13 Aprile 2024

7.4. COME PARLA LA POLITICA (BORGHESE) ITALIANA

Andando oltre il livello degradante del linguaggio politico attuale in Italia (distante lunghezze siderali rispetto a quello della Prima Repubblica), molti specialisti del settore, come Gustavo Zagrebelsky, hanno segnalato il mutamento di significato di certe parole o l’introduzione di parole nuove, per lo meno di nuovo significato:
«Per esempio, l’“amore”, di cui si è fatto di recente grande sfoggio (“L’Italia è il paese che amo”, “amo ancora questo paese”), è una parola sconosciuta al vecchio linguaggio politico, che parlava preferibilmente di “solidarietà” o di altre virtù sociali. E al posto della novecentesca e ideologica “lotta di classe” è stata riesumata l’ottocentesca “invidia sociale”, che bolla la protesta col giudizio negativo che merita un sentimento basso e casereccio come l’invidia. Sono cambiati anche gli indici di frequenza e “libertà” (da regole, “lacci e laccioli”) è parola più usata di “giustizia”, in precedenza forte soprattutto in unione con l’aggettivo “sociale” […]. Una singolare trasformazione ha coinvolto anche la sfera dello “Stato” e della cosa pubblica, con una prevalenza dei contorni negativi (“il peso, il costo dello Stato”) su quelli positivi (“servizio pubblico”). Si sono moltiplicati i modi per dileggiare la “vecchia” politica organizzata (“teatrino della politica”, il “dire” contro il “fare”) ed esaltare quella diretta, realizzata con l’affidamento della guida a un leader indiscusso e padronale»83.
Oltre a tali aspetti è stata segnalata la sempre maggiore dipendenza da altri linguaggi, tra cui «quello dell’economia (“PIL”, “spread”, “deficit”, “derivati”, ecc.) e soprattutto quello giornalistico (“il governo galleggia”, “Letta-bis”, “crisi al buio”)».
Qualche anno fa Omar Calabrese si concentrava sullo slittamento semantico di dieci parole, con risultati per noi particolarmente interessanti nei casi di “radicale”, “moderato” e “riformista84. La conclusione che ne traeva era che fossero messi in atto
«due tipi di strategia discorsiva nell’attuale linguaggio politico, con una prevalente sistematicità da parte della destra. Il primo consiste non solo nell’elaborazione di un uso linguistico (stile comunicativo, idioletti e socioletti di appartenenza) fondato sulla neutralizzazione semantica e sull’eventuale riformulazione dei significati lessematici, ma anche nello spostamento di intere porzioni del sapere comune, che sono anestetizzate, spostate, deviate. Nel secondo caso, invece, ci troviamo dinanzi a un lavoro stilistico ancor più sottile, che tende a costruire una dimensione passionale del discorso, disforizzandolo o euforizzandolo a seconda della bisogna. Questa seconda tendenza si appoggia fortemente sui media, che per natura la seguono costantemente. Quel che ne deriva è che il discorso politico, oggi, produce forme di manipolazione degli utenti di grandissima efficacia, basate sostanzialmente sull’abbassamento delle consapevolezze linguistiche e culturali della popolazione. A mio avviso, l’unico progetto che rimane a coloro che ancora tengano alla cultura come visione critica dei fenomeni che ci circondano è quello di lavorare sull’analisi e sullo smascheramento. Insomma, se mi si consente una citazione marxiana fuori tempo e fuori moda: “la rivoluzione non c’è stata; bisogna ancora leggere molto”»85.
È incomprensibile la dinamica di come tutto ciò avvenga con successo senza aver chiara la situazione di oligopolio dell’informazione che riguarda principalmente i settori della televisione e della stampa. Telegiornali, talk show, riviste, giornali, mostrano un appiattimento del lessico con scelte che appaiono sorprendenti per la loro uniformità e semplificazione. Il fenomeno era notato già nel 1950 da Pietro Secchia, nell’articolo I crociati della menzogna.86 Che la libertà di stampa sia limitata da alcune parole d’ordine più o meno imposte dall’alto è confermato da un esempio recente che testimonia il livello di partigianeria che assume l’informazione italiana: ci si riferisce al fatto che il dominio territoriale rivendicato dall’ISIS sia stato sempre presentato dai media come “l’autoproclamato Stato islamico”, per rimarcarne il non-riconoscimento da parte dell’Occidente. Questo esempio di meticolosa precisione terminologica si scontra con l’assoluta arbitrarietà con cui i media attribuiscono le sigle politiche auto-attribuitesi dai partiti politici italiani. Se è vero, infatti, che l’auto-proclamazione di un’etichetta possa non corrispondere alla realtà (e chi scrive concorda certamente sul fatto che l’ISIS sia tutto meno che la rappresentazione coerente di uno Stato islamico), perché si continua ad accettare la categorizzazione del PD come partito di “sinistra”? Non sarebbe più corretto parlare, usando lo stesso metro di giudizio, dell’“autoproclamata sinistra del PD”? Entrano in gioco qui fattori che fanno parte della battaglia politica quotidiana: perché il M5S può essere etichettato come “movimento” e non come “partito”, nonostante abbia uno statuto, una struttura e dei capi dichiarati? Perché ci si dimentica spesso e volentieri di dire che CasaPound è un’organizzazione “fascista”? Perché si continua a parlare impropriamente di “classe politica” invece di “ceto politico”, come sarebbe più corretto dire? È necessario poi ricordare l’uso smodato del termine “casta”, esteso impropriamente a tutti i partiti politici così da eliminare strutturalmente le differenze tra i concetti di “destra” e “sinistra”, favorendo il dilagare di ideologie populiste e corporativiste? Perché non compaiono quasi mai, se non in qualche spazio angusto e ghettizzato, parole come “liberismo”, “keynesismo”, “socialismo”, “comunismo”, ad indicare le diverse possibilità in cui si possa articolare l’indirizzo economico di un paese? Si potrebbe continuare a lungo ma fermiamoci qua, sperando che quanto detto finora basti a creare un dubbio sistematico verso il linguaggio usato dai media, dietro cui si nascondono in realtà sempre precisi scopi politici.
83. V. Coletti, L’italiano della politica, Accademiadellacrusca.it, settembre 2013. Da cui è tratta anche la citazione successiva.
84. Sulla risemantizzazione di tali termini si era espresso precedentemente già Chomsky così: «“Moderato” è un termine che significa “ligio agli ordini degli Stati Uniti”, in contrapposizione a “radicale”, che significa “non ossequiante agli ordini degli Stati Uniti». Vedi N. Chomsky, Capire il potere, cit., p. 75.
85. O. Calabrese, Dieci parole che hanno confuso l’Italia, Controlacrisi.org, 5 marzo 2011, all'interno di F. Montanari, Politica 2.0. Nuove tecnologie e nuove forme di comunicazione, Carocci, Roma, 2010.
86. Vedi cap. 5.9.

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