26 Novembre 2020

6.2. IL RITORNO DI FIAMMA DEL FEMMINISMO “LIBERALE”

«Il profilo “femminista”, che nulla ha a che fare con il vecchio e nobile processo di emancipazione femminile del periodo eroico borghese e socialista, tende ad un vero e proprio obiettivo strategico della produzione capitalistica, la guerra fra i sessi e la correlata diminuzione di solidarietà fra maschi e femmine. […] Laddove la guerra fra le classi disturbava pur sempre l'economia, la guerra fra i sessi non la disturba affatto. Oggi sembra che - per fortuna - il femminismo sia in declino e le residue femministe vengono mobilitate per avvallare i bombardamenti sull'Afghanistan in nome della liberazione dal burka e dal chador. Il senso della storia universale non è più orientato dell'ideale di una comunità umana senza classi e senza sfruttamento, ma dal passaggio dal velo islamico alla minigonna». (Costanzo Preve)49
Friedan lambisce la critica al sistema capitalistico ma non colpisce nel segno, giudicando probabilmente possibile (e ha ragione) una società capitalistica meno reazionaria e più furba, capace di uscire dall'ottica medievaleggiante della donna casalinga per diventare una donna in carriera, cosa che di fatto avviene puntualmente nel secondo '900, incentivando di fatto l'idea che la donna possa trovare la propria libertà non nel socialismo, ma nel diventare una padrona, al pari dei suoi colleghi uomini, superando così il livello della segregazione verticale, secondo cui le erano precluse le cariche elevate e i posti di prestigio nei settori lavorativi. Questo filone liberale ormai non attacca più il sistema capitalistico in sé, anche se arriva ad attaccare talvolta la mercificazione della donna, specie di fronte al ruolo della televisione che spesso riduce la donna a show-girl mezza nuda. La liberazione sessuale preconizzata dalla Kollontaj e fatta propria da autori come Reich e Marcuse diventa un'arma usata dalla borghesia per creare un mercato commerciale nuovo, quello più o meno pornografico, dedito a sfruttare in ogni modo l'esaltazione della bellezza carnale femminile. Nella confusione del neofemminismo degli anni '70 (che pure è in buona misura attraversato da culture marxiste, per quanto però spesso eterodosse) non mancano donne che elogiano il processo, unendolo alla logica della liberazione edonistica dei propri corpi, in una reazione radicale anche all'ostinato bigottismo della Chiesa e della cultura più conservatrice e reazionaria dei “benpensanti”.
Nonostante alcune grosse contraddizioni e confusioni è da questa stagione che la donna anche in Occidente acquista coscienza della propria parità di genere e la rivendica pienamente, conquistando finalmente quei diritti civili che nelle realtà socialiste erano stati conquistati in largo anticipo. Per quanto riguarda i diritti sociali essi rimangono, tuttora, ben presenti, perché consequenziali al mantenimento del sistema capitalistico. A livello culturale si fanno passi avanti importanti nell'avvio degli “studi di genere”, con cui si rilegge la Storia passata con un occhio diverso, quello femminile. Senza questi studi questo scritto semplicemente non esisterebbe.
Il femminismo liberale si specializza sui diritti civili, influenzando da questo punto di vista le sinistre occidentali, dimentiche del tema centrale del lavoro: nel 1986 Joan Scott pubblica l'articolo Gender: A Useful Category of Historical Analysis, nella American Historical Review. La Scott dà una preminente importanza al concetto della costruzione sociale delle differenze tra i sessi, considerato il modo primario di fondare i rapporti di potere. La subalternità della donna dipende allora dai confini costruiti da una società e una cultura patriarcali. Occorre allora per la Scott scardinare certe strutture sociali e aprirsi alle innovazioni per ciò che riguarda la struttura della parentela, i dibattiti sul matrimonio gay, le condizioni dell'adozione e l'accesso alla tecnologia riproduttiva. La risposta più forte è quella della Chiesa, che attacca la teoria, interpretata come «una ennesima versione delle utopie egualitarie che da oltre due secoli percorrono il panorama ideologico dell'Occidente» mentre «una chiara e coerente risposta» è esposta nel 2004 nella Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla collaborazione dell'uomo e della donna nella Chiesa e nel mondo dal cardinale J. Ratzinger e dall'arcivescovo A. Amato, i quali ricordano «la positività della differenza fondamentale degli esseri umani, voluta da Dio per il bene dell'uomo». Il resto non è più storia ma dibattito moderno, il quale però sembra ormai trascurare del tutto il tema sociale, motivo per cui settori importanti della società progressista, non solo maschili, fanno fatica a seguire teorie imperniate unicamente su un discorso di rivendicazioni libertarie civili e “borghesi”. Giuste o sbagliate che siano, il fenomeno sembra interessare poche persone.
A dare una risposta “sociale” ci pensano paradossalmente le stesse istituzioni borghesi, in un'ottica però perfettamente compatibile con il sistema capitalistico. È questo il senso profondo della «discriminazione positiva», delle «azioni positive» e delle «quote rosa». Si parla dell'elaborazione della Convenzione sull'eliminazione di ogni forma di discriminazione nei confronti della donna (Cedaw), adottata a New York il 18 dicembre 1979, che prevede all'art. 3: «gli Stati prendano in ogni campo, ed in particolare nei campi politico, sociale, economico e culturale, ogni misura adeguata, incluse le disposizioni legislative, al fine di assicurare il pieno sviluppo ed il progresso delle donne, e garantire loro, sulla base di piena parità con gli uomini, l'esercizio e il godimento dei diritti umani e delle libertà fondamentali».
E a questo fine, precisa l'art. 4, essi possono adottare «misure temporanee speciali, tendenti ad accelerare il processo di instaurazione di fatto dell'eguaglianza fra uomini e donne». Il neofemminismo dagli anni '80, in parallelo con la crisi del marxismo e del blocco socialista, ripudia ormai totalmente l'idea che il patriarcato e il capitalismo siano due facce della stessa medaglia; favorisce un cambio di prospettiva, identificando nell'uguaglianza tra i sessi la mera omologazione al modello maschile, e rivendicando piuttosto la differenza tra i due sessi, ossia una modalità diversa di rapportarsi all’esistenza rispetto all'uomo. Si lavora in questa maniera per superare i fenomeni della segregazione orizzontale e verticale (tali gli obiettivi delle linee guida odierne dell'UE), ma in un'ottica di compatibilità con il sistema. Alle donne si pone ormai molto spesso un netto bivio: mettere su famiglia e accettare un lavoretto part-time o precario, oppure concentrarsi sulla ricerca di una piena affermazione lavorativa, mettendo da parte la propria realizzazione sentimental-relazionale (con le conseguenze di costruire una «modernità liquida», per dirla alla Zygmunt Bauman), con il rischio di mancare l'appuntamento con la costruzione di un gruppo nucleo familiare. Nel mondo odierno il femminismo dominante è indubbiamente quello “liberale”, nonostante rimangano saltuari segnali, insiti nelle contraddizioni permanenti del sistema, di una tensione latente per le conseguenze sociali poste dalla struttura capitalistica. Perché le donne possano tornare a costituire un agente sociale progressivo servirà insomma una riscoperta del femminismo “sociale”, e quindi evidentemente del marxismo nel suo complesso. Possibilmente però perfezionato, per quanto riguarda la questione di genere, dai suoi limiti storici, che andiamo ora ad analizzare.50
49. C. Preve, Elogio del comunitarismo, Controcorrente, Napoli, 2006, disponibile su http://www.stanza101.org/index.php/2016-08-28-09-16-16/societa/251-costanzo-preve-il-femminismo-e-organico-al-capitalismo.
50. Vd la seconda nota del paragrafo 1. La storia delle donne e del femminismo.