29 Settembre 2022

10.1. LA RIVOLUZIONE SOCIALISTA DEL 1978

Quel che segue è una vera e propria rivoluzione, ben descritta da Enrico Vigna135:
«Il governo rivoluzionario cercando di attuare il programma del popolo, impose il divieto dei profitti usurai e l’annullamento dei debiti contratti da parte dei contadini e dei braccianti con i possidenti; furono creati fondi statali per sostenere i piccoli coltivatori e agli operai agricoli, e si diede inizio alla creazione delle cooperative agricole. Nel novembre del 1978 fu decretata la realizzazione della riforma fondiaria, la quale prevedeva la liquidazione della grande proprietà feudale e fondiaria; solo nel primo mese dopo l’attuazione, furono oltre 14.000 le famiglie che ottennero la terra. La prima fase prevedette la redistribuzione di oltre un milione di ettari (è circa il 15% la terra coltivabile del paese) tra 680.000 contadini. La Rivoluzione Afghana lavorava per costruire il futuro: per questo gli obiettivi primari da conquistare erano la riforma agraria, la lotta per l’alfabetizzazione e la democrazia popolare nelle istituzioni politiche, sociali e civili, attraverso la parità dei diritti di tutti i cittadini, in primo luogo l’affermazione completa dei diritti totali di emancipazione delle donne; il Consiglio Rivoluzionario nell’ottobre ’78, approvò un decreto con cui si proibiva la vendita delle donne e di dare le minorenni per matrimoni combinati, dando alle ragazze il diritto di decisione e scelta del proprio destino familiare. Il potere popolare ricevette dal passato una miserevole condizione sanitaria, in tutto il paese vi erano appena 900 medici e 50 ospedali, in pratica vi era in media 1 medico ogni 15.000 abitanti e un ospedale ogni 300.000. In questa situazione uno dei primi passi del governo rivoluzionario, fu la formazione di massa di personale sanitario e l’apertura di decine di poli ambulatori, anche nelle aree più isolate del paese; garantendo un assistenza sanitaria e i medicinali per i lavoratori e i poveri gratuita ed il diritto alla salute per tutta la popolazione. Nei primi mesi di attività le autorità rivoluzionarie aprirono oltre 800 scuole e ventimila corsi di alfabetizzazione con oltre un milione persone; fu costruita una rete capillare in ogni villaggio di biblioteche, per la formazione di generazioni acculturate ed il diritto allo studio a tutti i giovani. Nel programma del governo rivoluzionario erano anche in primo piano la solidarietà con gli altri popoli nel mondo, in lotta per la liberazione nazionale e la costruzione di una coscienza politica forte. Gli strati più diseredati del popolo afgano riposero grandi speranze nella Rivoluzione e nella nascita di un nuovo Afghanistan. Erano semplicemente questi gli obiettivi più importanti e primari dei rivoluzionari afgani: la liberazione del popolo dalla miseria e dall’arretratezza millenaria; con l’obiettivo strategico dell’edificazione di una società socialista, passando attraverso un processo democratico e nazionale, che tenesse conto della situazione arretrata e sottomessa a varie influenze tradizionali retrive, in primo luogo il ruolo degli alti esponenti religiosi. La Rivoluzione di Aprile fu una prima grande tappa in questa prospettiva, naturalmente furono compiuti errori, accelerazioni, forzature che non sempre (come alla fine del ’79, sotto Amin), tenevano conto della condizione e situazione specifica di arretratezza secolare delle masse afgane e della società afghana».
I risultati sono sorprendenti, tanto da far dire nel 1979 al politologo inglese Fred Halliday che «nelle campagne, probabilmente, sono cambiate più cose nel corso dello scorso anno che negli ultimi due secoli da quando è stato istituito lo Stato». Dal punto di vista religioso si proclama in un paese interamente musulmano (ma che non ha mai avuto un regime integralista islamico) una netta laicità, il che avviene nonostante l'impegno preso dal presidente Taraki a rispettare l'islam all'interno di uno Stato secolare. Le élite sono invitate a partecipare al processo rivoluzionario, alla condizione di pensare «al popolo e non, come prima, solo a se stessi, ad avere una bella casa e una bella macchina mentre gli altri muoiono di fame». La denuncia dei mujahidin della diminuzione della propria libertà religiosa non viene mai confermata da alcun atto pratico; la rivista inglese The Economist nega l'imposizione di alcuna «restrizione alla pratica religiosa». Anzi: «per tutti gli anni Ottanta, i regimi di Karmal e poi quello di Najubullah, malgrado le necessità della guerra, seguirono un programma di modernizzazione e di allargamento della propria base» che prevedeva anche «la presenza nel governo dei mullah e di altri individui non appartenenti al partito, […] un reiterato impegno verso l'Islam, la costruzione e ricostruzione delle moschee, l'esenzione delle proprietà terriere dei primati e delle istituzioni religiose dalla riforma agraria».136
135. E. Vigna, Afghanistan 1978, Rivoluzione democratica e nazionale, cit.
136. W. Blum, Il libro nero degli Stati Uniti, cit., pp. 503-505, 513

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