28 Ottobre 2021

7.1. LE SCIAGURATE RIFORME ECONOMICHE DI CHRUSCEV

Nel ‘56 con Chruščev si allentò non solo e non tanto il rigore ideologico del partito, ma soprattutto il controllo competente sull’economia socialista, nella misura in cui il nuovo corso prevedeva una svolta “di destra” intesa come meno centralizzazione pianificatrice e più liberalismo economico. Un buon esempio furono le calamitose riforme dell’agricoltura, con lo smantellamento delle grandi centrali dei trattori in favore di un’accresciuta autonomia dei kolchoz (cooperative agricole), che causò una perdita sostanziale di produttività nell’agricoltura e un aumento dei prezzi tale da generare il malcontento nella popolazione. In pratica l’applicazione di tale linea fu a dir poco catastrofica. Il minimo che si possa dire è che tale tendenza – di per sé non criticabile a priori (lasciando da parte qui il ruolo nefasto dell’opposizione di destra che prese il potere con Chruščev nella falsificazione della storia sovietica nel periodo staliniano) – non prese la forma di un’ordinata transizione di una parte dell’economia verso meccanismi di mercato inclusi nei piani quinquennali, con investimenti privati a corollario dei macro investimenti pubblici che in ogni caso avrebbero determinato il senso dello sviluppo.
Nulla di serio venne messo in cantiere per riformare in senso di aperture a processi mercantilistici l’economia, se questo era l’autentico desiderio della tendenze del PCUS più concilianti con la piccola borghesia e l’economia parzialmente capitalistica rappresentata all’epoca staliniana dai contadini medio-ricchi di cui Chruščev e la classe dirigente a lui vicina erano i referenti politici. Negli interstizi non performanti dell’economia pianificata che il nuovo corso riformista non si occupava di perfezionare – e che quindi iniziava a manifestare crepe e disfunzionamenti ove l’attenzione era meno ferrea – sacche di economia informale o sommersa ricadevano vieppiù in mano a privati, non riconosciuti come tali, ma di fatto in possesso di mezzi di scambio e produzione. Questi nascenti rapporti privati di scambio erano di fatto invisibili alle statistiche ufficiali. Prese forma dunque, sulla base di una linea confusa e volontarista, un graduale disimpegno statale che si trasformava in accaparramento da parte degli amministratori e personale a loro legato (e di cittadini con in mano più disponibilità di altri) di una parte dell’economia, che pian piano si sviluppava sulle inevitabili mancanze e difetti dell’economia socialista di stampo collettivista innestata dai primi piani quinquennali e incentrata sull’industria pesante».78
78. Ibidem.

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