degli ex combattenti, e i vari partiti cosiddetti di “rinnovamento”, che cercavano di sfruttare questo risveglio della massa contadina, qualche volta secondandolo come nel periodo della occupazione delle terre, più spesso cercando di deviarlo e quindi di consolidarlo in una posizione di lotta per la cosiddetta democrazia, come è ultimamente avvenuto con la costituzione della “Unione nazionale”. Gli ultimi avvenimenti della vita italiana, che hanno determinato un passaggio in massa della piccola borghesia meridionale al fascismo, hanno reso più acuta la necessità di dare ai contadini meridionali una direzione propria per sottrarli definitivamente all'influenza borghese agraria. Il solo organizzatore possibile della massa contadina meridionale è l'operaio industriale, rappresentato dal nostro partito. Ma perché questo lavoro di organizzazione sia possibile ed efficace occorre che il nostro partito si avvicini strettamente al contadino meridionale, che il nostro partito distrugga nell'operaio industriale il pregiudizio inculcatogli dalla propaganda borghese che il Mezzogiorno sia una palla di piombo che si oppone ai più grandiosi sviluppi dell'economia nazionale, e distrugga nel contadino meridionale il pregiudizio ancora più pericoloso per cui egli vede nel nord d'Italia un solo blocco di nemici di classe. Per ottenere questi risultati occorre che il nostro partito svolga un'intensa opera di propaganda anche nell'interno della sua organizzazione per dare a tutti i compagni una coscienza esatta dei termini della quistione, la quale, se non sarà risolta in modo chiaroveggente e rivoluzionariamente saggio da noi, renderà possibile alla borghesia, sconfitta nella sua zona, di concentrarsi nel Sud per fare di questa parte d'Italia la piazza d'armi della controrivoluzione». (da Relazione di Gramsci sul III Congresso (Lione) del Partito comunista d'Italia, L’Unità, 24 febbraio 1926)
30. I brani proposti sono tratti da: A. Gramsci, La questione meridionale, a cura di Franco De Felice & Valentino Parlato, Editori Riuniti, collana Le Idee, 1966, nella versione elettronica curata dal Progetto Manuzio, di Liberliber.
31. Per un'introduzione sulle Tesi di Lione si consiglia la lettura di E. Barone, Le Tesi di Lione del 1926: un anniversario importante, una lezione attuale, CCDP, 31 ottobre 2016.

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