03 Luglio 2022

03. LA RIVOLTA ANTI-FRANCESE E SOCIALISTA DELL'ALGERIA

«Che il problema della donna sia posto una volta per tutte. Liberate le vostre donne perché assumano le loro responsabilità, lasciando le donne prigioniere, è la metà del nostro popolo, del nostro paese che è paralizzata. Non crediate che il velo le protegga. È la Rivoluzione che le proteggerà».
(Ben Bella, 1963)12
L'Algeria è una colonia francese dal 1830. Nei 130 anni di dominazione è stata saccheggiata e depredata come poche altre nazioni nel mondo. Dal 1874 fino alla seconda guerra mondiale è rimasto in vigore anche in questo paese un sistema di apartheid legittimato dal «codice dell'indigenato». Ad esso si accompagna la prosecuzione di uno sfruttamento intensivo della colonia, tale per cui le migliori terre agricole (circa un sesto del paese) siano detenute da 2000 proprietari terrieri bianchi. I costi pubblici per mantenere il controllo della colonia sono ingenti, compensati tuttavia dai vantaggi per i privati: non solo i latifondisti, ma soprattutto le compagnie petrolifere (tra cui l'impresa pubblica ELF/Algérie) interessate a sfruttare i giacimenti di gas e petrolio scoperti in località come Edjeleh e Hassi Mess'aoud, in pieno Sahara.
Il 1° novembre 1954 una serie di attentati inaugura l’insurrezione algerina, che si estende dapprima alla Cabilia, poi su tutto il territorio, sotto la direzione del Front de Libération Nationale (FLN), trasformatosi poi in Governo provvisorio della Repubblica Algerina, con sede nella vicina Tunisia. La Francia risponde con la repressione poliziesca e militare, rifiutando ogni trattativa, ma la durezza della repressione non ha ragione del moto insurrezionale, che prosegue nonostante la cattura di Ben Bella, leader della resistenza. Dopo quasi 4 anni di guerriglia il governo francese mostra l’intenzione di trattare, ma a quel punto si scatena la violenta reazione dei francesi d’Algeria, che il 13 maggio 1958, grazie anche alla connivenza dei militari, finiscono per travolgere la stessa Quarta Repubblica, con la chiamata al potere del generale De Gaulle quale difensore dell’‘Algeria francese. Questi però si persuade ben presto dell’inevitabilità di una politica di concessioni e fin dal settembre 1958 prospetta una soluzione intermedia, che prevede prima l’autonomia poi l’indipendenza politica del territorio, salvaguardando i rapporti economici con la Francia (interessata soprattutto alla sorte del petrolio). Sentendosi traditi, militari e civili francesi moltiplicano gli atti di insubordinazione: per due volte (gennaio 1960, aprile 1961) si cerca di ripetere, questa volta contro De Gaulle, l’insurrezione del 1958, ma senza successo; poi dilaga il terrorismo antiarabo dei coloni, organizzato dall’OAS (Organisation de l’Armée Secrète). Intanto le trattative tra il governo francese e il fronte di liberazione si concludono a Évian (marzo 1962). Il futuro assetto dell’Algeria è demandato a un referendum popolare da tenersi il 1° luglio 1962; si stabilisce un periodo quinquennale entro cui gli europei d’Algeria avrebbero potuto optare per la nuova nazionalità algerina o la conservazione di quella francese; la Francia viene inoltre associata allo sfruttamento energetico del Sahara.
La guerra di Liberazione costa al popolo algerino un milione e mezzo di morti (330 mila secondo le statistiche ufficiali francesi, preoccupate di non mettere nel conto i cadaveri delle fosse comuni che si scoprono di tanto in tanto). Intere popolazioni (almeno 1 milione 800 mila persone) sono deportate; villaggi, coltivazioni e foreste vengono rasi al suolo. Sulla Resistenza algerina merita di essere visto un bellissimo film anticolonialista di Gillo Pontecorvo, La battaglia di Algeri che nel 1966 vince il Leone d’oro al festival di Venezia, contribuendo a mobilitare l'opinione pubblica sulla questione. Fino al 1962 la Francia ha speso somme ingenti per mantenere sul territorio mezzo milione di uomini in armi, al solo scopo di salvaguardare il proprio dominio sulla colonia. È stato alimentato ad arte un razzismo di Stato degenerato in una “caccia all'arabo” perfino in Francia, quando il 17 ottobre 1961 a Parigi 200 manifestanti pacifici algerini vengono uccisi dalle squadre poliziesche senza ragione.13
Qual è stato in questo caso l'atteggiamento dell'URSS? Chruščev si è espresso in favore della lotta di Liberazione in Algeria, ricordando però che «la liberazione dell'Algeria passava per quella della Francia», il che non ha impedito a Mosca, dopo la vittoria del 1962, di insignire Ben Bella delle massime decorazioni sovietiche.14 L'URSS ha cercato di favorire uno sviluppo autonomo del paese dall'ex madrepatria, ma con scarso successo:
«negli anni ’60 l’Algeria era, dopo l’Egitto, il paese africano che riceveva più finanziamenti dall’Urss. Però, l’atteggiamento soggettivo della borghesia francese fu decisivo. Infatti, a differenza degli Usa che cercarono di sabotare l’economia cubana per soffocare la rivoluzione castrista, De Gaulle utilizzò le leve dell’economia per prolungare la dipendenza dell’ex colonia dall’imperialismo. La borghesia francese lasciò ai dirigenti del Fln uno spazio di manovra per portare avanti la loro strategia e, in ultima analisi, accrescere i loro privilegi senza dover giungere alla rottura col capitalismo. L’imperialismo non mise mai i dirigenti algerini con le spalle al muro come aveva fatto con Castro. Il bonapartismo algerino ebbe natura borghese e non proletaria».15
L'Algeria di Ben Bella (1962-65) e Houari Boumédiène (1965-78) pone le basi di un socialismo nazionale fondato sull'autogestione e orientato verso il movimento dei paesi non allineati. Nel 1970 è varato il primo piano quadriennale, incentrato su nazionalizzazioni in campo petrolifero (evento che riaccende le tensioni con la Francia), scolarizzazione, “arabizzazione” e riforma agraria. Secondo André Prenant «fu con l'arma classica del dominio coloniale, il debito, contratto per rispondere con l'importazione alla penuria derivante da una domanda accresciuta e per volgere una produzione “non competitiva” verso una diversificazione delle esportazioni, che l'Algeria si riaprì alla dominazione del grande capitale». L'esplosione del debito pubblico negli anni '80 ha sottomesso il paese ai diktat del FMI, che hanno comportato apertura dei mercati, svalutazione, privatizzazioni e liberalizzazioni.16
In questa storia, che parla di imperialismo francese, mancherebbe fino ad ora il ruolo degli USA, che invece è presente: Blum, attraverso un'accurata ricostruzione, mostra come nel putsch dell'aprile 1961 messo in atto dal generale Challe abbia avuto un ruolo determinante la CIA, che voleva ritardare il più possibile l'indipendenza algerina per scongiurare l'avvento di un'Algeria «base sovietica». Pesa in questa missione rischiosa (che crea non poche tensioni diplomatiche tra Francia e USA) l'ostilità di Washington verso De Gaulle, che nel 1966 caccerà gli statunitensi dalle basi militari del proprio paese, indebolendo il meccanismo di difesa della NATO.17 Infine rimane il sospetto, espresso dal prof. Luigi Troiani18, sull'episodio della destituzione di Ben Bella, «visto che lo zampino Cia nella sua rimozione fu denunciato subito da molte fonti» e sull'emergere dell'integralismo islamico che mette in crisi l'Algeria dagli anni '80 in poi:
«Non è casuale che, nel nord Africa maghrebino, proprio in Algeria si sarebbe verificato il primo orribile episodio di guerra civile a carattere religioso e tribale del post-bipolare arabo. Il confronto tra repubblica laica e insorti islamici del Fis assunse contorni sanguinari e stragisti facendo un enorme e incalcolabile numero di morti. Nata sugli eccessi della guerra anticoloniale, l’Algeria praticò con spietatezza quella che interpretava come doverosa resistenza al montare islamista. Ma il popolo percepì quella guerra come un conflitto tra due élite: quella dei privilegiati burocrati dell’Fln e quella dei religiosi che intendevano loro sostituirsi. Certo, se sul ponte di comando, ad Algeri, ci fosse stato ancora il carismatico “padre della patria” Ben Bella, o un suo erede che come lui esprimesse la “purezza delle origini” e una religiosità islamica moderata, forse la partecipazione di popolo in difesa dei valori repubblicani e laici sarebbe stata garantita».
12. Citato in N. Vince, È la rivoluzione che le proteggerà. Movimenti delle donne e “questione femminile” in Algeria e Tunisia, Zapruder-Storieinmovimento.org, n° 33, 2013, p. 49.
13. Fonti usate: Enciclopedia Treccani, Algeria, Treccani.it; A. Prenant, Algeria 1830-1998: dal capitalismo coloniale alla ricolonizzazione “mondializzata”, in A.V., Il libro nero del capitalismo, cit., pp. 271-302.
14. A. Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado, cit., p. 244.
15. F. Giliani, La guerra di liberazione algerina (1954-1962), A.C. Editoriale Coop arl-Marxismo.net, Milano 2003.
16. Fonti usate: Enciclopedia Treccani, Algeria, cit.; A. Prenant, Algeria 1830-1998: dal capitalismo coloniale alla ricolonizzazione “mondializzata”, cit.
17. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 223-229.
18. L. Troiani, L’Algeria di Ben Bella e quella storia deviata nel Mediterraneo, La voce di New York, 13 giugno 2015.

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