05 Dicembre 2020

1. L'EPOCA DI BREZNEV

“Stagnazione”, zastoj in russo. Questo è il termine con cui è stato giudicato nella storiografia borghese il governo di Leonid Brežnev in Unione sovietica (1964-1982). Cerchiamo anzitutto di dare un quadro sintetico del periodo, così come viene presentato nei manuali specializzati1. Nella sostanza viene letto come un proseguimento del corso politico di Chruščev ma senza il suo stile leaderistico capriccioso. Il periodo 1964-74 è caratterizzato da una grande crescita economica, durante la quale si costruiscono nuove città e si sviluppano l'industria energetica. Le nuove centrali nucleari vengono costruite nelle repubbliche non russe per favorire una maggiore autonomia energetica rispetto alle usuale dipendenza dalle immense risorse russe. L'esportazione di petrolio consente l'importazione di grano e l'acquisto di preziose tecnologie straniere.
Dal punto di vista militare negli anni '60 si raggiunge la parità strategica con gli USA grazie allo sviluppo dei sottomarini nucleari e dei missili balistici intercontinentali (ICBM), il che dà luogo ad un'accelerazione del fenomeno della corsa agli armamenti tipico della guerra fredda e che si rivelerà enormemente dispendioso per l'URSS. Sul fronte interno si assiste ad un’inurbazione di massa dalle campagne. Aumenta enormemente la quantità di beni di consumo a disposizione del popolo e di conseguenza migliora notevolmente anche il tenore di vita complessivo, come spiega Procacci:
«Tra il 1965 e il 1975, le famiglie in possesso di apparecchi televisivi passarono da 32 a 86 su 100 nelle città e da 15 a 67 su 100 nelle campagne e quelle in possesso di frigorifero rispettivamente da 17 a 87 e da 3 a 45 su 100 […]. Il miglioramento fu comunque generale e particolarmente visibile nelle repubbliche asiatiche, anche grazie ai profitti realizzati mediante i canali dell’economia sommersa».
Ricorda invece Andrea Graziosi che
«nel 1967 fu inoltre introdotta la settimana di cinque giorni, che destò grande impressione, e l'anno successivo fu elevata la soglia del salario minimo. Brežnev, inoltre, insistette per dare ai programmi della televisione sovietica un carattere più di svago, teso a far rilassare e non a educare e/o mobilitare gli spettatori, e già nel 1965 autorizzò la reintroduzione del divorzio consensuale, facilitandone le procedure».
È dagli anni '60 che inizia il boom di una nuova “cultura popolare” assai distante dalla politica formalmente ancora in vigore del realismo socialista: si diffondono jazz, rock, pop, romanzi di fantascienza e polizieschi, ecc. Nel corso degli anni '70 si torna a scrivere con stili modernisti. Emergono in alcuni autori di rilievo temi nazionalisti, religiosi, esistenzialisti, psicologici, più o meno dissidenti e critici. Si pone però fine in tutta l'epoca brežneviana alle pubblicazione di opere storiche e letterarie esplicitamente antistaliniste.
Dalla fine degli anni '70 inizia la cosiddetta “stagnazione”: lo standard di vita sovietico entra in fase di stallo e non migliora più, pur senza peggiorare. Assai pochi i casi di dissenso politico pubblico, evitato con interventi e pressioni poco visibili pubblicamente del KGB. Gli intellettuali e gli scienziati d'altronde vengono trattati in maniera preferenziale dallo Stato. In questo periodo però diventano famosi i casi dei dissidenti Sacharov, Solženicyn, oltre che la questione ebraica: tra il 1970 e il 1990 un milione di ebrei emigra in Israele, Usa o Germania. Nel complesso il dissenso non raggiunge mai un consistente seguito popolare.
Dal punto di vista della politica estera il primo serio problema per la dirigenza guidata da Brežnev è la “rivolta di Praga” del 1968, che viene repressa bloccando il tentativo di riforme di Dubcek. Negli stessi anni (1964-75) si dà anche avvio ad un pieno sostegno politico e militare al Vietnam comunista guidato da Ho Chi Minh, mentre le tensioni con gli USA vengono apparentemente smorzate a causa del riavvicinamento tra Cina e USA iniziato nel 1971. Segnali di distensione internazionale arrivano nel 1972 con la firma del trattato Salt, con cui si limitano gli armamenti nucleari (un successivo accordo Salt II sarà firmato nel 1979, sebbene non approvato dal Congresso USA), e nel 1975 con l'accordo di Helsinki con cui i 35 Stati contraenti (USA, Canada, quasi tutti i paesi europei, la stessa URSS) riconoscono i confini creati dopo la seconda guerra mondiale, accettando considerazioni sulla necessità di rispettare i diritti umani. Ad aumentare nuovamente le tensioni internazionali e lo scontro tra quello che viene d'ora in avanti chiamato «l'impero del Male» dal nuovo presidente USA Reagan sono “la questione polacca”, con la nascita del sindacato anticomunista Solidarnosc represso nel 1981 e “l'invasione” dell'Afghanistan nel 1979-80, questione spinosa (che farà 14 mila morti sovietici in 10 anni) lasciata da Brežnev nelle mani di suoi successori, a seguito della dipartita avvenuta nel 1982. Tracciando un bilancio della “distensione” Marcello Graziosi2 ha scritto a riguardo un ragionamento interessante:
«Sul piano delle relazioni internazionali, il periodo brežneviano ha segnato il superamento dell’unipolarismo statunitense, determinatosi dopo Hiroshima e Nagasaki, attraverso la “distensione” e la possibile “convivenza pacifica”, vero e proprio faro della politica estera di Brežnev e Gromyko, in grado di sostituirsi gradualmente alla guerra fredda. In questo contesto, l’Unione Sovietica, dopo l’esperienza negativa della crisi dei missili a Cuba del 1962, ha raggiunto la parità con gli Usa, non solamente sul piano della forza nucleare, ma anche nella “capacità di proiezione militare complessiva nelle varie aree del mondo”. Il quadro della distensione ha retto fino a quando, negli Stati Uniti, ha ripreso vigore il dibattito sul “cui prodest?”, partendo dal declino della supremazia statunitense nel mondo (dall’affermazione dei movimenti di liberazione nazionale in Africa e paesi arabi, alla formazione di governi progressisti in America Latina, dalle crescenti difficoltà incontrate in Vietnam, alla crisi petrolifera). Da questo punto di vista, all’irrigidimento dell’ultima parte dell’amministrazione Kennedy seguiva l’aperta ostilità di Reagan nei confronti dell’URSS, con la crisi sugli euromissili, gli interventi diretti in America Centrale, l’Iran, il sostegno a Solidarnosc in Polonia, il sostegno agli integralisti islamici in Afghanistan. Un ritorno alla Guerra Fredda razionalmente perseguito dall’amministrazione Usa, da una nuova corsa agli armamenti alla dottrina delle “aree di interesse vitale” per la riconquista dell’egemonia, dall’elaborazione di una politica economica volta a sfruttare la spirale del debito contro i paesi socialisti (Ungheria e Polonia in primis) ma anche per assoggettare e ricattare il terzo mondo (con i movimenti di liberazione equiparati a santuari del terrorismo), alla crociata ideologica contro l’“Impero del Male”».
1. Fonte per questo testo è P. Bushkovitch, Breve storia della Russia, cit., cap. 21-23. Per la citazione di Procacci si è fatto riferimento a G. Procacci, Storia del XX secolo, Mondadori, Milano 2000, p. 414. Per quella di Graziosi: A. Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado, cit., p. 304.
2. M. Graziosi, La politica dell’URSS tra il 1975 e il 1985, CCDP, 3 dicembre 2013.