26 Settembre 2020

6.1. L'EGEMONIA DEL FEMMINISMO “SOCIALE” NEL XX SECOLO

«La quistione più importante è la salvaguardia della personalità femminile: finché la donna non abbia veramente raggiunto una indipendenza di fronte all’uomo, la quistione sessuale sarà ricca di caratteri morbosi e bisognerà esser cauti nel trattarla e nel trarre conclusioni legislative». (Antonio Gramsci, dai Quaderni dal Carcere, Quaderno I [XVI], voce 62, Quistione sessuale)
L'URSS costituì per tutto il XX secolo anche un potente esempio di alternativa culturale e sociale per le donne, preso ad esempio nei fatti anche dalla nascente comunità europea. Anche dopo che i Paesi occidentali ebbero concesso il suffragio femminile, rimaneva un modello sovietico che nel secondo '900 lanciava un modello destabilizzante per la borghesia:
-era realizzato il fatto che le donne fossero contemporaneamente madri e lavoratrici;
-l'idea diffusa era che la libertà derivasse dall'indipendenza economica, ottenuta con il lavoro a tempo pieno (e non part-time, precario o saltuario);
-l'URSS inoltre rifiutava l'idea della “modernità” capitalistica occidentale secondo cui l'identità della donna coincidesse con l'essere una mera consumatrice di merci;
Il modello sovietico ha di fatto avuto un'influenza duratura nella cultura progressista occidentale del secondo '900, diventando modello di legislazione. Anche il “neofemminismo” è difficilmente pensabile senza la profonda influenza esercitatavi dalla cultura marxista. Si pensi che nel 1969 le visione “sociale” sovietica viene sostanzialmente ribadita in tutte le questioni centrali dalla sociologa francese Eveline Sullerot in un libro divenuto un classico del femminismo marxista, La donna e il lavoro: in tale opera l'autrice, oltre a ribadire l'illusorietà del lavoro part-time come strumento di emancipazione, batte l'accento sulla necessità di ridurre il lavoro domestico potenziando i servizi sociali, come già affermato dalla Kollontaj mezzo secolo prima. I ragionamenti della Suverot diventeranno le basi delle linee guida delle politiche indicate dall'Europa (CEE) sulla “questione femminile”.

Non si può infine dimenticare il ruolo svolto in Europa dai partiti comunisti, nella gran parte dei casi ancora alleati dell'URSS, con i conseguenti scambi culturali e politici, né il ruolo mondiale nel sostegno ai movimenti anticolonialisti e antimperialisti attraverso diverse organizzazioni.
Andando ad approfondire i principali riferimenti teorici del femminismo liberale di epoca “post-suffragette”, possiamo vedere come i temi posti dal marxismo abbiano avuto una profonda influenza. Guardiamo a Virginia Woolf ad esempio, spesso citata per due saggi scritti sulla condizione femminile come Una stanza tutta per sé (1929) e Le tre ghinee (1938). Nella prima opera la scrittrice inglese ripercorre il destino subito dalle donne della classe media inglese, evidenziando la sistematica sottrazione, perpetrata a loro danno dalla società patriarcale, delle risorse materiali che ne avrebbero consentito una maggiore autonomia. Emerge netta la consapevolezza dell'indipendenza economica. Nella seconda opera si introduce certo un aspetto meno battuto e importante come la positività dei valori femminili (opposti a quelli maschili), ossia la necessità di promuovere una cultura differente di genere, ma le altre due rivendicazioni sono pescate a piene mani dalle rivendicazioni socialiste: favorire l'accesso alle libere professioni a donne, superando così la segregazione orizzontale, e rafforzare il pacifismo, con una metodologia però puramente idealistica, che non analizza le condizioni materiali strutturali del fenomeno bellico, ma che afferma ingenuamente l'alterità delle donne alla logica maschile della guerra. Forse la Woolf si sarebbe ricreduta se avesse visto l'operato guerrafondaio di Hillary Clinton in qualità di 67° Segretario di Stato degli USA (2009-2013).
Sulla figura fondamentale di Simone De Beauvoir, autrice del monumentale Il secondo sesso (1949), sono noti gli influssi dell'esistenzialismo, così come il rigetto per un'ortodossia stringente, comprensiva anche di una certa ostilità verso il socialismo reale. Eppure anche lei pesca a piene mani dal marxismo. Basterà citare un passo per trovarne alcuni temi:
«Sul piano economico, la donna è vittima di una discriminazione inaccettabile quanto quella razzista condannata dalla società in nome dei diritti dell'uomo: le viene estorto un lavoro domestico non retribuito, viene adibita ai lavori più ingrati, e il suo compenso è meno alto di quello dei suoi omologhi maschi. […] Considerare il feto come un essere umano è un atteggiamento metafisico che viene facilmente smentito dai fatti: quando una donna abortisce all'ospedale, l'amministrazione getta il feto nella pattumiera; e la Chiesa approva: essa non prende neppure in considerazione di accordare a questa “persona umana” la sepoltura religiosa [...] Tutta l'economia della nostra società patriarcale implica che la donna accetti di essere supersfruttata. Fin dalla più tenera infanzia, viene condizionata in modo da strapparle questo consenso. È difficile presentare alla bambina, come una funzione sacra, il fatto di lavare la biancheria sporca e i piatti; è difficile convincerla che quella è la sua irresistibile vocazione. Ma se una donna è trattenuta in casa dai figli, immediatamente essa diventa quella casalinga a cui si estorce quasi gratuitamente la forza lavoro. Si cercherà quindi di persuaderla fin dalla più tenera età - con la parola, con l'esempio, con i libri e i giochi che le si presentano - che è votata alla maternità. Se non ha bambini non è una “vera donna” (mentre non si accusa un uomo senza bambini di non essere un “vero uomo”)». (da Quando tutte le donne del mondo...)
Perfino una delle sue affermazioni più famose risente chiaramente del materialismo storico:
«Donna non si nasce, lo si diventa. Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo; è l’insieme della storia e della civiltà ad elaborare quel prodotto intermedio tra il maschio e il castrato che chiamiamo donna». (da Il secondo sesso)

Grande successo ebbe poi Betty Friedan che con il grande successo editoriale di La mistica della femminilità (1963) poneva problemi arcaici per le sovietiche. Friedan denunciava come milioni di americane avessero rinunciato ai loro sogni di realizzazione professionale per dedicarsi esclusivamente alla maternità e alla vita casalinga. I risultati statistici confermano che, alla fine degli anni '50, l'età media del matrimonio era scesa a 20 anni e stava ancora scendendo a 17-18 anni negli anni '60. La frequenza al college si era ridotta al 35% mentre nel 1920 la percentuale era del 47%. Il “sogno americano” stava diventando un ritorno al Medioevo per le donne. Friedan dà l'avvio ad una piccola rivoluzione culturale demistificando l'immagine idilliaca della casalinga, moglie e madre felice propagandata dalla cultura USA e dalle pubblicità. Identifica poi i soggetti responsabili della diffusione della mistica della femminilità tra i direttori di giornali, gli educatori, gli psicanalisti, i sociologi funzionalisti. Fa notare che nella maggior parte delle redazioni di rotocalchi e riviste femminili le decisioni sulla linea editoriale da prendere è presa da direttori e redattori maschi. Infine mostra la profonda insoddisfazione delle donne, i loro problemi di identità e soprattutto un senso di vuoto che le attanaglia. Come scrive la Friedan: «Non possiamo più ignorare quella voce interiore che parla nelle donne e dice: “Voglio qualcosa di più del marito, dei figli e della casa”».48
48. Vd la seconda nota del paragrafo 1. La storia delle donne e del femminismo.