27 Settembre 2022

01. AFRICA: COLONIALISMO, NEOCOLONIALISMO, IMPERIALISMO

«L’Africa ha conosciuto dal 1960 al 1990, i primi trent’anni della sua indipendenza, 79 colpi di stato nel corso dei quali 82 dirigenti sono stati uccisi o rovesciati. In paragone, il mondo arabo, nell’occhio del ciclone dopo la scoperta del petrolio, conta nello stesso periodo 18 colpi di stato. Il continente è una delle più grandi zone minerarie del mondo, con l’Australia, il Canada e il sud America. Si posiziona come primo produttore mondiale di molti prodotti minerari, tra cui il platino, l’oro, i diamanti, i fosfati minerali e il manganese, e possiede riserve di primo ordine di bauxite e coltan – un minerale che rientra principalmente nella composizione delle smart card. Inoltre, la metà delle riserve mondiali d’oro si trova nella regione del Witwatersrand, nel Sudafrica. Il continente estrae anche rame, zinco, ferro, così come l’uranio nel Niger e il petrolio in Angola, Nigeria, Guinea equatoriale, Gabon e Camerun».
(René Naba)2
«Senza dubbio i riformisti borghesi, e fra di essi in primo luogo i kautskiani di oggi, tentano di svalutare l'importanza di questi fatti rilevando che “si potrebbero” avere le materie prime sul libero mercato senza la “costosa e pericolosa” politica coloniale, e che “si potrebbe” aumentare immensamente l'offerta di materie prime con il “semplice” miglioramento dell'agricoltura in generale. Ma simili rilievi, ben presto, non diventano altro che panegirici e imbellettamenti dell'imperialismo, giacché essi sono possibili in quanto non tengono conto della più importante caratteristica del capitalismo moderno: i monopoli. Il libero mercato appartiene sempre più al passato, ed è sempre più ridotto dai sindacati e trust monopolistici, mentre il “semplice” miglioramento dell'agricoltura richiede che siano migliorate le condizione delle masse, elevati i salari e ridotti i profitti. Dove esistono, fuori che nella fantasia dei soavi riformisti, trust capaci di curarsi della situazione delle masse, anziché di conquistare colonie? Per il capitale finanziario sono importanti non solo le sorgenti di materie prime già scoperte, ma anche quelle eventualmente ancora da scoprire, giacché ai nostri giorni la tecnica fa progressi vertiginosi, e terreni oggi inutilizzabili possono domani esser messi in valore, appena siano stati trovati nuovi metodi […]. Il capitale finanziario, in generale, si sforza di arraffare quanto più territorio è possibile, comunque e dovunque, in cerca soltanto di possibili sorgenti di materie prime, con la paura di rimanere indietro nella lotta furiosa per l'ultimo lembo della sfera terrestre non ancora diviso, per una nuova spartizione dei territori già divisi. […] Anche gli interessi d'esportazione del capitale spingono alla conquista di colonie, giacché sui mercati coloniali più facilmente (e talvolta unicamente) si possono eliminare i concorrenti, col sistema del monopolio, assicurare a sé le forniture, fissare in modo definitivo le necessarie “relazioni”».
(Vladimir Lenin, da L'Imperialismo, fase suprema del Capitalismo)
Le parole di Lenin dovrebbero rappresentare un costante monito quando si parla dell'Africa, un continente che oltre a secoli di saccheggio sistematico, ha subito almeno 100 anni di intenso colonialismo che ha portato ad una vera e propria spartizione del continente, i cui protagonisti sono stati Francia, Gran Bretagna e, in misura minore, Germania, Portogallo, Italia, Belgio e Spagna. Il colonialismo occidentale ha sfruttato le risorse naturali del continente con politiche predatorie, schiaviste, segregazioniste e razziste nei confronti delle popolazioni locali. L'Occidente europeo comincia a sviluppare politiche colonialiste sin dal XVI secolo ma a partire dalla seconda metà del XIX secolo la conquista territoriale viene promossa sistematicamente dai centri del potere politico ed economico delle nazioni colonialiste. Il fenomeno coincide con la stagione dell'imperialismo. La necessità di penetrare nei mercati internazionali e la comparsa sulla scena del capitalismo finanziario avrebbero così trovato un complemento perfetto nelle politiche espansionistiche promosse da parte dei governi. La progressiva sostituzione del protezionismo doganale con politiche di libero scambio contribuisce ad accelerare tale processo. Un'altra spiegazione dell'imperialismo, complementare alla precedente, è che questo sia servito a trasferire nelle colonie le tensioni createsi nelle società occidentali. Le potenze europee sono convinte della necessità di allargare i propri domini per assicurarsi fonti di materie prime e per aprire nuovi mercati per rafforzare l'industria e il commercio internazionale. Questa politica imperialista, basata sulla supposta missione civilizzatrice che l'uomo bianco proclama di dover compiere nei confronti dei popoli subalterni, non ottiene solo l'approvazione della borghesia occidentale. Nel XIX secolo anche la sinistra parlamentare europea (con diverse ambiguità persino nella II Internazionale) appoggia la colonizzazione, sottolineandone gli aspetti umanitari. L'imperialismo si diffonde soprattutto in Africa, nel sud-est asiatico e in Cina, attraverso l'Oceano Pacifico; dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna anche nell'America centrale e nei Caraibi. Gli africani ritrovano la libertà e l'indipendenza soltanto nella seconda metà del '900, lottando contro i vecchi dominatori occidentali. Le istanze di liberazione legate al conflitto contro il nazifascismo, al quale molti africani partecipano come membri delle armate delle rispettive potenze coloniali, i principi della Carta atlantica e soprattutto l'esempio e il sostegno fornito dalla Rivoluzione d'Ottobre e dall'URSS (antimperialista, internazionalista e anticolonialista, ha dato appoggio attivo politico e militare a molti movimenti popolari anticoloniali) hanno un forte impatto sul nazionalismo anticoloniale e rappresentano lo sfondo a insurrezioni e movimenti di protesta come quelli dell’Algeria (1945), del Madagascar (1947-49), della Costa d’oro (1948). Negli anni Cinquanta matura un movimento anticoloniale ormai orientato verso l’autogoverno o l’indipendenza vera e propria, condotto da una nuova generazione di intellettuali e politici sovente formatisi in Europa o negli Stati Uniti e fortemente influenzati dalle dottrine di liberazione e autodeterminazione emerse specialmente dalle lotte antimperialiste in India e Asia orientale. Nel 1957 il Ghana è il primo Stato dell'Africa nera a conquistare l’indipendenza, a cui segue quella della Guinea nel 1958, ma è il 1960 l’anno dell’Africa: Camerun, Congo ex francese, Gabon, Ciad, Repubblica Centroafricana, Togo, Costa d’Avorio, Alto Volta, Niger, Nigeria, Senegal, Mali, Madagascar, Somalia, Mauritania e Congo ex belga si liberano dal dominio occidentale. La fine del colonialismo europeo in Africa è un processo relativamente rapido che, fra la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio degli anni Sessanta, conduce all’indipendenza gran parte del continente, dando vita a Stati per lo più coincidenti con i territori delle precedenti colonie. Il mancato miglioramento delle condizioni economiche dopo l’indipendenza si spiega principalmente con il permanente interventismo occidentale nelle vicende africane, che si concretizza soprattutto con il neocolonialismo, una pratica con cui il capitale straniero serve allo sfruttamento, anziché al progresso, delle parti meno sviluppate del mondo. Più sottile del colonialismo tradizionale, esso incatena gli ex territori coloniali nella posizione di Stati clienti (vassalli?) delle principali potenze industrial-capitalistiche. Gli Stati Uniti sono la vera e propria roccaforte del neocolonialismo, la cui posizione dominante si mantiene grazie ai prestiti di capitali, al predominio sui mercati mondiali, agli aiuti internazionali ed in caso estremo alle guerre. Gli USA e le potenze imperialiste europee restano i principali responsabili del sottosviluppo storico e attuale dell'Africa, che cercano di mascherare addossando le responsabilità agli africani, i quali non sarebbero stati in grado di superare i propri conflitti interni e di costruire un adeguato ceto dirigente. Scopriremo nelle pagine a seguire la falsità di tali assunti e le modalità con cui anche in epoca post-coloniale i migliori dirigenti africani siano stati sistematicamente eliminati per poter proseguire indisturbati l'asservimento totale del continente. Nella sostanza il neocolonialismo sembra solo un altro nome, più accettabile per i borghesi, dato al fenomeno dell'imperialismo.3
2. R. Naba, Israele in Africa, alla ricerca di un paradiso perduto, Renenaba.com-CCDP, 9 novembre 2009.
3. Fonti usate: la manualistica storica, in particolare A. Desideri & M. Themelly, Storia e storiografia, cit.; P. G. Ardeni, Attività e contenuti in e-learning, Università di Bologna, Unibo.it; M. Napoli, Africa, la lunga lotta per la libertà, L'indro.it, 11 giugno 2015; Wikipedia, Storia del colonialismo in Africa.

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