18 Ottobre 2021

1.3. BIOGRAFIA NON UFFICIALE DI BREZNEV

Vista la biografia e il cursus honorum ufficiale, vediamo ora il ritratto che fanno del personaggio due autori molto diversi tra loro. Iniziamo con quello, ben poco lusinghiero, dello storico “liberale” dissidente Roy Medvedev in un articolo pubblicato nel 1988 sul settimanale Moskovskie Novosti, i cui elementi centrali sono qui riportati da Repubblica nel 19886:
«Brežnev non era un grand'uomo - scrive Medvedev - e non era neppure un uomo di valore. Non aveva la forza intellettuale e il genio politico di Lenin né la soprannaturale forza di volontà e la feroce sete di potere di Stalin. E non aveva neppure l'eccezionale autonomia e la colossale capacità di lavoro di Chruščev. Brežnev era un uomo di poca volontà - afferma lo storico - e di debole carattere. In questo fu la sua forza, il privilegio della mediocrità, come è intitolato l'articolo. Il grande apparato burocratico del partito, spiega infatti Roy Medvedev, era stanco dei lunghi anni di terrore dello stalinismo, ma non poteva neppure sopportare le manie riformistiche di Chruščev, le sue intemperanze e la continua incertezza che esse comportavano. Questa gente - scrive - voleva solo una vita e un lavoro più tranquilli. Cosicché proprio la debolezza e l'assenza di ambizione e sete di potere divennero la premessa delle vittorie di Leonid Brežnev. E sebbene fosse al corrente del complotto per la destituzione di Nikita Chruščev - scrive ancora lo storico - non ne fu l'organizzatore. Furono gli altri a sceglierlo pensando che egli avrebbe potuto rappresentare una soluzione transitoria. Ma Brežnev governò per quasi un ventennio, sempre più debole, più vecchio, più malato, fino alla morte. La sua malattia - dice Medvedev - si fece grave già alla fine degli anni '70 e nel 1976 sopravvenne, per la prima volta, la morte clinica. Negli anni che seguirono l'uomo che guidava il Cremlino non era più in grado di lavorare, di camminare autonomamente, perfino di parlare. Era sempre accompagnato da medici e rianimatori e chi scriveva i discorsi ufficiali per Brežnev aveva l'ordine di non usare parole troppo lunghe che il leader non sarebbe stato in grado di pronunciare. In quegli anni il potere degli apparati crebbe a dismisura acquistando sempre nuovi e più ampi poteri. Brežnev non amava i conflitti politici e privati, dice Roy Medvedev, e questa circostanza garantì ai dirigenti corrotti del partito e dello Stato una garanzia di impunità per tutta la durata del suo regno. Una moltitudine di uomini mediocri e incapaci - scrive ancora Medvedev - andò gonfiando in quegli anni il clan di Brežnev».
L'articolo è scritto in un periodo in cui Gorbačev lotta dentro il Partito per imporre indisturbato le proprie “riforme”, ma si trova contro le resistenze di quelli che vengono definiti «gli ortodossi» o, come si afferma qui, «il clan brežneviano». Occorre quindi non prendere per oro colato l'intero testo, scritto evidentemente con l'obiettivo di favorire la lotta politica interna al Partito condotta da Gorbačev per eliminare gli ultimi ostacoli al proprio progetto di dissoluzione dell'URSS. L'articolo è però sintomatico di alcune problematiche riscontrabili anche in altre fonti riguardanti la personalità e l'operatività politica di Brežnev. Andrea Graziosi, pur condividendo il giudizio su Brežnev come uomo dagli «orizzonti limitati», non lo ritiene «uno stupido», bensì un uomo cosciente dei propri limiti che chiede ai propri collaboratori di usare un linguaggio semplice. Pur avendo diverse qualità (la capacità di lavoro, l'astuzia, l'abilità, la moderazione, la gentilezza, la socievolezza) per le quali è apprezzato dal resto della dirigenza, tende a «evitare le personalità brillanti» e risulta incapace «di giudicare il talento»7. Un giudizio più duro verso Brežnev, ma di puro taglio teorico-ideologico è quello del marxista-leninista Ludo Martens, seppur con diversi argomenti8:
«Diverse sono le opinioni che circolano tra coloro che rivendicano il marxismo-leninismo. Alcuni considerano che l’arrivo di Brežnev al potere nel 1965 segnò l’inizio di una critica al revisionismo di Chruščev. Terminano i furiosi attacchi contro Stalin e all’esperienza storica degli anni ’20 e ’30. C’è stato un riconoscimento dei meriti di Stalin e la linea che difendeva. L’URSS riacquistò alcuni principi essenziali del leninismo abbandonati da Chruščev. Altri pensano che questa posizione ortodossa sia servito da copertura per garantire il processo di impoverimento ideologico e politico che è stato sviluppato dalla dirigenza a capo del partito e dello Stato. Questo discorso, apparentemente marxista-leninista, non corrispondeva con una pratica veramente rivoluzionaria, ma piuttosto ad un comportamento egemonico e avventurista. Altri credono che un ritorno a un discorso più ortodosso era l’espressione di un compromesso tra le diverse classi e orientamenti politici. Lo strato sociale dei burocrati rinunciò agli attacchi aperti contro Stalin per evitare le violente reazioni popolari. Intesero che era necessario rallentare nella pratica quotidiana, dello smantellamento delle strutture socialiste e dei meccanismi, fino a quando più tardi avrebbero portato l’attacco alle basi ideologiche del sistema. Le forze marxiste-leniniste hanno continuato le loro attività sotto Brežnev, ma non sono stati decisive per l’orientamento e la guida del partito. […]
Le relazioni che Lenin presentava ai congressi di partito erano modelli di analisi concreta, materialiste della realtà socio-economico in continua evoluzione modelli spirituali di lotta e di combattimento. Nelle relazioni di Stalin si vede il marxismo-leninismo come scienza della pratica, della lotta di classe; l’analisi ha come oggetto il promuovere la rivoluzione mondiale e la lotta di classe in Unione Sovietica; in essi troviamo il dibattito, la critica, il confronto politico all’interno del partito. […] Con Brežnev il marxismo-leninismo si converte in una ideologia, in un insieme di tesi, idee e concetti la cui funzione era quella di oscurare la realtà viva e del cambiamento, legittimare gli interessi particolari della cupola o meglio dell’oligarchia sociale al potere. Le relazioni di Brežnev non sono altro che una fraseologia mistificatoria a immagine e somiglianza dei discorsi della socialdemocrazia dell’Occidente, che parlano di socialismo, ideali egualitari di umanesimo e di anti-monopolio del capitalismo per garantire il “migliore degli antagonismi di classe” e portano le masse alla collaborazione con il sistema dominante per migliori condizioni. […] quando Brežnev occasionalmente osa “sviluppare” la teoria, separa del tutto la teoria dalla pratica. “Il Partito Comunista”, dice Brežnev, “è diventato ancora più forte e monolitico”. Un anno dopo la caduta di Chruščev, di che tipo di un “monolitismo” si potrebbe parlare? Senza alcuna analisi delle differenze economiche, politiche, culturali e religiose tra le 131 nazionalità e gruppi etnici che erano in URSS, Brežnev dichiara perentoriamente: “I popoli dell’URSS sono entrati in un processo di approccio sempre più rapido, la sua unità e la coesione si rafforzano fino al punto di divenire indistruttibile”.
Vediamo come Brežnev rimane fedele ad alcune delle principali tesi di Chruščev, secondo il quale la lotta di classe non esiste più in URSS, se non in forme marginali di criminalità e di parassitismo. Questo porta a Brežnev a constatare alcuni fenomeni sociali, senza dedicarvi una analisi profonda e completa, senza portarli quindi ad una prassi conseguente della lotta di classe. “Purtroppo,” dice, “ci sono ancora persone che si dedicano all’arte di denigrare il nostro regime, l’arte di calunniare il nostro eroico popolo. Anche se, certamente, si contano sulle dita della mano”. […] La spoliticizzazione della gioventù necessariamente deriva dalla concezione dello Stato di tutto il popolo e dalla dichiarazione della fine della lotta di classe nel socialismo. Il marxismo-leninismo può contare sui giovani solo se intanto la teoria di una lotta sociale vive. Un marxismo-leninismo sclerotico, ideologizzato, non può implementarsi nello spirito della giovinezza. E da Lenin, sappiamo che non esiste il vuoto in materia ideologica. Dove non si impianta l’ ideologia socialista, regna, sotto molteplici forme, l’ ideologia borghese. […] Tesi principale di Brežnev consisteva che non vi era alcuna seria minaccia per il socialismo in URSS, o forse, solo dei piccoli problemi che possono verificarsi in settori marginali della società. Ma all’interno del “partito di tutto il popolo”, il leninismo e il socialismo scientifico si svilupperanno inevitabilmente e per sempre, quindi, di conseguenza non ci potrà essere nessun pericolo che può venire da dentro il partito. Si tratta di una totale e completa smobilitazione dei comunisti in difesa della dittatura del proletariato e della lotta di classe all’interno del partito e della società. Da questo deriva un economicismo rozzo nella concezione del partito e il sindacato. […] Tuttavia, durante il periodo del edificazione del socialismo, sul terreno della costruzione economica, sussiste la lotta tra la via socialista e la via capitalista; l’autonomia delle imprese, così come gli stimoli materiali possono sviluppare elementi capitalistici sui terreni principali, nella proprietà dei mezzi di produzione, nella suddivisione dei beni, nelle relazioni sociali e nella coscienza politica. Questi problemi sono stati esclusi consapevolmente per consentire agli elementi borghesi del partito e dello Stato di consolidare le loro posizioni con tranquillità.
Parlando di economia, Brežnev risponde alla stampa borghese quando parla di crisi dell’economia sovietica e predice il crollo del socialismo. “Queste affermazioni sono perfettamente ridicole. Proprietà sociale dei mezzi di produzione rimane un principio immutabile per noi. Noi non solo manteniamo, ma perfezioniamo la pianificazione dello sviluppo economico. Ora, il rafforzamento della gestione pianificata centralizzata dell’economia nazionale si combina l’estensione della iniziativa e l’indipendenza delle imprese. La società socialista ha come principio fondamentale la remunerazione in base alla quantità e qualità del lavoro effettuato, che implica per conseguenza l'azione degli stimoli economici, l’interesse materiale”.
[…] È interessante notare che già nel 1966 Brežnev menziona alcuni punti deboli del sistema economico, a cui si riferirà in tutti i congressi successivi, non adottando, però nessun rimedio, ma il contrario. “Negli ultimi anni sono iniziati a farsi sentire certi fenomeni negativi, come ad esempio la riduzione del tasso di crescita della produzione e la produttività del lavoro, minore efficienza nell’uso del capitale produttivo e degli investimenti”.
Il tasso di crescita dei principali prodotti agricoli è stato significativamente più basso di quanto non fosse negli ultimi cinque anni”.
Il partito ha posto come uno dei suoi obiettivi più urgenti il miglioramento sostanziale della qualità della produzione”.
Le aziende che producono beni di consumo non tengono totalmente conto dei gusti e delle esigenze dei consumatori. Molti articoli sono di qualità inferiore”».
Probabilmente Martens esagera il ruolo personale del “teorico” Brežnev, mancando di rimarcare il ruolo molto più collegiale del Partito nello stabilire la linea. In questo senso è verosimile che i discorsi non siano scritti da Brežnev ma che il principale ideologo di riferimento in questo periodo sia soprattutto Michail Suslov.
6. F. Cucurnia, Brežnev era un uomo senza nessuna qualità, La Repubblica, 8 settembre 1988.
7. A. Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado, cit., pp. 298-299.
8. L. Martens, Gli anni di Brežnev: “stalinismo” o revisionismo?, Paginerosse.wordpress.com, 22 luglio 2013.

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